di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]
Ogni scrittore ha una sua immagine di letteratura e tende ad annullare le immagini fissate da altri, screditando pro poste e calcoli del passato. In tal modo egli finisce per avere due immagini distinte, anzi opposte di letteratura : due con cezioni, una concezione di purezza e di rigore e l’altra ne gativa che risponde all’idea di letteratura deteriore, di let teratura vinta e dominata dalla rettorica. Inutile ripetere qui la carica peggiorativa che si da comunemente alla parola « letteratura » quando di un libro o anche di un’azione umana si dice « è letteratura ». Così quando si intende esal tare un libro si dice : « non è letteratura » o « non è soltanto letteratura », volendo alludere a una parte di verità eterna, a una zona di purezza. Ad ogni modo il difficile sta nel distinguere bene i due movimenti, vedere dove comincia la parte attiva, dove invece si stacca quella della ripetizione e delle amplificazioni rettoriche. Accade infatti di sbagliarsi e di definire rettorica quella che è naturale, autentico quello che è frutto di applicazione rettorica.
La lotta fra i due termini o meglio fra i due aspetti fon damentali del termine letteratura è vecchia di secoli, ma, come si sa, soltanto alla fine dell’ottocento è stata ripresa con maggior attenzione e resta viva ancora oggi. Ora Claude Mauriac ha voluto centrare meglio il problema del supera mento della letteratura dall’interno della letteratura stu diando un certo numero di scrittori nuovi che obbediscono alla bandiera della aletteratura. Nel nostro caso, l’alfa privativa assume un valore del tutto inedito e sta a indicare una qualità, intende sottolineare lo sforzo di purezza intel lettuale, di assoluto rigore, il bisogno di dare al lavoro let terario un privilegio di incorruttibilità. In parole povere si tratterebbe di fare della letteratura senza letteratura, opere senza parti deteriori, senza debolezze, senza indulgere al gusto, alla moda, al peso morto della tradizione. Natural mente si tratta di una questione piuttosto complessa, so prattutto occorre vedere fino a che punto propositi e risultati coincidono : tutti a un certo punto hanno sentito il bisogno di rinnovarsi e sono andati contro un’immagine di lettera tura stanca e abusata, ma poi col tempo anche le voci nuove hanno acquistato una patina d’usura, diventando « lette ratura » nel senso spregiativo, per le nuove generazioni. Concludendo si potrebbe dire che la lletteratura non vuole essere una negazione della letteratura tout court ma al con trario una purificazione, un’esaltazione della letteratura stessa.
A ben guardare, è una forma più sicura, più agguerrita criticamente dell’eterno contrasto fra letteratura e vita. I fu turisti tanto per tenerci a un esempio di casa nostra, pre ferivano parlare di antiletteratura e si sa che nei loro pro positi non tutto derivava da improvvisazione e da deside rio di giuoco, almeno il centro delle loro insofferenze e delle loro proteste riguardava proprio l’usura delle vecchie formule e dei vecchi metodi della letteratura. Dada pochi anni dopo andava ancor più in là, faceva tabula rasa di tutto il passato e voleva ricominciare da zero. Infine venne il surrealismo, e il suo odio della letteratura â— nel senso negativo – era tale da rifiutare in pieno la definizione di «movimento letterario ». Ma dal 1924 â— data del primo manifesto – – sono passati più di trent’anni e le cose non sono migliorate sulla scena della letteratura mondiale e penso che ai giovani d’oggi i tentativi fatti dal Breton per restituire un po’ di vita al surrealismo, in modo particolare i primi tre numeri della sua rivista « Le Surréalisme, míªme » appaiono proprio come atti di un’accademia let teraria, frutti di una rettorica molto datata e fitta di grosse rughe.
È la sorte di tutti gli scrittori che cominciano all’opposi zione e con la polemica e del resto non potrebbe essere di versamente. O finire nel silenzio e nel rifiuto (ma i casi si contano sulle dita di una mano) o arrivare al compromesso fra i primi desideri e i risultati.
