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LETTERATURA: I MAESTRI: Dino Buzzati

26 Ottobre 2017

di Claudio Marabini
[da: “Gli anni Sessanta – Narrativa e storia”, Rizzoli, 1969]

Quando penso alla recente produzione di Dino Buzzati, in particolare a quel Buzzati nuovo o diverso che a più d’uno parve annunciarsi nel romanzo Un amore (Mondadori, ’63), un romanzo che, a co ­minciare dal tema centrale, ruppe con la tematica del passato -semmai preceduto dalle avvisaglie del Grande ritratto (Mondadori, ’60) – mi viene in mente un elzeviro che uscì – esile colonnina – nel « Corriere d’Informazione » del 3-7-’50 col titolo Gli inquieti.

Vale la pena di leggerne alcune righe perché Buzzati non ha più toccato così direttamente il senso di crisi e di « inquietudine » della generazione cui appartiene.

Dice quell’elzeviro:

“Da quando la guerra è terminata – ma forse anche prima, forse è sempre stato così dal tempo che eravamo bambini, forse questo è il segno della generazione, chiuso nelle profondità del nostro sangue – ma anche nelle giornate quiete, anche nel cuore della notte allorché il mon ­do tace e uomini buoni e cattivi sono addormentati tutti, anche nel pie ­no lavoro, anche a teatro, anche a tavola quando mangiamo con appe ­tito, probabilmente anche nel sonno, noi stiamo con le orecchie tese, per ­ché da un momento all’altro può venire un colpo, un crollo, uno schianto orrendo.

[…] E sì che ne abbiamo sentiti, metaforici e no, da che siamo vivi. Tetri schianti, sirene, esplosioni che sembrava smuovessero le viscere stesse della terra, antichi giganteschi muraglioni dissolti in un respiro. E ogni volta, spentasi l’eco mortale, rialzavamo gli occhi e si diceva: « È l’ultima » con un sospiro.

[…] Adesso basta, dicevano tutti stanchi di paura. Finite le appren ­sioni, i lutti, le fughe a precipizio, il terrore delle ronde (quei passi lenti che pareva indovinassero ciò che si nascondeva dietro gli usci), le notti senza sonno, i batticuori, il freddo, la sporcizia. Per sempre, rispondevano. Ma nel nostro segreto, nelle spelonche misteriose che si spa ­lancano di dentro, dietro la fronte, giù giù, dalle parti forse del basso cranio, ivi una voce senza suono disse: «Non è vero. Non è finita. Non sarà finita mai. Da un attimo all’altro, questa notte forse, tutto potrà ricominciare. Udrai un colpo, uno scroscio alle tue spalle ». E perciò stia ­mo in ascolto.

[…] I bambini e i giovanissimi non lo conoscono, è probabile, questo presentimento così incomodo. E forse neanche i vecchi, ormai chiusi nei loro silenzi rassegnati. Soltanto noi, generazione nata alla inquietudine. Ma perché soltanto noi? Che colpe abbiamo da scontare?”

Non ci sembra possibile concentrare con sintesi più efficace il senso della letteratura di Buzzati: è questo il Buzzati di sempre. Questione semplicemente di una « generazione nata all’inquietudi ­ne » ? Questione di guerre (la seconda soprattutto : con le appren ­sioni, i lutti, le fughe a precipizio, il terrore delle ronde […], le notti senza sonno, i batticuori, il freddo, la sporcizia »)?

È forse inutile cercare una risposta. Buzzati, pur ammantato di un più gracile e decorativo apparato fiabesco, è già intero in Bàrnabo delle montagne (’33) e nel Segreto del bosco vecchio (’35). In mezzo alla gotica cornice montagnosa popolata di foreste, di briganti, di geni, di animali parlanti, prende corpo – in ambedue i lunghi racconti – quell’apprensione, quell’attesa di un avvenimento enor ­me, forse cosmico, che è nota quasi costante della sua narrativa. Nel Deserto dei Tartari (’40) essa si rassoda entro le maglie di una più ferma architettura: la storia di un ufficiale, Giovanni Dro ­go, che in un luogo di confine attende, inutilmente, desiderata e te ­muta al tempo stesso, la grande occasione che muterà la sua vita.

È fin troppo facile sovrapporre la tematica buzzatiana a cer ­te condizioni politiche tra gli Anni Venti e gli Anni Trenta, e tro ­varla riconfermata e rinvigorita nel dopoguerra nel clima della guerra fredda e dello stalinismo. È persine ovvio individuare nella seconda guerra mondiale l’esito cosmico che ha coinvolto l’umanità trascinandola sino alla soglia del suicidio e negli anni precari che sono seguiti – e ancora seguono – il persistere della minaccia di un esito analogo o peggiore, definitivo forse. Il pericolo atomico la nu-tre, mentre il progresso tecnologico nelle sue più vistose e inquie ­tanti attuazioni (dalla diffusione dell’automobile per esempio – e ciò in particolare nell’Italia degli Anni Cinquanta – alle conquiste spaziali) sembra confortarla di collaterali ma egualmente seri apporti.

Non sarebbe difficile percorrere le tappe delle connessioni della narrativa di Buzzati coi casi storici che hanno contrassegnato il do ­poguerra. Non è affatto vero, come si è affermato, che Buzzati sia scrittore « antistorico ». Si pensi, per esempio, a uno dei racconti più celebri, Paura alla Scala, che prende spunto dal timore diffu-sosi concretamente, in Milano, e in particolare in certa borghesia, di una rivolta popolare che dalla periferia si sarebbe stretta sul vecchio centro della città (intorno alla Scala) negli anni, o nei mesi, in cui il paese intero fu scosso dalla paura di disordini simili – tra il ’47 e l’estate del ’48, culminante nei giorni dell’attentato a Palmiro Togliatti – paura nutrita da evidenti circostanze politiche.

Non è neppur difficile attribuire all’attesa di Giovanni Drogo il senso di una liberazione dalla stretta soffocante della dittatura, per quanto una simile interpretazione forzi, a nostro avviso, il sen ­so puramente esistenziale della storia. Più facile è invece isolare le connessioni dalle spicciole novelle degli anni del dopoguerra, quali Buzzati venne regolarmente pubblicando, a ritmo quasi costante, sul « Corriere della Sera ». Chi si assuma il compito di percorrere questo cammino (e noi citeremo d’ogni brano il giorno di pubbli ­cazione) troverà non di rado riferimenti ad avvenimenti politici, e anche a semplici fatti di cronaca: una riunione del Cominform, il lancio del primo satellite artificiale, un pubblico discorso di Winston Churchill, la storia fantastica di un disco volante, la notizia di una scoperta scientifica… È appena necessario ricordare la profes ­sione giornalistica di Dino Buzzati. E ciò per richiamare l’attenzione sulla costante presenza (nutrita certo anche dal giornalismo) di quel ­la base realistica che costituisce la piattaforma delle sue storie fan-tastiche: ciò che la critica, fin dai primi tempi, non ha mancato di rilevare 1.

