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LETTERATURA: I MAESTRI: Eugenio Montale. Discorrendo della fine del mondo

5 Settembre 2015

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì, 12 dicembre 1968]

Cancogni – Si va formando, o s’è già formata, la convinzione che stia ­no accadendo grandi cose, che l’uma ­nità stia attraversando una fase de ­cisiva; forse si va verso la fine, forse sta nascendo un mondo nuovo. 

Montale – Le commedie di Cecov sono piene di gente che fa discorsi del genere sull’avvenire del mondo. Tu credi che anche nell’antichità ci siano stati periodi simili? Che anche gli antichi, voglio dire, in certi periodi, abbiano pensato di essere a una svolta decisiva?

Cancogni – Non credo. Non erano ossessionati dalla storia come noi.

Montale – Nemmeno io. Penso che questa problematicità globale sia propria dei tempi moderni, diciamo dall’illuminismo a oggi. In questa misura poi forse è un fatto nuovo. Lo domando. Non sono sicuro di nulla.

Cancogni – Atteniamoci dunque a quel che si sente dire, che si legge. Diciamo anche noi che siamo a una svolta.

Montale – Svolta, fuori della terminologia stradale è una parola assai impropria; ma prendiamola per buona. Se vuol dire che il mondo, da oggi, può indirizzarsi in un senso che contraddice tutta la storia passata, ebbene, in questo caso, non dimentichiamo che c’è stato Gesù Cristo.

Cancogni – Dicevi poco fa che gli antichi…

Montale – Contraddizione apparente. Un simile pensiero palingenetico è proprio dell’esperienza religiosa, o almeno lo era, fino ad oggi. Gesù comunque parlò di avvento del Regno, disse agli apostoli, se ben ricordo: “Alcuni di voi lo vedranno”. Dunque si aspettava la svolta a breve distanza. Fu deluso, sono passati da allora venti secoli. Non vedo traccia nella storia passata del Regno di cui parlava. Dobbiamo credere che non si riferisse a un Regno sulla terra.

Cancogni – Così siamo venuti a parlare di religione. Ä– un terreno pericoloso che, specialmente in situazioni confuse politicamente e culturalmente si presta a molti equivoci.

Montale – Come vuoi non parlarne quando s’affrontano certi problemi come l’avvenire del mondo, il destino dell’uomo… Penso che il carattere della nostra epoca, fondamentalmente non sia come ha detto Nietzsche, di avere ucciso Dio, ma di averlo sostituito con altri ingredienti…

Cancogni – Anche quelli che continuano a crederci, o fingono, lo stanno manipolando in tale maniera che non si capisce più di chi parlino.

Montale – Diciamo che anche loro si aggiornano. Può darsi che sia giusto. Certo che su questa strada si arriva a dei risultati curiosi. A proposito ho assistito tempo fa a una messa beat. In linea di principio non ho nulla contro. Ä– giusto che i riti cambino; i riti in fondo sono degli spettacoli, appropriati al gusto e alle capacità d’intendere degli spettatori. Benissimo, si cambino pure i riti. Tuttavia quando a un certo punto attaccarono a cantare il “Paternoster” con un certo ritmo sincopato, dico la verità, mi venne da ridere. La farsa era fin troppo evidente.

Cancogni РParliamo dei surrogati coi quali si ̬ sostituito Dio.

Montale – Ce ne sono parecchi, un polverio, una nuova religione politeista si direbbe.

Cancogni – La patria, la nazione, la razza, la classe, il progresso, la rivoluzione… Idoli che sono già coperti di muffa. I veri valori, come la ragione, la scienza, la storia, diventano spesso oggetto di un culto distorto.

Montale – A volte sono un camuffamento dei vecchi idoli. Prendiamo la ragione per esempio. Ha distrutto la vecchia teologia. Benissimo. Ma ne ha ereditato l’ambizione, le forme. La forma dialettica, hegeliana, con la tesi, le antitesi e la sintesi, non so perché mi ricorda il principio trinitario. Trovo che è una formula molto pericolosa, a parte la sua dubbia fondatezza logica. Chi la adotta è come se pretendesse di produrre sì il male ma di espellerlo col superamento. Tesi, il bene, antitesi il male, sintesi… e si è a posto.