Claude Mauriac per definire l’aletteratura contempora nea si basa su diciassette scrittori d’invenzione, romanzieri sperimentali e saggisti. Troviamo Antonin Artaud, Michel Leiris, Georges Bataille, Camus Michaux e Simenon e tre stranieri Kafka, Miller e Beckett. L’indagine prosegue su Weidlé, sul biologo Jean Rostand, su Caillois, Barthes, Mascolo, su Cooran e sui due profeti del nuovo romanzo astratto, scientifico, del romanzo di stretto rigore, A. Robbe-Grillet e Nathalie Sarraute. L’Italia, come al solito, è dimen ticata, eppure anche da noi questo problema del migliora mento della purificazione della nozione letteraria è stato sentito e calcolato dai migliori. Non si dimentichi inoltre che al tempo del fascismo l’accezione negativa di lettera tura era aggravata in bocca ai teorici della rettorica del mo mento. La letteratura veniva contrapposta alla vita e con dannata come un inutile esercizio di vanità, se non come una prova di viltà. Non per nulla, proprio nel momento imperiale del regime, dopo l’avventura etiopica, un gruppo di giovani dette vita a Firenze a una rivista che si intitolava appunto « Letteratura » : era una protesta e insieme un atto di fede. Ora se Claude Mauriac avesse allargato le sue ricerche alla nostra letteratura, avrebbe trovato nei primi numeri della rivista il nome di uno scrittore che oggi è conosciuto e tradotto anche in Francia, quello di Tommaso Landolfi.
Anche Landolfi ha cominciato â— sia pure nell’ambito della sua rettorica costruita secondo le regole classiche â— inseguendo un ideale di aletteratura e bene o male oggi, dopo tanti anni, non ha rinunciato o meglio non ha rifiutato quello che è il dramma della sua vita, cercare di mettere d’accordo sentimenti, passioni e parole. L’ultimo suo libro, Ottavio dì Saint-Vincent che riporta a una delle sue prove più alte, Le due zitelle, costituisce un piccolo problema di identificazione letteraria per il lettore. Fino a che punto c’è giuoco e da che momento le parole in Landolfi acqui stano un altro colore e toccano il senso stesso della nostra vita? Naturalmente Landolfi non tradisce la sua natura di giuocatore assoluto e in una stagione di avventure e di gra tuite speculazioni al margine non perde il suo tono di di stacco: probabilmente protesterebbe vedendosi messo in sieme alla famiglia dei rinnovatori e degli sperimentatori. Chi legga certe sue cronache letterarie su un settimanale romano ha la riprova costante di quelli che sono i suoi gusti: un Mallarmé lo disturba e non lo convince ma può accettare il Diavolo di Papini e via di seguito. Ora anche questi suoi gusti â— pur facendo la dovuta tara al rispetto del personaggio che Landolfi ha costruito di sé â— ripro pongono i dati del suo dramma: in parole povere, Landolfi è angosciato dall’insufficienza della letteratura, dalla fragi lità dei mezzi di cui dispone lo scrittore, spesso è a dirittura prostrato da un’accidia superiore di fronte al suo mestiere e allora o forza il giuoco o nei casi più fortunati batte alle ultime porte della conoscenza umana.
Non è questo l’unico caso che denunci l’impasse in cui si trova la nuova letteratura: l’estraneo di Camus, la nausea di Sartre, la disperata solitudine di Beckett (è uscito in italiano Molloy, nelle edizioni Sugar) il senso di colpa di Kafka, sono altrettanti termini, altrettanti nomi dello stesso male. Lo scrittore moderno si sente sprovvisto, a dirittura incapace di fronte al suo compito di restituire la realtà: oggi sono scomparsi i gesti clamorosi di protesta (i colpi di rivoltella di Jarry) le chiassate dei futuristi, i processi dei surrealisti, anzi in apparenza la città letteraria esterior mente ha sposato la strada dell’ordine, ciò non toglie che tutti avvertano il male e cerchino vie d’uscita, correzioni e miglioramenti. Il nostro Landolfi è uno degli esempi più probanti di questa difficoltà di composizione, di adatta mento della letteratura alla realtà quotidiana: Landolfi entra nel giuoco dell’aletteratura per la sua eccessiva ric chezza di mezzi, per la dose eccezionale di « letteratura » il suo rigore nasce dalla stanchezza, dalla sfiducia, dalla mancanza di fede che ha nel mondo così com’è e nella sua letteratura, che è pure la più bella, quella in cui è stato edu cato, la letteratura dei Nerval, dei Baudelaire e dei Gogol.
21 marzo 1958.