La narrativa di Buzzati si articola intorno al sentimento della paura. « Ansia metafisica » e « sgomento cosmico » lo definì Emilio Cecchi2. L’« inquietudine » dell’elzeviro riprodotto più sopra si enuclea in infinite situazioni più o meno definibili kafkiane (secondo il riferi ­mento d’obbligo al celebre autore del Castello e del Processo) che traggono da essa la tensione e l’inconfondibile atmosfera. Essa è pro ­dotta da mostri che compaiono all’improvviso, che si formano nel ciclo abbassando un’enorme zampa, che stanno acquattati in fondo agli stagni; è prodotta da invasioni di animali o di insetti che oc ­cupano le case e minacciano di sommergere il mondo intero; è pro ­dotta da nemici ignoti che attendono dietro le montagne o da armi segrete; è prodotta dalle malattie…

Connesso a quello della paura è il senso del destino. È la seconda, in ordine d’importanza, di quelle che vorremmo chiamare le cate ­gorie buzzatiane. Dalla paura discende naturalmente la svolta del destino, che decide della nostra vita. « In quel preciso momento… » suggerisce lo scrittore, indicando lo scatto decisivo sin dall’azzeccatissimo titolo di una delle sue opere più significative. E il destino è ovviamente il caso, perché i motivi delle sue svolte restano ignoti e si trasformano quasi sempre in una condanna inappellabile, quasi una maledizione. È la scelta del « colombre », per non ricordare che una soltanto delle pagine meno remote e più felici 3.

Qualche volta il « preciso momento » può annunciare un corso positivo: sono i casi in cui i racconti maledetti sembrano capovol ­gersi in fiabe vere e proprie, tuttavia egualmente intrise di inquietudine e cariche di dolorosa aspettazione. Buzzati talora riveste con questo mantello rovesciato importanti fatti storici nel momento in cui la cronaca li registra. Due elzeviri citiamo, degni di stare di fronte ai migliori racconti: per l’elezione di Luigi Einaudi a pre ­sidente della Repubblica e di Angelo Roncalli al seggio pontificale 4.

Il tema del destino conduce lo scrittore alla predilezione per que ­gli istituti, centri di potere o personaggi, ai quali può spettare di determinarlo. Re, principi, generali, alti ufficiali, signori di stampo me ­dioevale, tiranni, dittatori, popolano questa narrativa; e ci si tro ­vano regge, castelli, palazzi di potenti, adunanze di grandi perso ­naggi; né mancano certi luoghi od organizzazioni attuali : il Cremli ­no, il Pentagono, il Cominform…

S’aggiungano i capricci del destino nell’affidare spesso le sue de ­cisioni a piccolissimi fatti o addirittura a oggetti, che assumono una importanza immensa, quasi metafisica. E sono quelli a cui si ap ­plica, come si diceva, il sentimento della paura. Da cui quell’ani ­mismo, quel sottobosco formicolante. Mentre talora il destino tace, si nasconde. Ha magari la veste di un serpente acquattato nel fon ­do di uno stagno 5.

Unito a quello del destino, il mito della partenza, del gran viaggio, che spesso si identifica con la morte. Le svolte del destino concludo ­no sempre un periodo, instaurano automaticamente un passato. Il sogno della partenza significa speranza o illusione. E quando il de ­stino imbocca una strada negativa, ecco la condanna e la maledi ­zione. E con esse quel corredo saltellante, odoroso di zolfo, dei dia ­voli cari a Buzzati. Un foro per terra, nel fondo di una fogna, un filo di fumo che esce da una crepa, un’ombra guizzante nella notte : il Maligno o un suo valletto. È l’apparato burocratico dell’aldilà, la contrada della morte, una morte che però non ha il significato di totale vanificazione ma di condanna e di espiazione, ed è propi ­ziata dal senso della colpa che si fonde alla vita e al destino, e riem ­pie l’esistenza.

Dal destino si passa al tempo. Ed è questa un’altra fondamen ­tale categoria, cui spesso si unisce quella, correlativa, dello spazio, come in uno dei più celebri e classici racconti di Buzzati – quasi una formula buzzatiana – I sette messaggeri, o come nello stesso Deserto dei Tartari, dove la sterminata pianura sembra materializzare il sen ­so del tempo e del suo sterminato trascorrere. Il tempo è la vita, ma provoca anche la sua distruzione; è la giovinezza trascorsa, le speranze cadute, il cumulo sempre crescente dei ricordi.

*       *       *

Basata su queste categorie, la narrativa di Dino Buzzati si è sem ­pre coagulata e articolata in storie dalla singolare e inconfondibile struttura. L’invenzione di Buzzati parte normalmente, come dice Cecchi, da un punto di forte tensione, ravvolto di mistero, alla cui scoperta tende tutto il racconto. Qualcosa accade, invariabilmente, nelle sue storie, che si presentano, sotto questo aspetto, come sollecitate da una vigorosa forza dinamica. Il racconto, più che ad ac ­corgimenti o finezze stilistiche, si affida al montaggio della situa ­zione, alla concatenazione dei fatti.

C’è un punto, sempre, nelle storie di Buzzati – particolarmente individuabile in quelle brevi – in cui avviene uno scatto e la storia entra in tensione. In quel momento il sottofondo realistico, o della quotidianità, pur seguitando nella sua funzione, si stacca alzandosi su un piano diverso e la storia procede su un doppio binario punteg ­giato di calcolatissime corrispondenze. È anzi più esatto dire che è la storia a balzare fuori dal terreno della quotidianità e a procedere a livello più alto, dove la realtà s’ammanta di simboli, le cose assu ­mono significati abnormi e funzioni insospettate.

Talora lo scatto fuori dalla quotidianità è molto forte e la se ­parazione si rivela addirittura macroscopica: sono i casi in cui en ­trano in scena potenze ultraterrene. Ma in altri casi lo scatto è minimo e la separazione appena percettibile: e sono i casi in cui la realtà fa sentire di più la sua presenza, meno spogliandosi dei suoi normali attributi, e la storia si articola sul sottilissimo filo di una ambiguità impalpabile (si pensi al racconto del Crollo della Baliverna o dei Sette piani, ove tutto è plausibile e la separazione dalla realtà quasi inafferrabile, o allo stesso Deserto dei Tartari). Sono questi i racconti dove Buzzati tocca i momenti più felici e dove meno si fa sentire quella sovrapposizione allegorica che può ten ­dere ad appesantirsi. E sono gli stessi in cui lo scrittore riuscirà a in ­serire, nella sua stretta e articolata unione con la realtà, la vena satirica, sempre più intensa e nutrita col passare degli anni.

Lo stile di Buzzati aderisce scrupolosamente alla quotidianità. Non va infatti oltre una media lingua parlata, spesso echeggiante lo stile giornalistico, qua e là sollecitata dai pochi e tipici aggettivi atti a circoscrivere il mistero intorno al quale la pagina ruota (gran ­de, immenso, enorme, misterioso, mostruoso, eccetera). Nessun fu ­mo lirico avvolge il canovaccio: il quale assume talora l’aspetto di una piccola e nuda macchina uscita fuori da un’immaginazione oltremodo esercitata 6.

