di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, martedì 20 gennaio 1970]
L’osteria delle «Due Scale », che apriva le sue porte nel cortile di casa mia, era diven tata, con l’infierire della spagnola, un’abitazione privata. Nessun cliente vi compariva all”ora di pranzo, e solo pochi abitudinari vi si affaccia vano verso mezzogiorno o verso sera per ingollare qual cosa di forte contro il conta gio. La gran parte dei soliti clienti stava chiusa in casa per la paura o lottava contro la febbre, senza contare il nu mero di quelli che avevano dovuto soccombere e non sa rebbero mai più riapparsi al le « Due Scale ».
La mattina d’un giorno di fine aprile, l’anno era il millenovecentodiciannove, me ne stavo dentro l’osteria, presso una finestra aperta sul corti le, insieme al figlio dell’oste che aveva sette o otto anni come me. Guardavamo, in un libro di storia naturale, la ta vola a colori dove figuravano i principali uccelli del creato, dal passero all’aquila reale, con scritto a fianco di ciascu no la quota che potevano raggiungere nel volo. Stavo seguendo col dito i puntini che portavano dalla figura del falco al numero dei metri che la natura gli aveva assegnato per dominare la campagna, quando il figlio dell’oste mi toccò il braccio e con gli oc chi m’indirizzò lo sguardo al l’ingresso del cortile verso la Via Mercanti.
Entrava in quel momento il signor Matteo al braccio del la moglie. Piccolo, con la bombetta calcata in testa e il faccino rincagnato, avanzava a passi brevi e scattanti te nendosi quasi appeso al go mito della moglie: una vec chia magra e allampanata che lo seguiva di malavoglia, stu diando il passo, come l’accompagnatrice d’un cieco o di un paralitico.
Abbandonai il libro degli uccelli e uscii in cortile per guardare il nano e la sua con sorte che da sei mesi non uscivano più di casa. L’appa rizione dei due, prima della epidemia era consueta e qua si giornaliera. Al pari di mol ti altri abitanti della via, tra versavano il cortile per ab breviare il percorso verso la piazza del lago. Entravano come padroni da un andito e uscivano dall’altro, in forza di una usucapione che nessuno osava contestare tanto era an tica, immemorabile e ribadita dalla presenza di un’osteria nel cortile, la quale sottinten deva il libero accesso, il tran sito e perfino la sosta e lo schiamazzo.
Senza mai fermarsi alle « Due Scale », il signor Mat teo passava dal cortile quasi per affermare un suo diritto. Procedeva impettito e serio, col cappello duro in testa e indosso una specie di stiffe lius, che portava non per stravaganza, ma perché era l’abito dei suoi tempi, col qua le prima della guerra andava a teatro e alle sedute della So cietà Patriottica. Era quella palandrana, l’unico residuo, insieme alla bombetta, di una vita passata nell’agiatezza, in città, prima di finire tra i po veri del mio paese, lontano da chi l’aveva conosciuto ricco, brillante e spendaccione. Si sapeva infatti che il signor Matteo, figlio mal riuscito di una nobil donna e d’un ricco mercante, in gioventù aveva dilapidato un patrimonio, pur avanzando tanto da poter vi vere di rendita. Una rendita prima della guerra, di ben dieci lire al giorno, che gli con sentiva quasi l’agiatezza. Con tando sulle sue entrate, si era sposato condecentemente, e al lo scoppio della guerra si era ritirato in una casa di cam pagna. Ma il fallimento di una banca l’aveva sospinto alle nostre rive, dove si era ridotto a vivere di stenti.
Sua moglie, che lo accom pagnava immancabilmente, metteva in mostra un altro piccolo campionario della mo da d’altri tempi. Portava un fichu sopra i capelli grigi, un corpetto che pareva una co razza e una sottana color to naca di frate così rigida da parer fusa nel metallo, e tanto alta in vita che il Matteo a quel livello arrivava appena con la cupola della sua bom betta.