Cancogni – Tesi, la democrazia liberale, antitesi il fascismo, sintesi…

Montale – Per i manichei, intendo dire chi crede nel bene e nel male come due fatti distinti e inconciliabili, il male sussiste sempre, te lo porti attaccato come la pelle… Molti anni fa scrissi una poesia a questo proposito, che ho pubblicato giusto l’altro giorno. Finisce così: II sistema ternario produce il viale e lo espelle / mentre il binario se lo porta dietro. / Ma il ternario lo mette sottovetro / e se vince lo adora. / Va de retro, / Satana! Mi piaceva la rima vetro, retro… Ma tu, piuttosto, credi che la storia sia come dire, pianificata da un ente superiore, che vi sia una ragione immanente, una logica?

Cancogni – Direi proprio di no, penso che sia assolutamente casuale. Un accumularsi di fatti contradittori, con un poderoso apporto del caso, dell’inerzia, fra i quali la ragione cerca di mettere un po’ d’ordine… Comunque è la sola realtà su cui, almeno a posteriori, possiamo basarci con una certa sicurezza.

Montale – Penso anch’io la stessa cosa. Mi pare che andiamo troppo d’accordo. Sarebbe meglio discutere, litigare un po’. Se ammettiamo, per ipotesi, che l’Essere, questo ente, Dio tanto per intenderci, ci sia, devi anche ammettere che non si occupa di noi e delle nostre faccende, è estraneo alla storia. La coscienza di una simile condizione (noi qua coi nostri guai, inutilmente, Lui fuori del tempo e dello spazio, chissà dove) dovrebbe provocare una terribile angoscia, spingere al suicidio. E invece si continua a vivere, a fare, ad arrabattarci…

Cancogni – Abbastanza allegramente anche. La vita, per fortuna, è più forte della coscienza. Fosse il contrario, l’idea della fine, e dell’assurdità dell’esistenza, basterebbe a paralizzarci.

 

Montale – Quanto più forte è l’idea, l’intuizione, dell’Essere, tanto meno reale appare la realtà. Non equivocare; quando dico Essere non penso al Dio della Bibbia, né all’Ente supremo dei deisti, né al Primo motore immobile di Aristotele. Dico Essere per dargli un nome, ma è qual cosa di assolutamente inconcepibile perché si sottrae alle forme del nostro pensiero. Il pensiero potrebbe essere tutt’al più uno dei suoi infiniti attributi. Ä– l’interrogativo finale, l’ultimo perché, l’x di un’equazione impossibile… Ebbene, quanto più diamo realtà a questo x, tanto meno ne resta per noi, per l’esistenza. Se ammettiamo l’Essere, l’uomo non è.

Cancogni – Però esiste, contentiamoci della sua realtà storica.

Montale – No, non esiste, è un’apparenza, un puro fenomeno (io del resto sin da ragazzo ho sempre dubitato della realtà della materia, dello spazio, del tempo) un puro fenomeno dicevo, che peraltro non può sentirsi soddisfatto del suo stato, tranne illusori momenti di felicità, brevi illuminazioni, anche perché è roso da questa aspirazione all’Essere. Ä– un mistero che nessuno può chiarire, né i filosofi, né i religiosi, nessuno. Perché mai l’uomo deve avere questa aspirazione, questa scontentezza, questa intuizione dell’Altro?

Cancogni – Mi chiedi l’origine del sentimento religioso? Ne hanno date molte spiegazioni. Direi che alla base c’è la paura della morte, il senso della propria finitezza, un desiderio di sopravvivere. C’è l’ipotesi freudiana. Dio sarebbe la proiezione metafisica dell’immagine paterna.

Montale – Dubito molto che nell’uomo primitivo esistesse l’”imago paterna”. Ipotesi suggestiva ma anche improbabile. La psicoanalisi non è applicabile a epoche tanto remote.