Emilio Cecchi toccò benissimo questo punto, e individuò i segni di un’evoluzione, recensendo i Sessanta racconti. « Ciò che conviene tener presente, è che il problema principale, il fondamentale inte ­resse per il Buzzati sta nell’invenzione e presentazione d’uno od al ­tro dei suoi casi di mistero. […] Egli si contenta di scavare e pro ­porre dei simboli. Un tempo era solito partire da una tensione assai forte, su una nota esaltata. E alla continuata lettura dei suoi rac ­conti, uno di seguito all’altro, poteva accadere che da codesta soste ­nutezza di tono si producesse un’impressione di sforzo e di cerebra ­lismo. Più tardi, circa all’epoca di Paura alla Scala, fu facile no ­tare che il tono veniva facendosi più discorsivo e sommesso. Ma ­gari con la perdita di certi elementi di fantasia, le situazioni si schiu ­devano con sempre maggiore naturalezza, sopra una realtà dalla apparenza meno strana e premeditata. » 7

Non sarebbe neppure impossibile ricavare dalle pagine di Buzzati alcune dichiarazioni di poetica, pur scarse in uno scrittore estre ­mamente alieno, come dalle confessioni autobiografiche, dalle pa ­stoie teoriche e intellettualistiche : sullo scrivere sempre la stessa cosa o lo stesso libro (fedeltà alla propria ispirazione), sull’incapacità a creare personaggi, sulla istintiva predilezione per le storie in cui qual ­cosa accada, e sulla repulsione per la letteratura di memoria, arida ­mente privata 8.

I mutamenti subiti negli anni dalla narrativa di Buzzati, a parte ovviamente Un amore, sono però tutt’altro che clamorosi. Cecchi vide bene neh”accentuarsi della naturalezza e nel!’attenuarsi dell’ele ­mento simbolico e fiabesco. Ma si deve aggiungere la vena satirica. Ed è infatti questo il risvolto dell’allontanamento dalla impostazio ­ne allegorica. Non si dice con questo che lo scrittore abbia abban ­donato le sue macchine predilette: esse ricompaiono con regola ­rità a punteggiare il suo cammino, in tutto degne delle antiche, co ­me si vede anche in recenti elzeviri: Gli scrivani, per esempio, Che accadrà il 12 ottobre, Guardi che…9

Assieme all’elemento simbolico e fiabesco s’è attenuato l’appa ­rato paesaggistico tradizionale e nel medesimo tempo hanno dira ­dato la loro presenza gli animali e i draghi che solitamente lo popo ­lavano. Il racconto di Buzzati, ecco il punto, s’è man mano inur ­bato e s’è accentuata la presenza della moderna città tentacolare: segnatamente Milano. Sempre più folti gli interni cittadini, gli ester ­ni delle strade, delle piazze, dei viali, le prospettive chiuse nel ce ­mento o innalzate vertiginosamente sul filo a piombo delle pareti dei grattacieli.

Nel medesimo tempo, mentre le conquiste spaziali accalappia ­vano la fantasia dello scrittore, prendeva corpo uno dei miti più in ­gombranti e macroscopici della moderna vita associata: quello dell’automobile. Ed ecco, all’inizio degli Anni Cinquanta, l’automobile offrire il tema a molti racconti, spesso satirici, come incarnazione di un raro oggetto di lusso, un mezzo di velocità e di evasione, di strumento di morte e di follia, sino al caso limite dell’automobile divenuta oggetto vivente, persona vera e propria.

Cecchi, scrivendo nel ’58, poteva forse ancora considerare certi racconti satirici, come Il bamDino tiranno, Sciopero dei telefoni, Battaglia notturna alla Biennale, Il critico d’arte, L’invincibile, (com ­presi nei Sessanta racconti) dei « casi limite » e dubitare che ne potesse derivare allo scrittore « un qualsiasi guadagno » 10. Oggi non sembra più possibile. Questa vena non cede a quella fiabesco-simbolica per varietà di applicazioni ed efficacia di risultati, anzi le si affianca fornendo un nuovo e non meno ricco registro. Talora anzi le si unisce in un fortunato prodotto narrativo che aggiunge, alla macchina tradizionale, l’acido corrosivo dell’ironia, il segno carica ­turale della satira, la « verve » graffiante della polemica.

La macchina allegorica, articolata sulle antiche categorie, viene così sottratta, totalmente o in parte, al fine metafisico e piegata a sensi pratici e morali. Basta dare una scorsa ad alcuni temi (le date sono quelle d’uscita degli elzeviri sul « Corriere »). In Cac ­cia al fisco (4-l-’51) una situazione di paura s’appunta sulla satira del sistema delle imposte; Il bambino tiranno (14-1-’51) capo ­volge la norma anagrafica della dittatura politica e della prevarica ­zione satireggiando la sempre maggiore importanza acquisita dai fan ­ciulli e in genere dalla gioventù oggi (un tema su cui Buzzati tor ­nerà come tornerà su quello analogo della vecchiaia misconosciu ­ta e disprezzata); in Sic transit (24-2-’52) canzona la labile gloria di un ministro in carica; in Un cane progressivo (l-7-’53) satireggia la sinistra politica; nel Plagio letterario (4-9-’53) frusta un certo costu ­me del mondo delle lettere; nel Giustiziere (31-7-’55) satireggia la lotta politica in clima di elezioni; nella Distensione (10-11-’55) si burla della distensione politica internazionale (tutta la macchina narrativa essendo appesa all’esile e grottesco gancio di un ministro che sorridendo dissolve una pesante atmosfera d’apprensione: « Come? Ancora non lo sai? Il ministro Kovag ha sorriso. Evviva! »); Il critico d’arte (20-7-’56) e Battaglia notturna alla Biennale di Venezia (5-10-’56) canzonano certa ermetica critica d’ar ­te e il nuovo gusto nella pittura; in Un popolo felice (9-1-’57) sferza la giustizia sociale; nei Reazionari di sinistra (ll-4-’57) dipinge una società illuministicamente perfetta; nel Disarmo (8-6-’57) torna al te ­ma della distensione internazionale (con la conclusione, dopo tante consultazioni politiche, di sciogliere i corpi delle bande militari); nella Belva a motore (11-8-’57) frusta i motociclisti fracassoni; nei Vecchi terribili (8-6-’58) satireggia, attraverso la « vecchiaia bru ­ciata », la gioventù attuale; in Se io vorrei (14-12-’58) viene difeso l’italiano dal malcostume linguistico corrente; in Codice della stra ­da (24-7-’59) è tessuta, in chiave angosciosa, la satira della circolazione stradale; nel Congresso (27-10-’59) torna alla satira politica; nell’arma segreta (31-1-’60) a quella della guerra fredda e della ideologia (è stato inventato, dalle due parti avverse, il « gas suasivo », che viene usato : sicché, « invertite le parti, ricominciò la guerra fredda »); e nel Dialogo (l-5-’65) di nuovo scende sul terreno poli ­tico con la pittura di un vescovo che si decide a ricevere il diavolo ; in Povero congiuntivo (21-3-’67) ricompare la difesa della lingua, men ­tre un distinto ex signore, il Congiuntivo, che nessuno più rispetta, cede il passo al signor Indicativo, qualcosa come un villan rifatto…11

Non è evidentemente più possibile esaurire Buzzati nella formula della fiaba simbolica. È necessario registrare la presenza di un mo ­ralista assai reattivo e attento. Non è mistero per nessuno la profes ­sione anti-ideologica di Buzzati e di « disimpegno » ; eppure da que ­ste pagine esce fuori un « impegno » assai intenso, che in più casi in ­veste anche il campo dell’ideologia. Qualcuno rimproverò addirittura a Buzzati, « borghese » per eccellenza (« borghese stregato » anzi, giu ­sto il titolo di un racconto dei Sessanta racconti) di tradurre in narra ­tiva le tesi di politica estera (o anche interna, forse) del suo giornale : che – a parte la fonte -, e se lo si considera come un segno di più va ­sto impegno morale, può anche non essere del tutto inesatto 12.

