È morto lo scrittore Giorgio Scerbanenco

di Alfredo Berberis
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 31 ottobre 1969]

Dopo una brevissima malat ­tia si è spento l’altra mattina nella sua abitazione milanese di piazza della Repubblica 25, lo scrittore e giornalista Gior ­gio Scerbanenco. Nato a Kiev cinquantotto anni fa, era ve ­nuto giovanissimo in Italia in ­sieme con il padre, un inge ­gnere che aveva lasciato la Russia dopo gli avvenimenti del 1917. Proprio recentemente Scerbanenco si era recato a Parigi per discutere la realiz ­zazione di alcuni film che avrebbero dovuto essere tratti dalla sua fortunata serie di romanzi polizieschi. Tornato a Milano, aveva accusato una serie di leggeri malesseri ai quali tuttavia non aveva dato alcun peso: lunedì purtroppo, un improvviso collasso lo ha stroncato. Per suo espresso desiderio i funerali si sono svolti ieri mattina, in forma sem ­plicissima alla sola presenza dei suoi parenti più stretti.

Per anni il ritratto di Gior ­gio Scerbanenco, lo scrittore stroncato improvvisamente da un collasso cardiaco lunedì scorso nella sua casa milane ­se, era stato falsato da una sfumatura: il «rosa rotocal ­co ». Le pagine che ospitavano i suoi romanzi a puntate, quel ­le dei settimanali femminili, bastavano, da sole, a confinar ­lo, senza appello, nella riserva dei facili autori «per donne », in cui i visi pallidi della cri ­tica ufficiale non mettevano mai piede. Ed era un errore, perché in certi suoi libri avreb ­bero trovato un’aderenza alla vita contemporanea da croni ­sta attento e raffinato, uno sti ­le asciutto, senza troppi ara ­beschi sentimentali, un serio lavoro di scavo nella psicologia d’ogni personaggio. Qualità che gli sono state poi « scoperte » nelle storie poliziesche pubbli ­cate a partire dal 1966: Venere privata, la prima avventura del medico-detective Duca Lam ­berti, Traditori di tutti, I ra ­gazzi del massacro e I milanesi ammazzano al sabato, storie così fortunate da essere subito fagocitate dal cinema, che ce le proporrà tra breve.

Nato a Kiev, nel 1911, da ma ­dre romana e da padre russo che, professore di latino e gre ­co all’università, scomparve al tempo della rivoluzione, Scerbanenco aveva raggiunto l’Ita ­lia da bambino. La miseria l’aveva costretto ad abbando ­nare la scuola (non era riusci ­to ad agguantare neppure la licenza elementare…) ed a met ­tersi a bottega, dapprima come fattorino, poi come magazzinie ­re. Ma aveva collezionato, per guadagnarsi la pagnotta, altri mestieri, prima di scoprire quello di scrivere: tornitore, manovale, uomo delle pulizie, rappresentante di macchine calcolatrici, venditore di pub ­blicità per riviste. Fu, questo, il suo primo contatto con il mondo editoriale. In seguito diventerà collaboratore e diret ­tore responsabile di periodici ad alta tiratura, risponderà, con vari pseudonimi, da Adrian a Valentino, a milioni di cuorinfranti, pubblicherà più di settanta romanzi e un migliaio di racconti, da auten ­tico macinatore di trame, alla Balzac, alla Simenon.

L’avevo incontrato pochi me ­si fa, nel suo grande apparta ­mento di piazza della Repub ­blica. Per raggiungere il sog ­giorno, dove era solito lavorare â— la macchina per scrivere elettrica appoggiata su un tavolinetto basso, da tè, tutto tra ­ballante â— avevo dovuto sca ­valcare un campionario di gio ­cattoli, pericolosamente sparsi per terra dalle sue due bambi ­ne, Cecilia di cinque e Germa ­na di sei anni.

« Scusi, sa, ma io sono abi ­tuato a questa baraonda. Molti si domandano come faccia a produrre tanto. Forse è perché posso scrivere senza difficoltà in qualunque condizione mi trovi. Posso lavorare in mezzo a una spiaggia affollata, al caf ­fè, allo stadio; scriverei in tram, sulla metropolitana… » Era sereno, felice. Aveva appe ­na ricevuto il Gran Premio In ­ternazionale della letteratura poliziesca, a Parigi, aveva terminato un romanzo di guerra (che uscirà postumo da Lon ­ganesi), registi cinematografici e televisivi si contendevano i suoi soggetti. Mi parlò del viag ­gio in Francia. L’aveva com ­piuto in automobile, con la gio ­vane moglie e le due figlie.

L’automobile era il suo unico « hobby ». Aveva la patente, ma non voleva guidare, prefe ­riva affidare il volante a un autista di fiducia. Domenica sera, tornato da una clinica dove s’era sottoposto a una se ­rie di controlli per un lieve di ­sturbo che l’aveva colpito alle gambe, aveva chiamato l’auti ­sta. Voleva che fosse pronto per portarlo, con la famiglia, a Lignano, in una casetta che s’era comprato. Le bambine, pregustando la vacanza, avevano riempito una valigia di giocattoli e delle loro solite cianfrusaglie ed avevano pre ­gato la mamma di metterla già in macchina. E’ rimasta in anticamera.

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