Emozioni e pensieri

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 7 marzo 1969]

Il ragazzo rapito

Mi pare il caso di parlar ­ne, non per avere io elementi nuovi sul rapimento d’Erman ­no Lavorini ma per scagio ­nare almeno in parte una cit ­tà descritta come una Sodoma e Gomorra, o come un nuovo Tombolo: la pineta in cui tra il ’45 e il ’50 si raccolsero borsari neri, ladri, assassini, prostitute e lenoni. Oggi, in seguito a un fatto straordina ­rio, una intera città viene fraintesa e dipinta con tinte che non le s’addicono.

Viareggio e la Versilia si sono involgarite, è vero. La speculazione edilizia, l’insen ­sibilità della sovrintendenza, il cattivo gusto che cresce pro ­porzionatamente al benessere hanno distrutto l’amenità di una regione che derivava dal ­l’incontro fra il mare e la mon ­tagna. E’ innegabile: le prosti ­tute battono le pinete, gli anor ­mali, vergognosi e impudichi, cercano lungo la costa di sfo ­garsi; corrompono, incappa ­no nel crimine. Un uomo di legge m’assicura che a Via ­reggio si dà, rispetto ai casi di altre città toscane o emi ­liane, un numero maggiore di delitti sessuali; aggiungendo subito però che non si deve trascurare un particolare: a soddisfarsi, vengono in Versi ­lia uomini e donne che al ­trove ostentano rigore mora ­listico.

Viareggio invece la giudi ­cherei da altri fatti che le so ­no più congeniali e che rive ­lano la natura della sua viva ­cità. Or sono due anni, du ­rante uno sciopero delle scuo ­le, un commissario di P.S. fu così violento da mandare al ­l’ospedale a curarsi alcuni ra ­gazzi. Subito, quasi senza dif ­ferenziazioni politiche, la cit ­tà protestò. Il questore di Lucca â— lo stesso che, in se ­guito, avrebbe dovuto occu ­parsi della Bussola e del ra ­pimento d’Ermanno Lavorini â— accorse, si lasciò assediare nell’edificio del commissaria ­to, ebbe un attacco di cuore, fu ricoverato all’ospedale. I minatori di Seravezza scesero coi loro esplosivi… Parve ri ­petersi la rivoluzione del ’20, che Mario Tobino ha descrit ­to in « Sulla spiaggia e di là dal molo ». E solo il buon senso dei partiti, preziosi e in ­sostituibili mediatori fra un paese nevrotico e la legge (ec ­co una verità da ricordare agli anziani e ai più giovani, gli uni e gli altri male informati, evitò che i viareggini si ri ­bellassero, e che occorresse per calmarli, come appunto quarantotto anni or sono, l’in ­tervento dell’esercito e della marina.

Al contrario, nel mese scor ­so, la polizia, appena ha avu ­to l’ordine di presentarsi al ­l’uscio delle più di diecimila case viareggine, non solo non le trovò chiuse, ma, sebbene non forniti d’un mandato, gli agenti furono invitati, spinti a entrare. Guardassero, fru ­gassero, si rendessero conto: fatto a cui mi sembra oppor ­tuno dare evidenza per ren ­dere giustizia a una città che di barbarico ha solo il nome pretenzioso d’alcuni locali.

Colonnello Bernacca

Nello scorso febbraio, col ­pevole d’informarci sul clima, è stato l’italiano più discus ­so, anzi più calunniato. In ­vece, messomi ad ascoltarlo, ogni giorno all’una e mezzo circa, mi sono accorto che, sia pure con relativa attendibi ­lità, è spesso nel giusto. La sua scienza è più attendibile di quanto si dica, e se la gente è convinta del contra ­rio, avviene perché leggere e capire è difficile ma ascolta ­re e guardare senza frainten ­dere l’è assai di più.

Non sopporto i nemici della radio e della tv. Non m’uni ­sco al coro. La maggior parte mentono per spocchia, quan ­do giurano di non seguire i programmi. Con identica ipo ­crisia, i nonni dei patiti delle cineteche, mezzo secolo fa, sprezzavano il cinema, roba da baraccone dicevano, e tut ­tavia scivolavano di nascosto a guardare i film della Menichelli e della Lida Bertini. Semmai da tenere conto che una notizia udita entra da un orecchio ed esce dall’altro, e che l’occhio stenta a cogliere appieno il senso d’una im ­magine balenata sul video.

Porto alcuni esempi. Nel ca ­so del terrorismo nel Medio Oriente, ogni ascoltatore-spet ­tatore ritiene, della notizia udita e vista, quanto giova ai suoi pregiudizi. Se egli, schia ­vo del nuovo conformismo, è antiebraico, appena sente che i giudici israeliani hanno con ­dannato un terrorista, è si ­curo che il carnefice l’abbia già impiccato; mentre l’arabo, ritenuto a torto o a ragione colpevole, per lo più dovrà scontare solo un po’ di prigio ­ne. (Però, che gli costerebbe, ai redattori della tv e della ra ­dio, dare, quando i giudici sono israeliani, precisazioni sull’entità della condanna?).