Il moralista, del resto, non disdegna talora un’aperta profes ­sione di speranza. Si direbbe che il coro dei diavoli, che negli anni ha tenuto compagnia a Buzzati, abbia finito col provocare una sempre più concreta presenza del loro nemico. D’altro canto, il senso di condanna e di caduta, che si ricavava così teso e denso da tante pagine, il senso di maledizione, come si accennò, recava in sé, im ­plicita, la molla del riscatto. Il dolore s’è venuto come umanizzando, ha abbandonato certi schemi astratti, e il senso della solitudine, così vivo e presente, ha come richiamato quello della fratellanza al di là delle paure e delle angosce insite nell’esistenza. Sotto questo aspetto, le pagine del Viaggio agli inferni del secolo 13 si presentano a noi, pur nella loro infelice riuscita narrativa, come una rassegna affastellata dei mali del nostro tempo e dei peccati della società, esemplificati nelle scene colte a volo nello spaccato della città in ­fernale. La considerazione finale, che l’inferno sia « semplicemente il nostro misterioso destino » in realtà postula, « ex contrario », un regno del bene. Apologhi come Anche tu?, in cui il racconto si è disarticolato in una sorta di impressionismo narrativo scorciato ed el ­littico, riescono a chiudersi in una nota consolatoria 14. In Sulla luna si approda alla rasserenante conclusione che anche lassù c’è Dio 15. Nel Crollo del santo, un santo si rifà uomo per amore 16. E nell’Altare si assiste a una alta invocazione di speranza, che un umile frate sente salire dal fondo di una grande strada di New York soffo ­cata dai grattacieli:

“Si trovò nella più grande chiesa del mondo, nella cattedrale delle cattedrali. C’era forse una intuizione di vero nella eretica fede per cui, misteriosamente designati da un dio calvinista, i giusti vedevano trion ­fare anche le loro imprese profane, e le loro frenetiche regge si tramu ­tavano cosi in gloria dell’Onnipotente? Era un altare il Seagram Building? Erano altari il Colgate, il Bankers Trust, il Waldorf? La Grand Central era altare maggiore e il Panamerican la vetrata dell’abside die ­tro cui luce eterna risplendeva?

Padre Stefano respinse quella specie di bestemmia. Ma più stava in ­cantato a guardare, sempre più gli sembrava di ritrovare ciò che aveva smarrito poco prima al cospetto del Papa di cera. Certo, quella era la vittoria del mondo, nel ventre dei trasparenti termitai gli uomini si affannavano a conquistare dollari, donne, potere, era la vanità delle vanità, l’antichissimo correre dietro al vento. Eppure là in Park Avenue, tra i veli gocciolanti di bruma che fluttuavano lungo gli appicchi, opale ­scenti meduse nel cuore della galassia, c’era pure il travaglio, la ama ­reggiata speranza, l’angoscia, le lacrime e il sangue. Sì, anche quello era il posto di Dio. Padre Stefano non fu più defraudato né solo, Dio gli era intorno, lui gli si poteva aggrappare, veramente in quell’ora la Grand Central divenne l’altare per la messa senza nome di un prete che ci credeva. Di là del rombo fisso delle macchine usciva dai gratta ­cieli, come un coro” ìontanissimo, una musica mesta e trionfale. E il rotolio dei vapori e delle caligini nel divino botro era il contorcersi delle anime nostre nella attesa della salvezza” 17.

*       *     *

II cammino dell’antico Buzzati ha conosciuto in questi ultimi anni, insieme con le conferme, l’apparente smentita, come si diceva, del romanzo Un amore: attraverso le tappe che vanno dal Grande ritratto (’60) al Colombre (’66), dal Capitano Pie e altre poesie (’65) a Tre colpi alla porta (’65)18.

Nel Grande ritratto la conferma dell’antico Buzzati s’ebbe tutta ­via per metà : nella prima parte del romanzo, comprendente il viag ­gio dello scienziato Ermanno Ismani e della moglie verso il segreto che avvolge la misteriosissima centrale scientifica. Viaggio lungo, sapientemente scandito, teso sul filo dell’imminente e incombente scoperta, accompagnato dal paesaggio più tipicamente buzzatiano, montagnoso, gotico, quasi irreale. Il senso dell’attesa, l’angoscia sot ­tile della paura, ne riempie ogni pagina.

Purtroppo la rivelazione del segreto, consistente nella costruzio ­ne di una macchina che poi risulta essere l’uomo stesso (anzi la don ­na amata follemente dallo scienziato Endriade), scarica la tensione del racconto, lo immerge nelle spire morte di un moralismo disan ­corato da ogni struttura portante e persino avviato, in certi brani, a una gratuita e filosofica predicazione.

S’intuisce la suggestione subita da Buzzati da certi temi scienti ­fici sospinti fantasticamente al limite estremo della profanazione dell’uomo come prodotto di laboratorio. Vi sono anche novelle in proposito19. Ma II grande ritratto serve soprattutto, sul piano cri ­tico, come conferma dello spartiacque che separa non solo il Buzzati autentico favolista da un più abitudinario costruttore di pur in ­gegnose macchine, ma anche il vero moralista, tutto fuso nel racconto, dal moralista abbandonato all’eloquenza. Il meglio della ispirazio ­ne si esaurisce in questa seconda parte nella pittura del paesaggio e della bizzarra e astratta costruzione, e nel rinnovato vagheggiamento dell’ambiente militare notoriamente caro al Buzzati allego ­rico. « Tutto era stato invaso e sopraffatto da un accavallamento di edifici simili a silos, torri, mastabe, muraglioni, esili ponti, bar ­bacani, caselli, casematte, bastioni, che si inabissavano in vertigi ­nose geometrie. » Si direbbe persino che il pittore (tutt’altro che tra ­scurabile in una valutazione complessiva del Buzzati artista) abbia assorbito ogni facoltà narrativa nella statica contemplazione del luogo.

Tuttavia un tema nuovo in questa seconda parte compare: quel ­lo dell’amore e della psicologia femminile, che informerà il successivo Un amore (e ha fornito lo spunto alla novella Un torbido amore, di poco precedente, tra le più singolari per il contenuto psicologico e per il suo fondersi coi più fortunati moduli dell’attesa, dell’ansia e della dannazione) 20. Il rapporto Endriade-Laura esce dalla tipica atmosfera buzzatiana tranne che per il sapore di colpa e di condanna che lo permea. Il racconto, abbandonando l’originaria tensione, s’adagia nei difficili incastri della psicologia, diviene scontato naturalismo. E na ­turalismo appaiono certe reazioni della macchina-Laura quando far ­netica di voler vivere come una vera creatura, amare, eccetera.

Un amore narra il rapporto Antonio-Laide: lui 49 anni, lei una ragazzina squillo. L’amore di lui è totale: non può più farne a me ­no, la paga bene, finirà col passarle un mensile e l’affitto di un ap ­partamento. Il racconto è tutto intriso della gelosia di Antonio. Lai ­de va con altri, gli racconta frottole, accende e nutre in lui il so ­spetto sino al limite della sofferenza. Episodietti da nulla intessono il canovaccio: un viaggio a Modena, per esempio, dall’amico Mar ­cello, forse uno sfruttatore; la storiella della zia che s’ammala e di Laide che va ad assisterla: e andrà invece ad appuntamenti segreti. Dorigo vorrebbe farla finita, ma l’angoscia lo trattiene. Sente che con Laide se ne andrebbe l’ultima favilla della giovinezza: e qui compare il Buzzati che conoscevamo, il Buzzati di uno dei suoi motivi più autentici. Laide resterà incinta. Alla confessione, in quel ­l’attimo (e siamo di nuovo in una tipica situazione buzzatiana), An ­tonio Dorigo sente che la giovinezza è dileguata.