Cancogni – Dio è un’astrazione intellettuale; all’origine c’erano enti più concreti, i pianeti, le stelle… Un’origine che forse agisce ancora nella nostra psicologia. Io per esempio da bambino collegavo l’idea di Dio al sole. Lo vedevo che ardeva lassù, specie d’estate con quella forza tremenda. Io tendevo a stare all’ombra, mi volevo riparare la testa col cappello. A mia madre piaceva che andassi a capo scoperto, in capelli, in piena luce. Io sentivo il sole che mi picchiava in mezzo al capo e avevo paura, protestavo. Mia madre mi scongiurava di tacere: “Non sai che è l’occhio di Dio!”.

Montale – Sappiamo del resto che l’astronomia è stata sempre in auge in tutte le civiltà. Ho sentito in proposito una conferenza di Santillana molto interessante. L’astronomia è certamente collegata alla storia delle religioni. Sirio per esempio è una stella che ha avuto una grande importanza. Ä– stato un punto cruciale astronomico e religioso nella storia del mondo antico, Sirio. Non importa conoscere l’origine di questo nostro stato angoscioso. Sappiamo che dobbiamo finire: questa certezza ci rimanda all’Essere, all’eternità. È questa condizione che ci differenzia dagli animali, non il linguaggio come altri sostengono (sono convinto che a modo loro gli animali parlino, comunichino) né la preveggenza del futuro (i castori ce l’hanno sicuramente).

Cancogni – Di questo non sono poi così sicuro. La morte anche gli animali la sentono, la vedono e ne hanno paura. Forse non ci pensano, con la chiarezza degli uomini, e non si fanno domande in proposito. Il mio cane per esempio, Pirie, un giorno assisté all’investimento di un suo collega…

Montale – Qui è la differenza. Gli animali non trascendono mai il fenomeno, il dato sensibile. L’uomo ha questo bisogno di trascendenza. Credente o no. Ä– inimmaginabile un uomo che ne sia privo. Chi può dire di vivere soddisfatto nel mondo dei fenomeni, delle cose finite, senza farsi domande, chiedersi il perché?

Cancogni – Ora finiremo per parlare della sopravvivenza.

Montale – E come si fa a immaginarla? Se esce dallo spazio, dal tempo, il nostro pensiero si smarrisce. Se C’è la sopravvivenza nel mondo, negli affetti, nel pensiero, nella storia, la sopravvivenza dei poeti. Ma è breve, troppo breve. Fra duemila anni chissà se qualcuno ricorderà persino il nome di Foscolo. Anche la nostra lingua probabilmente scomparirà. Fra duemila anni l’italiano sarà indecifrabile. Ci sarà una lingua universale, forse l’inglese; poi scomparirà anche quello; forse i mezzi audiovisivi daranno un colpo mortale a tutte le lingue. No, mio caro, la storia da questo punto di vista offre magre consolazioni.

Cancogni – Come surrogato dell’eternità, ammetto che sia piuttosto insipida. Ma ora vorrei che tu mi chiarissi un punto. Dicevi che il carattere distintivo della nostra epoca, è d’avere sostituito Dio con dei surrogati. Cos’è che ti dispiace: la scomparsa di Dio, o il fatto che gli uomini abbiano messo al suo posto infiniti altri dèi? Personalmente è questa sostituzione che mi repugna di più, ch’io trovo balorda e pericolosa.

Montale – D’accordo con te sui surrogati: hanno un cattivo sapore, suonano falso. Ma stanno a dirci una cosa: che gli uomini li hanno inventati perché ne avevano bisogno, così come avevano avuto bisogno di Dio. Il guaio è che nella sostituzione hanno barato. Se avessero, supponiamo, costruito un gran monumento, una specie di torre Eiffel e avessero detto: questo è Dio, sarebbe stato poco male. No, si sono messi loro stessi al suo posto. E questo è ridicolo, grottesco.

Cancogni – Ecco il punto: l’uomo moderno s’è preso troppo sul serio. Ä– arrivato a credere che ogni suo atto, magari una fisima, sia di enorme importanza, ha perso il senso delle proporzioni, e soprattutto della sua modestia e precarietà. La divinizzazione della storia è soprattutto un atto di presunzione. Così si capisce come si arriva a pretendere d’essere giunti a una svolta.