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L’uscita giornaliera dei due coniugi era cessata fin dall’au tunno precedente, quando la spagnola aveva cominciato a mostrarsi come un vero fla gello mandato da Dio a spo polare il mondo. Dalla stanza dove abitavano, sotto i tetti, scendeva ogni tanto rapida e quasi furtiva la donna, per provvedere un po’ di pane e un po’ di latte, ma il signor Matteo non compariva mai, tanto che qualcuno lo dava per morto e sepolto nella gran confusione di funerali che si accavallavano ogni giorno e ai quali nessuno più badava.
Invece ecco che nel pieno della mattina, e certo non sen za qualche importante ragio ne, il nano ricompariva nei suoi abiti consueti e al brac cio della moglie, come un portafortuna che si esibisse alla gente sbigottita e ormai ras segnata a morire.
Traversò il cortile, uscì nella piazza e andò diritto all’edicola dove comperò il gior nale appena arrivato col tre no di Milano. Diede un’oc chiata alla prima pagina, e dopo avervi visto campeggia re la notizia che cercava, tor nò verso il cortile di casa mia. Impaziente d’incontrare qual cuno, e trovando solo me sul la soglia del portone, mi sven tolò col braccio libero il gior nale sotto il naso, gridando: « E’ finita la spagnola. ».
Pareva che l’epidemia fos se scomparsa di colpo e che il Matteo, avendola vista far fagotto dal suo abbaino, si fosse precipitato in piazza a comperare il giornale, sicuro di trovarvi la conferma di quanto già sapeva.
Quell’annuncio quasi mi de luse, perché in tanta pubblica afflizione, mi era toccato il co modo e il vantaggio di una completa libertà. Abbandona to a me stesso dai parenti am malati e in distretta, potevo andarmene a zonzo per le strade e restare in giro tutto il giorno, con la sola salva- guardia di un santino che mia madre mi aveva appeso al col lo sottopanni, cucito insieme a un sacchetto di canfora in cristalli. Entravo e uscivo da tutte le case, mi servivo di ci bo dove ne trovavo e spesso varcavo la soglia del vecchio Albergo alla Posta adibito ad ospedale militare, dove i sol dati, stesi nei letti in attesa della guarigione o della mor te, mi regalavano d’un frutto o di qualche ciotola di brodo per loro ormai inutile.
Ma tutto ciò che sembrava abbandonato e a disposizione dei predestinati alla sopravvi venza, stava per ritrovare un padrone. Tornava l’ordine e la disciplina, presto si sarebbero riaperte le scuole. Questo, vo leva dire il signor Matteo, che appena fuori dal mio portone aveva ripreso a gridare il suo annuncio, sempre col giornale in mano e senza mai lasciare il braccio della moglie che lo seguiva silenziosa e disgusta ta. Quasi trascinandola, tanto era invasato, l’ometto percorse tutta la contrada mettendo il capo dentro ogni bottega e ripetendo con la sua vocina stridula: « E’ finita la spa gnola! ».
L’epidemia era davvero al suo termine. Si alzavano dal letto, già in quel giorno, mia madre e mio zio, unici super stiti del mio ramo materno; altra gente, vicino a casa no stra, riappariva sulle soglie, sbiancata in volto ma viva. Era passato l’incubo che du rava da sei mesi.
Ci fu, quel giorno, un solo morto: l’ultimo della grande schiera che si era avviata al Cimitero di San Pietro in Campagna, come ai tempi del le antiche pestilenze. E fu il signor Matteo, che, verso sera, toltasi la bombetta e lo stif felius, si era disteso nel letto col giornale a fianco come per un pisolino e se ne era andato invece in silenzio all’altro mondo.
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Molti, anni dopo, aggirandomi per il cimitero, capitai davanti alla sua tomba, ornata solo di un cespuglio di sem preverdi, e lessi la data di quel giorno memorabile: 27 aprile 1919. Quasi in sogno vidi la pagina azzurra del li bro di storia naturale con gli uccelli in ordine d’altezza ver so il cielo, l’ombra fresca del cortile delle « Due Scale » do- v’era passato per l’ultima vol ta il Matteo con la moglie al braccio, e il sole che si alzava sopra i tetti come un’insegna di vittoria. Dal cespuglio dei sempreverdi, o dalla memoria, la vocina stridula dell’indi screto banditore ripeteva an cora, sempre più fioca: « E’ fi nita la spagnola! », « E’ finita la spagnola! ».