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LETTERATURA: I MAESTRI: «È finita la spagnola »

31 Marzo 2015

di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, martedì 20 gennaio 1970]

L’osteria delle «Due Scale », che apriva le sue porte nel cortile di casa mia, era diven ­tata, con l’infierire della spagnola, un’abitazione privata. Nessun cliente vi compariva all”ora di pranzo, e solo pochi abitudinari vi si affaccia ­vano verso mezzogiorno o verso sera per ingollare qual ­cosa di forte contro il conta ­gio. La gran parte dei soliti clienti stava chiusa in casa per la paura o lottava contro la febbre, senza contare il nu ­mero di quelli che avevano dovuto soccombere e non sa ­rebbero mai più riapparsi al ­le « Due Scale ».

La mattina d’un giorno di fine aprile, l’anno era il millenovecentodiciannove, me ne stavo dentro l’osteria, presso una finestra aperta sul corti ­le, insieme al figlio dell’oste che aveva sette o otto anni come me. Guardavamo, in un libro di storia naturale, la ta ­vola a colori dove figuravano i principali uccelli del creato, dal passero all’aquila reale, con scritto a fianco di ciascu ­no la quota che potevano raggiungere nel volo. Stavo seguendo col dito i puntini che portavano dalla figura del falco al numero dei metri che la natura gli aveva assegnato per dominare la campagna, quando il figlio dell’oste mi toccò il braccio e con gli oc ­chi m’indirizzò lo sguardo al ­l’ingresso del cortile verso la Via Mercanti.

Entrava in quel momento il signor Matteo al braccio del ­la moglie. Piccolo, con la bombetta calcata in testa e il faccino rincagnato, avanzava a passi brevi e scattanti te ­nendosi quasi appeso al go ­mito della moglie: una vec ­chia magra e allampanata che lo seguiva di malavoglia, stu ­diando il passo, come l’accompagnatrice d’un cieco o di un paralitico.

Abbandonai il libro degli uccelli e uscii in cortile per guardare il nano e la sua con ­sorte che da sei mesi non uscivano più di casa. L’appa ­rizione dei due, prima della epidemia era consueta e qua ­si giornaliera. Al pari di mol ­ti altri abitanti della via, tra ­versavano il cortile per ab ­breviare il percorso verso la piazza del lago. Entravano come padroni da un andito e uscivano dall’altro, in forza di una usucapione che nessuno osava contestare tanto era an ­tica, immemorabile e ribadita dalla presenza di un’osteria nel cortile, la quale sottinten ­deva il libero accesso, il tran ­sito e perfino la sosta e lo schiamazzo.

Senza mai fermarsi alle « Due Scale », il signor Mat ­teo passava dal cortile quasi per affermare un suo diritto. Procedeva impettito e serio, col cappello duro in testa e indosso una specie di stiffe ­lius, che portava non per stravaganza, ma perché era l’abito dei suoi tempi, col qua ­le prima della guerra andava a teatro e alle sedute della So ­cietà Patriottica. Era quella palandrana, l’unico residuo, insieme alla bombetta, di una vita passata nell’agiatezza, in città, prima di finire tra i po ­veri del mio paese, lontano da chi l’aveva conosciuto ricco, brillante e spendaccione. Si sapeva infatti che il signor Matteo, figlio mal riuscito di una nobil donna e d’un ricco mercante, in gioventù aveva dilapidato un patrimonio, pur avanzando tanto da poter vi ­vere di rendita. Una rendita prima della guerra, di ben dieci lire al giorno, che gli con ­sentiva quasi l’agiatezza. Con ­tando sulle sue entrate, si era sposato condecentemente, e al ­lo         scoppio della guerra si era ritirato in una casa di cam ­pagna. Ma il fallimento di una banca l’aveva sospinto alle nostre rive, dove si era ridotto a vivere di stenti.

Sua moglie, che lo accom ­pagnava immancabilmente, metteva in mostra un altro piccolo campionario della mo ­da d’altri tempi. Portava un fichu sopra i capelli grigi, un corpetto che pareva una co ­razza e una sottana color to ­naca di frate così rigida da parer fusa nel metallo, e tanto alta in vita che il Matteo a quel livello arrivava appena con la cupola della sua bom ­betta.