È difficile potere accettare il lungo e minuzioso rapporto erotico, in realtà piatto e inutilmente prolungato fuori da quella che a noi sembra la vera matrice del racconto: ancora una volta il senso del tempo. Il monologo interiore, il « parlato » spinto verso i modi del ­l’uso più comune, gli inserti onirici (le parti migliori, in ogni caso), non danno vita a un plausibile tessuto narrativo. (La critica s’è quasi totalmente schierata su una longanime accettazione del drastico rin ­novamento dello scrittore, finalmente uscito dall’antica « prigione », al suo coraggio e alla sua sincerità: senza tuttavia riuscire a dissi ­pare il sospetto di un’ambigua celebrazione21.)

A noi pare che Un amore presenti tuttavia due motivi positivi: il senso del tempo, come dicevamo, e – singolarmente – un personaggio: Laide. Laide è in effetti un personaggio scattante, anima ­lescamente astuto e irresponsabile, crudele, vivo. Nella serie del ­le Lolite, è certo delle più convincenti. Il fatto va notato perché se si conosceva uno scrittore refrattario, e per sua stessa ammissione (come s’è visto), alla costruzione dei personaggi, questo era proprio Buzzati: le macchine delle sue storie spogliano infatti il personaggio d’ogni naturalistico attributo, talora persine sottoponendolo a una surreale deformazione sul genere della pittura di un Bosch 22.

C’è anche la conferma dell’inurbarsi della narrativa di Buzzati, che s’è notata nei racconti. La Milano babelica, persino allucinata, humus di quel « fiore » (tipico motivo decadente) che è Laide, possiede una sua suggestione 23. Ma è il senso del tempo a caricare di mistero e di più profonda ed elegiaca sofferenza la storia: la presen ­za, con esso, del destino, in atto fino dal primo incontro, la ridu ­zione dell’amore a rintocco cosmico, a segno metafisico: col finale approdo al senso della morte, la quale, senza parere, ha in realtà accompagnato Antonio di giorno in giorno e mostra alla fine il suo simbolo trionfale.

Il primo incontro, col richiamo, sin dalle prime parole, alla nota pagina del volume che porta lo stesso titolo:

“Ma in quel preciso momento ci fu nelle profondità di lui uno scatto, una specie di misterioso rintocco, come quando in una grande solitària campagna si sente una voce lontanissima che chiama. Egli certo non po ­teva assolutamente capire cosa stava accadendo in quell’attimo, non poteva sospettarne l’importanza. All’improvviso, in uno di quei baleni per cui di colpo si rivelano le oscure impronte dei giorni perduti, si ri ­cordò di avere già vista quella ragazza” 24.

E il segno del destino:

“Eppure, per una di quelle intuizioni dell’animo, apparentemente assurde, che magari al momento non ci si bada ma rimangono dentro, per poi ridestarsi a distanza di mesi e di anni, quando il meccanismo del destino scatterà, Antonio ebbe un presentimento: come se quell’in ­contro avesse importanza nella sua vita, come se il coincidere rapidis ­simo degli sguardi avesse stabilito fra loro due un legame che non si sarebbe spezzato mai più, a loro stessa insaputa” 25.

E la morte:

“Nella notte si guarda intorno, Dio Dio che cos’è quella torre grande e nera che sovrasta? La vecchia torre che gli era sempre rimasta spro ­fondata nell’animo da quando era ragazzo. Della terribile torre però poco fa, nel turbine, si era completamente dimenticato, la velocità, il precipizio gli avevano fatto dimenticare l’esistenza della grande torre inesorabile nera. Come aveva potuto dimenticare una cosa così impor ­tante, la più importante di tutte le cose? Adesso era là di nuovo, si ergeva terribile e misteriosa come sempre, anzi sembrava alquanto più grande e più vicina. Sì l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte. Per quasi due anni non ci aveva pensato neppure una volta, sembrava una favola, proprio lui che ne aveva sempre avuto l’os ­sessione nel sangue. Tanta era la forza dell’amore. E adesso all’improv ­viso gli era ricomparsa dinanzi, dominava lui la casa il quartiere la città il mondo con la sua ombra e avanzava lentamente” 26.

L’atmosfera di catarsi e purificazione che la maternità di Laide sprigiona nella pure ambigua successione degli avvenimenti ci ri ­porta al Buzzati della speranza. E il simbolo della morte sembra ammantarsi di un’iridescenza nuova, in cui possano dissolversi per un attimo angoscia e paura.

I simboli tornano intatti in parte dei racconti del Colombre e nelle poesie. In alcuni dei racconti, certo, s’avverte il giuoco: il rac ­conto quasi si manifesta come una piccola scatola a sorpresa, di cui il lettore addestrato, o di casa, scopre a prima vista il segreto. Ma non mancano pagine degne del migliore Buzzati, a cominciare da quella che da il titolo al volume. Ed è ribadita l’intuizione di Cecchi, che valeva nello stesso tempo un auspicio, di una sempre più stretta adesione dello scrittore alla spicciola realtà quotidiana, ac ­compagnata da una sempre più vistosa separazione dalle rigide architetture dell’allegoria. Senza che, con questo, la riduzione di tale rigidità sottragga dinamismo e forza, ma semmai aggiungendo in articolazione e varietà di casi.

Nel Capitano Pic, che porta come sottotitolo « o il trionfo del regolamento », s’assiste alla partenza, coi suoi soldati, di un capi ­tano così ottusamente ligio al regolamento da provocare l’ordine di allontanamento da parte del re. Il quale lo spedisce lontano, non sa neppure dove. Passano gli anni : è il tempo, ancora una volta, che fa sentire il suo passo. Il capitano Pie cammina, cammina, incontra fantastici nemici, li vince e torna coi suoi vecchi e malandati sol ­dati. Il re, che nel frattempo s’era dato ai bagordi, neppure li rico ­nosce. Ma interviene il regolamento, una specie di divinità supe ­riore, e condanna il re. Il nuovo re sarà Pie. Il regolamento lo ha ripagato: questo mito tipicamente buzzatiano, che assorbe nelle sue rigide maglie l’individuo 27.

La macchina narrativa è di quelle classiche. Ma qui conviene fermarsi sulla forma e notare come a Buzzati riesca di esprimere, e con rinnovata efficacia, il suo mondo in metri liberi senza nulla perdere della sua personalità e semmai guadagnando in improvvisi soprassalti di ironia, in ammiccamenti non consentiti alla normalità della prosa, in sprezzature icastiche, in recuperi orecchiati da un « parlato » terra terra ma in questa sede straordinariamente espres ­sivo.

Il capitano Pic,

erano ore quattordici –

giorno quattordici agosto.

Siete soldati? gridò

con voce stridula e roca

o seminaristi?

Marciavano la marcia grande

di mezz’estate in Val Boca

territorio di frontiera

per desolate lande.

I duecento poveri cristi

non ancora fermati bevuti

col porco sole che c’era

nemmeno cinque minuti

dalla notte precedente 28.

