Emozioni e pensieri

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, martedì 25 febbraio 1969]

Europa 1948

Nell’autunno di quell’anno visitai, per la prima volta, con alcuni colleghi, la Germania. Ospiti della RAF, in attesa del nostro turno per raggiun ­gere, col ponte aereo, Berlino- Ovest isolata dal blocco, an ­dammo di città in città. Fu allora che ebbi un’impressio ­ne simile all’altra ricevuta, bambino, dallo specchio da ­vanti al quale m’ero fermato per caso, subito atterrito dal ­la scoperta d’essere io colui che m’apparve dentro la mi ­steriosa dimensione: quello e non un altro, per sempre.

L’effetto che però mi fece trovarmi un pomeriggio a pas ­seggiare da solo nel centro d’Amburgo credo sia stata, se non altrettanto forte, più fa ­stidioso. Piovigginava e mi ri ­parai sotto i portici d’una piazza a guardare le vetrine che, invece di merci nuove, esponevano oggetti messi in vendita da famiglie rovinate dalla guerra: abiti, scarpe, stampe, porcellane, argenterie, gioielli. Non di questo m’im ­pressionai, ma di trovarmi in mezzo a gente che mi costrin ­geva a sentirmi più scuro di pelle e di capelli di quanto io non risulti a Roma o a Pa ­rigi. Per me, intanto, l’uma ­nità che mi circondava si dis ­solveva in un grande chiarore lunare.

Un’altra illusione del gene ­re, e, ancora di più, causa d’angustia, l’ebbi anni dopo quando, a Stoccolma, andai a mangiare in una di quelle fia ­schetterie nelle quali Italia, Francia, Spagna s’amalgama ­no: vedute di Venezia, di Na ­poli, di Siviglia, di Nizza, cap ­pelli di paglia di Firenze, boine basche, reclames di profu ­mi francesi, tutto ricordava il Sud ritenuto felicemente pec ­caminoso.

All’improvviso arrossii di vergogna e di rabbia. Entra ­vano clienti, caricature del ­l’uomo mediterraneo. Indossa ­vano abiti blu, si protegge ­vano il collo con sciarpe sgar ­gianti, avevano le basette lun ­ghe, i capelli unti. Fingevano di ignorarsi e si sedevano, uno a uno, alle piccole tavole apparecchiate per due, subito nell’atteggiamento di chi è di ­sposto a pazientare tuttavia si ­curo di sé. Presto, entrarono le biondone in su con gli anni che, dopo uno sguardo da intenditrici, sceglievano il loro tavolino. Allora, le cameriere accorrevano per le ordinazio ­ni, rassicurate da quella, ap ­pena giunta, clientela sicura ­mente solvibile.

Mi sentii giudicato, e mi colse lo sgomento già cono ­sciuto leggendo i diari di viag ­giatori inglesi o tedeschi degli scorsi secoli. Ma dopo avere letto si pensa: « Com’eravamo abbietti, un tempo ». Si sup ­pone che gli stranieri abbiano esagerato nella malevolenza. Anche dopo avere visto, si vorrebbe ripetere che non è così. Non ci riusciamo, men ­tre è vero: non siamo come sembriamo all’estero, o, guar ­dati da stranieri, in patria. Al forestiero, infatti, s’impone quanto differisce dalla sua realtà quotidiana.

Infine, per tornare al ’48, e al ponte aereo, appena fum ­mo a Berlino le impressioni epidermiche svanirono. Nella città distrutta, gelida, affama ­ta, violentata e punita, i cui abitanti erano mostri senza età e sesso, infagottati, febbri ­citanti, luridi, noi, tutti insie ­me, italiani, inglesi, francesi, americani e tedeschi, nello sforzo di capire la tragedia europea, ci sentimmo assimi ­lati da una stessa cultura, e non credo che avrebbe temuto d’essere estraneo il cinese o l’etiope che si fosse seduto al nostro tavolo, a mangiare ca ­rote lesse e purea fatta con i trucioli di patate disidratate che gli aerei sbarcavano a sac ­chi nei campi di Tempelhov e di Gatow per sfamare con lo stesso cibo vincitori e vinti.

Sinistra culturale

« Il suo errore è consistito nell’essersi messo fin dall’ini ­zio, e con che ostinazione, cul ­turalmente a destra… ». Me lo telefonano di fuori â— da Ro ­ma o da Firenze, è lo stesso â— a proposito d’un amico scrittore che, dopo avere svol ­ta un’esemplare attività lette ­raria e giornalistica, s’è tirato da parte.

Interrompo la telefonata. Definizioni come « destra », « sinistra », ormai ingannevoli nel dibattito politico, m’irri ­tano se riferite alla cultura. Esco in giardino e passeggio per eliminare l’angoscia che mi danno le genericità di cui oggi è intessuta la conversa ­zione. Poi, mi chiedo che avrebbe pensato di noi un ascoltatore estraneo che senza volerlo si fosse inserito, come succede, nel nostro colloquio, e rido; rido, quasi se assistessi alla scena d’una commedia.

« E’ evidente » si sarebbe detto l’intruso « questi due chiacchieroni saputi parlano d’un nostalgico dei vecchi tempi… ».