*

L’uscita giornaliera dei due coniugi era cessata fin dall’au ­tunno precedente, quando la spagnola aveva cominciato a mostrarsi come un vero fla ­gello mandato da Dio a spo ­polare il mondo. Dalla stanza dove abitavano, sotto i tetti, scendeva ogni tanto rapida e quasi furtiva la donna, per provvedere un po’ di pane e un po’ di latte, ma il signor Matteo non compariva mai, tanto che qualcuno lo dava per morto e sepolto nella gran confusione di funerali che si accavallavano ogni giorno e ai quali nessuno più badava.

Invece ecco che nel pieno della mattina, e certo non sen ­za qualche importante ragio ­ne, il nano ricompariva nei suoi abiti consueti e al brac ­cio della moglie, come un portafortuna che si esibisse alla gente sbigottita e ormai ras ­segnata a morire.

Traversò il cortile, uscì nella piazza e andò diritto all’edicola dove comperò il gior ­nale appena arrivato col tre ­no di Milano. Diede un’oc ­chiata alla prima pagina, e dopo avervi visto campeggia ­re la notizia che cercava, tor ­nò verso il cortile di casa mia. Impaziente d’incontrare qual ­cuno, e trovando solo me sul ­la soglia del portone, mi sven ­tolò col braccio libero il gior ­nale sotto il naso, gridando: « E’ finita la spagnola. ».

Pareva che l’epidemia fos ­se scomparsa di colpo e che il Matteo, avendola vista far fagotto dal suo abbaino, si fosse precipitato in piazza a comperare il giornale, sicuro di trovarvi la conferma di quanto già sapeva.

Quell’annuncio quasi mi de ­luse, perché in tanta pubblica afflizione, mi era toccato il co ­modo e il vantaggio di una completa libertà. Abbandona ­to a me stesso dai parenti am ­malati e in distretta, potevo andarmene a zonzo per le strade e restare in giro tutto il   giorno, con la sola salva- guardia di un santino che mia madre mi aveva appeso al col ­lo sottopanni, cucito insieme a un sacchetto di canfora in cristalli. Entravo e uscivo da tutte le case, mi servivo di ci ­bo dove ne trovavo e spesso varcavo la soglia del vecchio Albergo alla Posta adibito ad ospedale militare, dove i sol ­dati, stesi nei letti in attesa della guarigione o della mor ­te, mi regalavano d’un frutto o di qualche ciotola di brodo per loro ormai inutile.

Ma tutto ciò che sembrava abbandonato e a disposizione dei predestinati alla sopravvi ­venza, stava per ritrovare un padrone. Tornava l’ordine e la disciplina, presto si sarebbero riaperte le scuole. Questo, vo ­leva dire il signor Matteo, che appena fuori dal mio portone aveva ripreso a gridare il suo annuncio, sempre col giornale in mano e senza mai lasciare il braccio della moglie che lo seguiva silenziosa e disgusta ­ta. Quasi trascinandola, tanto era invasato, l’ometto percorse tutta la contrada mettendo il capo dentro ogni bottega e ripetendo con la sua vocina stridula: « E’ finita la spa ­gnola! ».

L’epidemia era davvero al suo termine. Si alzavano dal letto, già in quel giorno, mia madre e mio zio, unici super ­stiti del mio ramo materno; altra gente, vicino a casa no ­stra, riappariva sulle soglie, sbiancata in volto ma viva. Era passato l’incubo che du ­rava da sei mesi.

Ci fu, quel giorno, un solo morto: l’ultimo della grande schiera che si era avviata al Cimitero di San Pietro in Campagna, come ai tempi del ­le antiche pestilenze. E fu il signor Matteo, che, verso sera, toltasi la bombetta e lo stif ­felius, si era disteso nel letto col giornale a fianco come per un pisolino e se ne era andato invece in silenzio all’altro mondo.

*

Molti, anni dopo, aggirandomi per il cimitero, capitai davanti alla sua tomba, ornata solo di un cespuglio di sem ­preverdi, e lessi la data di quel giorno memorabile: 27 aprile 1919. Quasi in sogno vidi la pagina azzurra del li ­bro di storia naturale con gli uccelli in ordine d’altezza ver ­so il cielo, l’ombra fresca del cortile delle « Due Scale » do- v’era passato per l’ultima vol ­ta il Matteo con la moglie al braccio, e il sole che si alzava sopra i tetti come un’insegna di vittoria. Dal cespuglio dei sempreverdi, o dalla memoria, la vocina stridula dell’indi ­screto banditore ripeteva an ­cora, sempre più fioca: « E’ fi ­nita la spagnola! », « E’ finita la spagnola! ».


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Bart