Già il verso aveva fatto capolino fra le pagine brevi di In quel preciso momento. E non occorre grande sforzo per immaginare al ­cuni di essi, fra i più secchi e vertiginosi, magari composti su schema iterativo, in una forma liberamente metrica. Le altre poesie che si incontrano nel volume di Neri Pozza rievocano i temi cari allo scrittore e i suoi paesaggi prediletti. Esclusi alcuni giuochi verbali sul genere di Gerundio (tuttavia non privo di un suo fascino dovuto al mito del tempo), di Canzonetta in forma di, di Compleanno e di Un grave incidente a Maria Ester, pagine come Giorno verrà rie ­scono a legare assai bene il sentimento dell’amore (e siamo al nuovo tema buzzatiano) al mito della morte:

Coi progressi della medicina

vivrai ancora ottant’anni,

come minimo, amore.

E io, a quel tempo, polvere.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

A ricordarsi di te

in tutto il mondo, soltanto

queste mie parole,

e tu non le capirai

perché non le hai mai capite.

Ma ti calmeranno un poco

la pena e la solitudine29.

“L’Arrivista riprende temi toccati in elzeviri satirici; Pomeriggio d’estate sull’Alpe calca con sensibilità macabra su una visione che sembra tratta da Bosch; in I treni! I treni! è ripreso il mito della grande partenza inutilmente vagheggiata:

– Sì, dissero in coro,

siamo vecchi capistazione

nel loro sgabuzzino, stanchi

col berretto rosso che brucia come una fiamma

nella canicola mentre la neve

cala sulle tettoie silenti,

e fuori il frastuono cresce

con quello speciale odore meraviglioso

con quei lumini

nei treni delle linee universali

di cui si è perduto l’orario

rimbombano

di cui si è perduto dei quali

che non ripartiranno mai più 30.

In Tre colpi alla porta (sottotitolo: Precaria situazione di mio fratello postino] si torna alle categorie della paura e del destino. Qualcuno ha bussato alla porta: classica, inconfondibile situazione buzzatiana:

II postino si levò: dalla poltroncina blu

si eresse in tutta la statura

che non era poi tanto poca.

Chi batte a quest’ora? Sarà la posta.

Ci sarà bene infatti qualcuno.

Infatti l’imbarazzante problema:

chi porta ai postini la posta?

Bussarono o pressapoco 31.

Nulla però accade. Tuttavia, nel breve tratto verso la porta, in un gorgo di immagini e di ricordi, in un frenetico andirivieni di lembi di vita affioranti alla coscienza, il postino si tuffa in se stesso, assorbe sino all’ultima goccia la paura esistenziale, l’angoscia di vivere. E ancor più che nelle poesie della raccolta precedente s’av ­verte l’apporto di un’accresciuta libertà espressiva: la raggiunta fa ­coltà di unire alle categorie note uno scavo dell’animo sotto forma di lampeggianti colpi di sonda e un recupero straordinariamente sintetico e veloce di necessari antefatti narrativi. Forse Buzzati potrà raggiungere un’ancora più ferma perspicuità d’espressione in questo nuovo genere. È però certo che esso lo arricchisce singolarmente consentendogli nel medesimo tempo di restare fedele a se stesso.

È stato detto che Un amore è il risvolto del Buzzati più noto: lo stesso guanto ma rovesciato (Montale). In realtà il coraggio e la sincerità non si traducono necessariamente in poesia. A noi sem ­bra valga ancora oggi in buona parte quello che Montale, pur be ­nevolo recensore del romanzo, scrisse per In quel preciso momento, nella prima edizione di Neri Pozza: « Non crepuscolare perché alie ­no da ogni dilettazione estetizzante, non esistenzialista perché man ­cante affatto del gusto e del piacere dello scacco, del fallimento, Buzzati è un favolista essenzialmente cristiano, un narratore che ha la semplicità dei temperamenti classici. Gli manca anche il compiacimento del peccato, il gusto di pescare nel torbido, tipico di certi scrittori sedicenti cattolici. Per lui, narrare con piena felicità d’arte vorrà sempre dire, oggi e domani, incarnarsi nella favola o nella parabola di maggiore immediatezza; mentre sviarsi vorrà dire correr dietro ai significati secondari, indulgere a fantasie di tipo romantico »       .

Gli arricchimenti satirici e le nuove ricerche formali nulla tol ­gono ali’efficacia della favola e della parabola: mentre si nota un esternarsi sempre più accentuato del suo fondo cristiano. Se c’è un cammino in quello che parve, a più d’uno, scrittore uguale a se stesso, è in questo senso e in questa approfondita maturità. Si potranno indicare giuochi di bravura, annessioni di dubbio gusto e di incerto risultato, persino viziate dal sospetto d’influsso di mode cor ­renti raccolte senza discernimento. Ma è certo che Buzzati potrà se ­guitare, come pochi, a esprimere la nostra inquietudine, l’ansia ine ­splicabile delle nostre giornate, la nostra solitudine, il nostro ango ­scioso senso del tempo, la nostra inguaribile separazione dal passa ­to, la nostra incapacità di accettare la vita nei suoi termini naturali: tutto questo in un baluginio di speranza. Al tempo stesso traendo, dall’osservazione dell’uomo e della società contemporanei, dei loro vizi e delle loro storture, vigorose sferzate e validi ammo ­nimenti.

NOTE

1 Recensendo nel ’40 // deserto dei Tartari, Pietro Pancrazi scriveva (si veda in Scrittori d’oggi, Laterza, ’46, pp. 166-170): «Il deserto dei Tartari s’imposta fin da principio, scorre poi su una realtà e su un simbolo che ora van di conserva, ora apparentemente divergono, ma in realtà concorrono sempre all’atmosfera unica del racconto ». Più avanti: « […] figure e fatti, tutto è esatto, tutto è detto chiaro e al suo posto, come in un rapporto… ».

Scriveva Emilio Cecchi recensendo II crollo della Baliverna sul « Corriere della Sera », 23-6-’54: « […] si tenga presente3 come nella continua rielaborazione dei propri temi fondamentali, il Buzzati sia portato ad affidarsi sempre meno esclusivamente all’immaginazione, e ad approfondire la presa nella realtà ».

Scrive Arnaldo Bocelli in Racconti di Buzzati, (« II Mondo », l-7-’58): « Già nel suo primo libro, Bàrnabo delle montagne […] c’era quel modo di raccontare, oscillante fra un realismo minuto, puntuale, quasi di cronaca, e un realismo eva-sivo, favoloso, animatore di cose… ».

2  Nella recensione ai Sessanta racconti comparsa nel « Corriere della Sera » 10-7-’58.

3 In «Corriere della Sera », 22-8-’61 : «È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla ». E la vittima si darà a lui, spinta dalla « segreta ossessione », consapevole della « maledizione » e della « condanna » da cui tuttavia non riesce a staccarsi.