Altro esempio. Scioperi do ­ve che sia. La tendenza, lo so, cresce nel paese; ma i so ­stenitori dell’ordine a ogni costo â— quelli che alle agi ­tazioni altrui s’allarmano e invocano il mitra â— gridano subito che la rivoluzione è già cominciata. Per ciò, i re ­dattori del telegiornale han ­no responsabilità più difficili da sostenere di quelle che incontrano i compilatori del ­la stampa scritta e stampata. Rischiano, ogni momento, di essere, come succede al colon ­nello Bernacca, fraintesi.

I cambiamenti

« Ci s’accorge di avveni ­menti irrisori, prima trascu ­rati » dice un amico che fu gravemente ammalato all’a ­mico che ha lasciato la cli ­nica da pochi mesi. « Ve ­drai â— continua â— come la natura ti si rivela nuova. Di ­venti più attento. Si vorreb ­be aiutare le gemme delle piante a fiorire; si scorge, nelle erbe strinate dal gelo, un indizio di risveglio ».

« E’ vero » risponde l’altro poco convinto, perché in lui la guarigione ha suscitato un’alacrità che potrebbe an ­che essere scambiata per un nuovo insorgere di spiriti bat ­taglieri. Anzi, l’idea di goder ­si con prudenza quella giun ­ta di vita concessagli dalla scienza medica gli ripugna. L’ascolto dell’erba che, come si dice, cresce, l’annoia, e quasi si chiede se la proroga ottenuta non comporti nuovi impegni (ma non esageria ­mo) rischiosi.

Ancora Machiavelli

Se ne continua a parlare perfino nei congressi dei par ­titi. Felice la citazione di Berlinguer nel consesso co ­munista di Bologna riguardo ai paesi sconosciuti di cui non merita conto ragionare. Felice e sorprendente giacché la sinistra italiana, PCI com ­preso, s’è illanguidita in un sentimentalismo a cui solo l’isteria dà un’illusoria appa ­renza feroce.

Ma meraviglia di più la indifferenza degli scrittori. Avrebbero ragione di tacere, se lo facessero per sottrarsi alla convenzionalità comme ­morativa. Ma non è così. Nel settimo anniversario della na ­scita di Dante, leggiucchiaro ­no la Commedia e pontifica ­rono sullo stile. Nella ricor ­renza attuale invece tempo ­reggiano.

Tra i nostri contemporanei e Machiavelli certo sussistono equivoci. Per i protestanti, se non un papista â— ci man ­cherebbe! â— resta un corrot ­to italiano rinascimentale. Per molti italiani d’oggi è un auto ­re in cui i fascisti cercarono di rinvenire non so quale giu ­stificazione. Diffidenze non casuali, giacché ogni tempo pesca in un’opera vitale quan ­to gli serve e gli conviene; ma appunto per ciò, accanto all’interpretazione dei filolo ­ghi, occorrerebbe, affidata al gusto, una interpretazione let ­teraria.

Invece i romanzieri, i poe ­ti e i saggisti che stanno ap ­punto a metà strada fra lo spirito della narrazione e le effusioni liriche, sono pru ­denti. Tante le ragioni; ogni autore avrà la sua, di sicuro. Oggi, per esempio, sono tor ­nati in auge i generi lette ­rari che la critica idealistica aveva polverizzato. Si stabilisce dove il romanzo comin ­cia e, con esattezza da vec ­chi retori, dove stinga nel saggio e nella lirica. Fatte le debite distinzioni, i nuovi re ­tori propongono un rigoroso repertorio di contaminazioni. V’è da scegliere fra il romanzo-saggio e il romanzo-lirico, il romanzo-sociologico e il ro ­manzo lirico-saggio-socio-psicanalitico. Importante non è comunicare, senza schemi, il proprio mondo fantastico e morale, ma dimostrare a una immaginaria élite di conosce ­re le regole e di saperle ap ­plicare.

Mai esistito invece uno scrittore più irrispettoso dei canoni, specie di quelli di moda ai suoi tempi. Machia ­velli naturalmente si sforzava d’adottarli per contenere le sue straripanti emozioni frut ­to d’esperienza e di studio. Però le parole che usava, di ­sposto ingenuamente a porle al servizio d’un protettore â— d’un padrone si dice oggi mentre nuove burocrazie so ­stituiscono il patronato â— uscendogli dalla penna diven ­tavano realtà plastica. Per poco, invece di darci un trattato politico, anticipa col « Prin ­cipe » un qualcosa â— raccon ­to, discorso, pittura di carat ­teri â— che sta fra « Le rouge et le noir » di Stendhal e « I Demoni » di Dostoievsky. Sa ­pendo che i « padroni » di lui non sapevano che farne, spende il tempo non a ingaglioffirsi ma a rammaricarsi di non sapersi inserire come gli farebbe comodo. Simile a Belphagor, arcidiavolo della sua novella, mette ogni tanto fuori la testa, s’incanta a guardare il mondo, poi si ritrae di nuovo, non scanda ­lizzato: divertito e soddisfat ­to d’avere avuto dalla sorte la virtù d’una rivincita in col ­loqui non solo con gli « an ­tiqui huomini » ma anche, di là dalla sua speranza, con noi, a patto s’abbia orecchi per ascoltare rivivere quanto si ode.

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