Montale – Ä– ridicolo, grottesco. Le concezioni astronomiche sono cambiate, ma l’uomo continua a credersi al centro dell’universo, d’esserne addirittura il motore. Ä– Dio. Le filosofie più recenti vanno in tutt’altra direzione; come la scienza si propongono obiettivi molto modesti; ma psicologicamente è come se fossimo rimasti a Hegel che raccontava di aver visto, una mattina, lo spirito del mondo, incarnato nel re di Prussia, d’ispezione alle caserme.

Cancogni. Quest’illusione di tenere a balia la storia, questa pretesa d’essere consapevoli pienamente di ciò che accade giorno per giorno è una illusione perniciosa. Ä– fra l’altro un atteggiamento poco favorevole alla poesia, mi pare.

Montale – Direi addirittura negativo, sotto questo aspetto. La poesia non nasce da uno che crede d’essere sull’Everest. Se ti credi Dio non puoi essere un poeta. Se credi di possedere l’Essere, la poesia non può servirti, né puoi servirla. Ma guarda come anche nella poesia, nell’arte, l’uomo rivela la sua profonda presunzione. Si pretende anche qui d’avere una piena consapevolezza di ciò che sta accadendo, di quello che accadrà. Si analizza, si programma, si pianifica, questo sì, questo no, si danno spiegazioni sociologiche, economiche, scientifiche… non si è mai vista tanta superbia e tanta ingenuità. Si dice per esempio che l’arte figurativa non è più possibile. Ma perché mai? L’ossessione della storia è diventata ossessione dell’attualità. E si dimentica per esempio che un pittore come Ingres che oggi si venera, è stato sempre inattuale, anche nel suo tempo.

Cancogni – C’è una gran fretta di chiudere i conti. Ogni sera, come se fossimo dei bottegai, si fruga nella cassa.

Montale – Nella mia prima giovinezza si parlava ancora di lettere e di arti, come due classi distinte. La tradizionale distinzione dei generi letterari era già finita, Croce, l’aveva battuta in breccia non so se a ragione. Oggi sta scomparendo anche la distinzione fra le singole arti, fra le lettere e le arti, si parla di eventi riconducibili tutti alla grande categoria dell’esistente. Finché si arriva a questa conclusione paradossale che scompare anche la distinzione fra produttore e ricevitore. Anzi, fra i due, chi conta di più, oggi è il secondo. Ascoltami. Se tu vedi una pietra, e dici: “bella” ecco che quella pietra diventa arte. Il produttore non c’è (è la natura) c’è il ricevitore che si sostituisce a lui “intenzionando artisticamente” una cosa. Chi è l’artista oggi? Non colui che fa le cose d’arte ma chi “intenziona d’arte” le cose. In questo modo siamo tutti artisti.

Cancogni – Il che equivarrebbe a dire che l’arte è finita?

Montale – Considera che il numero dei ricevitori aumenta. Potenzialmente lo siamo tutti, ma presto lo saremo tutti in atto. La gente che studia è sempre in aumento, sono diecine e diecine di milioni, centinaia, e tutti, messi al corrente da qualche manuale di divulgazione, saranno in grado di intenzionare qualsiasi cosa, una roccia, una nuvola, una crepa nel muro, un mucchio di spazzatura, una macchia di pipì, il ruggito di un automobile, lo scricchiolio di una foglia secca, il fragore di una saracinesca abbassata… vivremo in un mondo d’artisti, avremo l’arte dovunque volgeremo gli occhi, tenderemo l’orecchio, fiuteremo l’aria…

Cancogni – Pensi che questa marea sia un fenomeno irreversibile, che allagherà tutta la terra, senza lasciare qua e là qualche isolotto?

Montale – Non so, personalmente continuo a credere nella forza dell’inattualità. Se c’è stato Ingres, in contrasto col suo tempo, se c’è oggi un Manzù che non ha nulla a che vedere con le correnti in auge, se c’è un artista inattuale, per quanto sporadico e raro, non è detto che questa marea, questa colata, non lasci qualche punto di riparo, dove qualche solitario continuerà a fare l’arte. Dimmi tu piuttosto: dal momento che s’afferma che la prima responsabile di questo fenomeno è la civiltà industriale, la società capitalista, l’economia dei consumi eccetera credi che il socialismo possa arrestarlo? Invertirne il corso? Credi insomma che il socialismo possa moralizzare il mondo delle arti?