4 Sono, questi, due dei non rari esempi di applicazione della narrativa alla cronaca giornalistica, o meglio all’assunzione di questa alla dignità letteraria, creativa anzi. I due elzeviri comparvero nel « Corriere della Sera » del 19-5-’48 e del 23-10-’58 coi titoli Il segno nel libro e I 54. Vale la pena, a questo punto, per ribadire la stretta compenetrazione in Buzzati di giornalismo e narrativa, di occasione cronistica e immaginazione, citare alcuni (ben pochi tuttavia fra i molti) dei migliori articoli suggeriti da avvenimenti. Sulla morte di Eva Perí³n, Una povera donna (29-7-’52), in cui si concentrano i motivi della morte e del destino (« Tutti i giorni voi faticavate, è vero, ma intanto il male abbietto che terrorizza il mondo, non da voi veniva bensì bussava proprio alla dorata porta di lei, la prediletta del destino, la bellissima, la bionda statua vittoriosa. Da allora, giorno per giorno, lei fu lentamente tratta giù dal piedestallo »). Sui crimini di John Reginald Christie, Una testimonianza sul mostro di Londra (14-4-’53), in cui si articola certo procedimento « giallo ». Sulla costruzione della diga del Vaiont, La diga (30-9-’59). Sulla morte di Marylin Monroe, All’alba (7-8-’62), con struttu ­ra dialogica e imperniato sull’incapacità di amare e sulla solitudine (« Essere amati non serve. Per non essere soli c’è un solo segreto: bisogna essere capaci di amare »). Sulla morte di Giovanni XXIII, Un fenomeno straordinario (6-6-’63). Sulla ca ­duta di Kruscev, II sogno di Kruscev (24-10-’64), in chiave puramente novellistica (« Cosa succede ? » chiese Kruscev balzato dal letto ancora in camicione. « Com ­pagno Kruscev, c’è qui un ordine di arresto. » Gli porsero un foglio con tutte le firme e i timbri in regola. « Ma era soltanto un sogno! » protestò. « Che sogno o non sogno! » fecero quelli. «Tu adesso vieni con noi »).

5 II serpentone, nel «Corriere della Sera », 27-7-’50: «Ma gli uomini non sanno. E altercano, e parlano con voci gutturali e si ingozzano di polenta fredda, e d’autunno hanno la febbre. A neppure un miglio di distanza! La sola lingua del serpente, per darvene un’idea, ha la misura di un forcone. Ogni tanto, nel sonno, lo spaventoso ha un colpetto di tosse e allora un’onda concentrica si propaga scuo ­tendo tutti i canneti della Valle, per chilometri e chilometri. Ma l’uomo non lo sa. Così è la vita, a due passi il destino sta, simile a grande biscia. Noi ci si guarda intorno sfiduciati, e non vediamo ».

6 Renato Barilli, in La barriera del naturalismo (Mursia, ’64, pp. 197-200), esasperando il concetto parla di patterns kafkiani, ne distingue alcuni tipi e con ­clude insistendo sulla meccanicità del funzionamento, indipendente da ogni « alle-gorismo morale ». In genere insiste sul concetto di « meccanicità » o di « schema » quella critica che denuncia il ripetersi dello scrittore: Arnaldo Bocelli (« La Stampa », 3-8-’66, recensendo Il Colombre), quando afferma che al vero « spirito d’avventura » dei primi racconti s’è sostituita « una avventurosità alquanto ester ­na, meccanica »; Giorgio Bárberi Squarciti (La narrativa italiana del dopoguerra, Cappelli, ’65, pp. 88-89) quando dice che nei Sessanta racconti e in Esperimento di magia Buzzati ripete « ormai in modo stanco i suoi schemi » e col Grande ritratto e Un amore « è pervenuto a una letteratura d’intrattenimento ».

Quanto allo stile, così lo definiva Emilio Cecchi nel ’49 recensendo Paura alla Scala (in Di giorno in giorno, Garzanti, ’54, p. 98) : « Prosatore facile, abbon ­dante, non si può dire che egli scriva poetizzato, liricizzato. Anzi ostenta un certo grigiore, un’apparente dozzinalità… ». E Giacomo Debenedetti, parlando dei Ses ­santa racconti (in Intermezzo, Mondadori, “63, p. 183): « La sua parola, la sua frase paiono fatte apposta per mantenersi, nel modo più ligio, al livello quotidiano delle apparenze. La parola non ambisce di immedesimarsi, impressionisticamente o espressionisticamente, con la materia sensibile o la sostanza ineffabile delle cose. Rimane il segno convenzionale, di cui tutti ci serviamo per la nomenclatura or ­dinaria ».

7 Emilio Cecchi, recensione   citata ai Sessanta racconti.

8 Alcuni brani. Da Siamo spiacenti di… (ed. Elmo, ’60), p. 271: «Spesso mi dicono: “Ma perché lei scrive sempre cose allucinanti e angosciose? Ma perché non prova a cambiare? […]”. Al che, io, naturalmente, taccio, incassando […]. In cuor mio però vorrei rispondere: ma tutti gli scrittori e gli artisti, nella loro vita, per lunga che sia, dicono ciascuno una cosa sola! Chi con grande respiro, chi con esile fiato, ma sono sempre identici a se stessi. Per forza. Altrimenti non sa ­rebbero sinceri. Lo stile del resto, per cui si distingue la personalità di uno scrit ­tore, non implica forse una certa uniformità o meglio univocità? ».

Dall’articolo Quel passante sconosciuto che ha scritto i miei libri, in « Cor ­riere d’Informazione », 23, 24-l-’58: «[…] i personaggi non sono esattamente il forte del sottoscritto. Al proposito non ho difficoltà a confessare che a me, prima di tutto, interessa la storia, il fatto, la situazione, o meglio l’idea che c’è dentro la storia; i personaggi nascono, se nascono, in funzione della vicenda, me li fab ­brico su misura ».

Dall’intervista pubblicata nel «Corriere d’Informazione », 11-6-’66: «Pre ­messo che, secondo me, qualsiasi stile e scuola è suscettibile di capolavori, purché ci sia talento, oggi troppa gente si illude di poter fare un romanzo che stia in piedi limitandosi a raccontare i propri ricordi dell’infanzia… ».

Si veda anche il singolare elzeviro, Neo-Superuomini, nel « Corriere della Sera », 9-3-’65, in cui Buzzati, esaminando il successo delle storie di James Bond e dell’agente 007, conclude auspicando libri in cui accada qualcosa. « Chissà che non sia stato il cinematografo a dare il la […]. Che Nembo Kid e James Bond partoriscano figli più plausibili di loro […]. E che gli scrittori, senza rinunciare all’intelligenza o al genio, ma lasciando nel fondo dei cassetti i diari dell’adole ­scenza, della guerra e del dopoguerra, ci ridiano finalmente dei libri dove già alla seconda pagina il lettore si domandi con ansia : e adesso, che cosa succede ? »

(Può inoltre assumere valore di poetica una singolare pagina del 22-9-’48, La parola all’elzeviro, in cui Buzzati, in un tempo in cui più acuta si faceva l’in ­sofferenza per la letteratura che talora l’elzeviro aveva espresso, implicitamente lo difendeva auspicandone la sopravvivenza, pur vincolata a radicali aggiornamen ­ti, e pur riconoscendone i vizi.)

9 Sul «Corriere della Sera » del 5, 19, 30-4-’67.

10 Si veda Emilio Cecchi, recensione citata ai Sessanta racconti.

11 Per il Buzzati satirico e moralista richiamiamo l’attenzione sul volume ci ­tato, Siamo spiacenti di…, che raccoglie molte delle pagine più efficaci.

