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LETTERATURA: I MAESTRI: I «Miserabili » sugli altari

7 Marzo 2014

di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

Chi l’avrebbe detto? A cento anni dalla pubblicazione, i Miserabili sono di grande attualità, anzi hanno rovesciato completamente la loro posizione. Non più o non soltanto romanzo popolare, ma libro di importanza capitale e per la storia del pensiero di Hugo e per quella della società bor ­ghese. Ma non basta, i Miserabili sono un’opera religiosa e nelle intenzioni di Hugo avrebbe dovuto servire da diga contro l’ateismo dei repubblicani.

Tutte queste posizioni critiche â— e altre che trascuria ­mo – sono state sostenute e difese a Strasburgo una ven ­tina di giorni fa, nel corso di una « tavola rotonda » dedi ­cata al grande scrittore francese da specialisti di tutto il mondo. E che non si trattasse di un incontro puramente accademico e convenzionale risulta dal fatto che buona parte degli intervenuti lavora, prepara o sta addirittura per pubblicare grossi volumi di indagine sul poeta, sul romanziere e sullo spirito profetico del pensatore che fino a ieri veniva giudicato grossolano, ridicolo, trombonesco. La fa ­mosa boutade di Cocteau, per cui Victor Hugo sarebbe stato un pazzo che credeva di essere Victor Hugo, andrebbe final ­mente corretta così: Hugo era veramente quello che cre ­deva di essere.

Ma torniamo ai Miserabili di cui ci si appresta nei pros ­simi mesi a celebrare il primo secolo di vita. Non è poco per un libro che venne subito giudicato dai competenti, dagli uomini di gusto come un grosso esercizio, una grossa macchina senza senso, con gravi squilibri e non priva di intenzioni politiche troppo scoperte. A ripercorrere il cam ­mino della prima fortuna del romanzo tracciato adesso da Pierre Angrand (Victor Hugo raconté par les Papiers d’Etat ed. Gallimard), si vede che molte delle critiche mosse al romanzo, in realtà intendevano colpire la filosofia e le con ­vinzioni sociali del poeta. Non era solo questione di adu ­lare il regime dittatoriale di Napoleone III quanto di difendere una società basata per gran parte sulla ingiustizia e sullo sfruttamento.

Hugo non raccontava soltanto una storia per sé e per gli uomini di gusto, ma metteva a servizio di due o tre idee la sua prodigiosa fantasia e una grande forza di rappresenta ­zione. Anzitutto faceva una questione di principio. La legge è sufficiente al progresso dell’uomo, o invece è la coscienza di ogni uomo quella che deve regolare la vita? La bomba lanciata in una società che si vantava dell’ordine, delle buone regole, sortì tutto il suo effetto: e Lamartine rispose alla sfida con un atto di fede : « Voglio difendere la società che è una cosa sacra e necessaria » e proponendo di correg ­gere il titolo del romanzo così : « L’uomo contro la società » o meglio: «L’epopea della canaglia ».

Dedicando al romanzo ben due capitoli del suo Cours familier, Lamartine dava in qualche modo il la a tutti gli op ­positori di Hugo, invitando a distinguere il « talento subli ­me » dagli errori. I Miserabili, in conclusione era un libro pericoloso, non solo perché metteva sotto accusa e terroriz ­zava i ricchi e i fortunati, ma soprattutto perché dava troppe speranze agli infelici e ai diseredati. Non vale la pena di riprendere la lunga polemica protrattasi per oltre un anno (anche se sarebbe curioso studiare fino a che punto possa arrivare il desiderio di servire negli scrittori di obbedienza a tutti i costi); basterà sapere che su per giù tutti hanno fatto eco alle impressioni e alle suggestioni di Lamartine, mentre poi â— e qui sta la novità vera dell’episodio â— il grido di allarme di Hugo veniva ascoltato, ripreso e, qual ­che volta, messo in pratica.

Infatti ci potevano essere dubbi sulla bontà della posi ­zione filosofica e religiosa di Hugo, ma era ben difficile non riconoscere come giuste le accuse e le proteste del poeta in favore delle vittime della giustizia umana, dei carcerati, delle ragazze madri, dell’infanzia sfruttata. Insomma la so ­cietà reagì secondo le buone regole del gioco eterno del com ­promesso. A parole tutti presero le difese delle leggi del tempo (agli scrittori e ai giornalisti si aggiunsero i magi ­strati), ma in realtà qualcuno cominciò a studiare, a veri-ficare. Furono fondate delle associazioni di assistenza e la stessa stampa, che era una stampa imbavagliata, non poté fare a meno di promuovere delle inchieste ammettendo per esempio che le operaie delle manifatture, per vivere, do ­vevano integrare il salario di fame con il provento della prostituzione.

È un esempio, ne potremmo aggiungere altri, ma non importa. Ciò che conta, è stabilire che Hugo aveva detto la verità. Forse l’aveva amplificata, aveva giocato troppo di abilità, ma insomma lo scopo primo dell’opera era stato raggiunto, il suo libro non era risultato inutile.

Gli anni che sono seguiti, non hanno fatto che confer ­mare l’autenticità della sua visione. Caso mai ci sarà da os ­servare che il futuro ha reso più trasparente il pensiero di Hugo. A Strasburgo J. B. Barrère ha sostenuto che tutto il romanzo obbedisce a un preciso schema religioso, in quanto i Miserabili descriverebbero il cammino di Jean Valjean verso la santità. La storia dell’ex forzato sarebbe la storia di un’anima che attraverso il calvario delle esperienze terrene raggiunge la sponda miracolosa della « comunione dei santi ». Esagera lo studioso? Esagerano quelli che ne fanno addirittura un anticipatore un precursore dei grandi scrittori cattolici del ‘900? Hugo, libero pensatore, profeta dei grandi figli obbedienti della Chiesa, Claudel, Bernanos? Magari dei grandi rinnovatori del pensiero religioso, come Teilhard de Chardin?

Può darsi, a volte il tarlo dello scandaglio, il gusto della penetrazione e della sottigliezza sono insidiosi persuasori, ma nessuno può negare che la chiave dei Miserabili è quella dell’amore dell’uomo e del primato della coscienza. Né si tiri fuori la condanna all’Indice del libro nel 1864; proprio una casa editrice cattolica italiana, due anni fa, ri ­proponeva la lettura del romanzo in chiave cristiana, sia pure con qualche taglio. Forse è troppo mettere Jean Valjean sugli altari, ma non si sbaglia a vederlo come un personaggio pieno che Hugo ha derivato dalla parte più vera e profonda della sua anima religiosa.

30 ottobre 1961


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