Invece, il discorso che il mio interlocutore voleva rivolgermi era probabilmente que ­sto:

« Il nostro amico, nei sa ­lotti, ha lasciato intendere di preferire l’Inghilterra all’Egit ­to, il Wisconsin alla Bolivia. Sebbene afflitto â— e nessuno dubiti della sua sincerità â— che in un mondo ritenuto opulento, milioni di bambini (e sì anche di adulti) muoia ­no di fame, non ha chiarito, come sarebbe stato opportu ­no, che gli fanno pena solo le sofferenze dei vietnamiti e dei palestinesi; quasi ha am ­messo d’angosciarsi per certe stragi che avverrebbero nel

Biafra. Non ha riconosciuto l’egemonia del nuovo sincre ­tismo, comprendente Budda, Cristo, Mao. Cieco d’orgoglio luciferino, caratteristico delle epoche oscure quando l’uomo s’illudeva d’essere al centro dell’universo, non ha recitato o almeno non a voce alta l’atto di contrizione dove ­roso in un europeo cosciente del male distribuito in quattro continenti. Col rischio di dise ­ducare i giovani, non ha qua ­si insinuato che gli inglesi se ­minarono qualcosa di buono in India, come gli austriaci in Lombardia o i Lorena in To ­scana? A sentirlo, i francesi lasciarono nelle colonie fer ­menti rivoluzionari.

« Mai si fosse fatto vedere alla Garbatella, all’Isolotto o alla Bovisa. Mai che scrivesse Johnson uguale Hitler. In let ­teratura, s’è lasciato sfuggire che lo scrivere è atto indivi ­duale â— dottrina questa di epoche remote â— e che non è necessario preoccuparsi di stabilire qual è l’arte dei no ­stri tempi. A dargli retta, essa va dove noi la mandiamo. Non ammette â— e magari coi suoi amici ne ride â— l’obbe ­dienza ai canoni che permet ­tono d’essere à la page, e che si dev’essere disposti ad ab ­bandonarli appena gli dei ne forniscano di nuovi. Eppoi che impudenza, citare Sten ­dhal, Flaubert, Thomas Har ­dy, non reagire quando qual ­che sprovveduto parla di Man ­zoni. Una sera, non l’abbiamo sorpreso mentre sussurrava a un giovane di leggerlo, Croce, prima di stroncarlo e di ri ­ ­derne? ».

Il rimorso

Un altro scrittore non me ­no amico afferma, giustamen ­te, a proposito del mea culpa recitato da molti europei per ottenere la remissione dei cri ­mini commessi dai nostri avi dovunque, che non è il caso di ritorsioni: cioè di rinfac ­ciare a popoli di altri conti ­nenti crudeltà magari mag ­giori.

D’accordo, ma dipende dal modo. E’ doveroso non aprire una contabilità dell’orrore, né soppesare la capacità di sadi ­smo con criteri geografici. Nei secoli, l’uomo perseguita l’uo ­mo. Mi chiedo tuttavia se per smitizzare colpe delle quali si ha il sentimento e non la cer ­tezza, non si debba invitare la gente alla storia, a patto di distinguere la storiografia dai testi di propaganda o di sfogo passionale. Qualche let ­tura attenuerebbe le pene di coloro che sapendosi, ahimè, di ceppo europeo, temono or ­mai d’essere senza rimedio dei mostri.

Appena ci si guardasse, in ­fatti, dal gusto infantile del patetico, e dagli impegni vi ­gliacchi della propaganda le letture storiche aggiusterebbe ­ro le prospettive, con la sco ­perta che se esistettero società nelle quali il corpo umano valeva zero, ne esistono an ­cora nelle quali lo spirito che ci anima è valutato ancora meno.

Si constaterebbe poi che in alcuni paesi â— dei quali mol ­ti sono, lo si voglia o no, euro ­pei geograficamente o per ori ­gini familiari â— il vero pro ­gresso ha coinciso non solo con la ricerca di migliori con ­dizioni di vita per tutti, ma in un graduale esame di co ­scienza. Quella che si dice autocritica non basta. Nell’ac ­cezione attuale, essa corrispon ­de a un atto opportunistico. Insomma, non dimenticando i roghi o i « nostri » che arri ­vano e sparano nella corsa verso l’Ovest, occorre ricor ­dare, non per ritorsione, le crudeltà del turco, del giallo, del rosso, magari senza biso ­gno di scriverne, anzi sempre al fine di non ingannare noi stessi flagellandoci. Semmai, la distinzione va ricercata a un diverso livello. Alludo a un genere letterario oggi poco di moda. Che so, ai saggi di Bertrand Russell, tradotti in italiano col titolo Storia delle idee del XIX secolo, in cui s’illustra il lato negativo del progresso industriale in Gran Bretagna, coi bambini dei po ­veri usati come stoppacci per sturare le canne fumarie. E non guasterebbe ricordarci del rapporto di Estes Kefauver, conosciuto, in italiano, come Il gangsterismo in America. Sono modelli non di contesta ­zione ma d’igiene mentale. Il resto, coi ragazzi che si fan ­no cotonare i capelli all’afri ­cana, è commedia.

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