12 I dubbi di Emilio Cecchi sul Buzzati satirico si accentuano tuttavia in Ar ­naldo Eccelli (vedi nel « Mondo », articolo citato) : « […] nei racconti più recenti, in quell’allegorismo confluiscono motivi polemici e satirici, con particolare riferi ­mento a fatti dell’arte e della vita odierna (Battaglia notturna alla Biennale di Venezia, II critico d’arte, Il problema dei posteggi), ignoti al precedente Buzzati, e che riducono il racconto a pezzo giornalistico, sia pure piacevole come tale ». Favorevole invece Giorgio Pullini (in Il romanzo italiano del dopoguerra, Marsilio ed., ’65, p. 347) il quale scorge fin dai brani di Esperimento di magia (’58) « un pizzico di umoristica disinvoltura », un « ritmo arguto, spesso sornione », che si affianca ai temi fondamentali della paura, della morte, eccetera (dal Pullini isolati chiaramente). Conclude il critico: «Forse oggi gli sta aperta dinanzi la soluzione proficua dell’umorismo come conquista di un equilibrio anche più sicuro e limpido… » : che è conclusione accettabilissima.

Quanto alla professione anti-ideologica, o di « impegno » a rovescio, si veda in particolare, per l’ironia rivolta contro gli intellettuali di sinistra, l’intervento – in forma di « parabola » – di Buzzati al dibattito sul tema « Cultura e Libertà » per l’inaugurazione della sede milanese dell’Unione Italiana per il Progresso della Cultura, pubblicato sulla «Fiera letteraria », 22-12-’66.

13 II Viaggio agli inferni del secolo, compreso nel Colombre, uscì sul « Cor ­riere della Sera », 24-4; 1, 9, 15, 23, 29-5; 16-6 del ’64.

14 In «Corriere della Sera »,   13-5-’59.

15 In «Corriere della Sera »,   15-4-’59.

16 In « Corriere della Sera »,   14-3-’63.

17 In « Corriere della Sera », 20-2-’64.

18 La raccolta II Capitano Pic e altre poesie è dovuta all’editore Neri Pozza. Il poemetto Il Capitano Pie era uscito tuttavia nel n. 7-8 del 1958 della rivista « II Caffè ». Il «poema satirico » Tre colpi alla porta figura nel n. 5 del 1965 della stessa rivista.

19 Si veda L’esperimento di Askania Nova, nel « Corriere della Sera », 24-10-’48.

20 Comparve sul « Corriere della Sera », 30-5-’58.

21 Guido Piovene, // nuovo sorprendente romanzo di Dino Buzzati, poeta-bam ­Dino », nella «Stampa », 10-4-’63: «Positiva mi sembra […] la decisione di Buz ­zati di vivere allo scoperto, di rendersi interamente pubblico fino ai confini del ridicolo, che è ridicolo solo per la gente meschina… ».

Eugenio Montale, Un amore, nel «Corriere della Sera », 18-4-’63: «Ma l’ipocrisia è pur sempre un male che dev’essere conosciuto, analizzato e rappre ­sentato. Rovesciando il guanto della sua rispettabilità (sua o del personaggio?) Buzzati ha imposto a tutti un esame di coscienza ».

Oreste Del Buono, Lascia la favola per un amore reale, in « Incom », 23-4-’63 : « Ma Buzzati non poteva rassegnarsi ad aspettare, ed eccolo tentare con Un amore la sortita dalla fortezza (o dalla prigione?), una sortita spregiudicata, eppure ama ­ramente, intensamente consapevole ».

Giancarlo Vigorelli, Un atto di coraggio, nel « Tempo », 4-5-’63 : « Pareva uno scrittore già fissato nella sua cornice : qui, egli ha fatto addirittura esplodere il proprio autoritratto. Un bel romanzo, ed un bell’atto di coraggio… ».

Luigi Baldacci, Buzzati trascina all’inferno l’architetto Dorigo, in « Epoca », 5-5-63 : « II primo merito suo ci pare insomma quello di non essersi reso prigio ­niero del proprio mondo di scrittore… ».

Pietro Citati, I gentili automi di Buzzati, nel « Giorno », 15-5-’63 : « Buzzati ha voluto rinnovare e aggiornare i suoi strumenti letterari… ».

Carlo Bo, Le cartoline del vecchio poeta, nell’« Europeo », 23-6-’66, recen ­sendo Il Colombre : « Si sa, per quanto riguarda Buzzati, il tentativo fatto con Un amore per uscire dall’impaccio di certe esecuzioni matematiche che, sostenute da una rara abilità di rappresentazione, finivano per diventare fine a se stesse. […] e bisogna dire che non si tratta soltanto di un calcolo utilitario ma di qualcosa che lo tocca assai più da vicino e mette in dubbio l’equilibrio della sua visione fantastica della realtà ».

Fausto Gianfranceschi tratta di Un amore, in Dina Buzzati (ed. Boria, ’67) ai capitoli Una prova a rovescio e Sperimentalismo. « Un amore, insomma, è una specie di prova a rovescio della sincerità dell’autore » (p. 70). Gianfranceschi in ­staura poi un convincente parallelo tra Un amore e Il deserto dei Tartari.

22 Per le rapacità di Buzzati a crear personaggi si confronti la nota 8. Quanto a Bosch, si veda nei « Classici dell’arte », Rizzoli, il volume L’opera completa di Bosch, ’66, con presentazione di Dino Buzzati: presentazione sotto forma di rac ­conto, ma sottilmente allusivo per l’aspetto magico e deforme del realismo buzzatiano. Si veda anche in Fausto Gianfranceschi, op. cit., al capitolo L’incontro con Bosch.

23 Un amore, Mondadori, ’63, pp. 196-197: « Eppure, in quella svergognata e puntigliosa ragazzina una bellezza risplendeva ch’egli non riusciva a definire, per cui era diversa da tutte le altre ragazze come lei, pronte a rispondere al telefono. Le altre, al paragone, erano morte. In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degrada ­zione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei con-dominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore ».

24 Un amore, p. 30.

26 Un amore, p. 36. 26 Un amore, p. 344.

27 Si legga in Ritratti su misura, a cura di Elio Filippo Accrocca, Venezia ’60, alla voce Dina Ruzzati, p. 101 : « La vita militare in fondo mi piace moltis ­simo. Il perché? Probabilmente perché in tutte le collettività rigidamente orga ­nizzate e il cui scopo trascende l’interesse individuale, chi vi entra, assumendone in blocco le leggi e i costumi, resta si irreggimentato, ma nello stesso tempo gua ­dagna una specie di libertà […]. Nello stesso tempo, l’uomo, anche se di tempe ­ramento debole, acquista una straordinaria forza… ». Riflessioni che si adattano a Pie, a Drogo e ad altri personaggi buzzatiani.

28 Il Capitano Pic, op. cit., p. 10. Giuliano Gramigna, recensendo il volumetto nel «Corriere della Sera », 17-l-’65 (Pic e il regolamento} ha scritto: «Ba ­sta dire che questi sono arguti “divertimenti” dello scrittore che sappiamo? Ma non sarà più giusto sottolineare quella ricerca di libertà contro le proprie forme canoniche, alle quali Buzzati non vuole arrendersi? (La coraggiosa prova di Un amore l’aveva già detto) ».

29 Giorno verrà! in Il Capitano Pic, op. cit., p. 35.

80 treni! I treni!, in Il Capitano Pic, op. cit., pp. 48-49.

81 Tre colpi alla porta, nel « Caffè », anno III, n. 5, p. 3.

32 In «Corriere della Sera », 21-3-’51.


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Bart