Cancogni – Ragionando per astrazioni dovrei dire di sì; abbattendo il mercato libero, che ha, se non causato, certamente incentivato le correnti più avanzate dell’arte contemporanea, si avrebbe comunque un arresto. C’è l’esempio della Russia e dei Paesi dell’Est. Ma è un esempio positivo?

Montale Ä– naturale che un regime socialista in un primo tempo sia conservatore per ciò che riguarda l’arte. Lo era Stalin, lo fu anche Lenin. A parte le evidenti ragioni sociali, politiche, credo che ciò dipenda in parte per l’antipatia verso l’irrazionale che è propria di un regime pianificato, con pretese scientifiche come quello socialista. L’arte contemporanea, come esplosione d’irrazionalità, non può non essere avversata da chi idoleggia la ragione.

Cancogni – Attenti però a tenere distinte le cose. D’accordo sull’assurdità di divinizzare la ragione. Non per questo però dobbiamo teorizzare l’irrazionale. Di fronte ai sacerdoti delle forze oscure dell’anima tengo per Homais. “Va de retro Satana”.

Montale – “Va de retro, va de retro”. Bisogna però ammettere che per l’artista l’irrazionale sia un combustibile di cui non può fare a meno. Oggi si ride sulle affermazioni di Lombroso circa la coincidenza fra genio e follia. È certamente una gran balla con qualcosa di vero però. Dostoiewski e Nietzsche non sono dei casi isolati. Ci sono stati molti altri nella letteratura che si mascheravano abilmente dietro un’apparente salute, un’intemerata moralità; vedi il Manzoni. A parte il genio e la follia un’equazione arte malattia è accettabile. Non credo che un uomo che funzioni perfettamente possa essere un artista. Gli psicoanalisti più intelligenti l’hanno capito: davanti all’artista che chiede loro di curarlo, i più onesti si chiedono se ne valga la pena. Un mio amico, scrittore, poeta, non faccio il nome, si recò una volta da Weiss che allora si può dire fosse l’unico psicoanalista in Italia. Parlarono un’oretta. Poi Weiss gli disse: “Caro amico, penso che sia meglio lasciar le cose come stanno. Potrei prenderla in analisi. Ma con quale vantaggio? Alla sua arte non gioverebbe di certo”. Gli artisti sono dei poveri diavoli pieni di magagne. Mozart era un mezzo disgraziato, un questuante. Maria Teresa lo fece cacciare dall’Austria, le pareva che facesse disdoro a Vienna.

Cancogni – Avevamo cominciato a parlare dell’arte oggi. Poi abbiamo divagato. Che cosa pensi della nostra poesia? Che avvenire vedi per essa?

Montale – C’è un gran numero di poeti che hanno tutti una gran dignità. Ä– difficile capire quale fra loro siano i veri. Forse fra qualche anno spariranno tutti; forse resteranno. Certo che sono molto numerosi.

Cancogni – Il tempo opererà una selezione.

Montale – Anche questo come si fa a dirlo. Prima si credeva così, che il tempo fosse il miglior giudice. Oggi non oserei far previsioni. Oggi è già difficile distinguere la poesia. I poeti la fanno in modo molto diverso dal nostro, e anche diverso da quelli della generazione successiva alla mia, intendo la generazione dei Luzi, dei Sereni. Oggi si fa con modi prosastici. La poesia tende a semplificarsi, abbandona prosodia, rima, schemi. La prosa al contrario si complica, diventa oscura, complicata, difficile, si compiace di artifici. Si assiste a un’inversione nei ruoli. Forse lavorano in queste direzioni che si sono scambiate, per incontrarsi in un prossimo futuro.

Cancogni РPerch̩ la poesia ha rinunciato al verso?

Montale – Dovresti chiederlo ai poeti che non l’usano più. Forse ti darebbero una risposta soddisfacente. Me lo sono chiesto più volte. Così come mi chiedo perché la musica abbia rinunciato alla tonalità. I musicisti e i musicologi non hanno dato ancora una risposta soddisfacente a questa domanda per altro fondamentale. “Perché”, ho provato a chiedere a dei musicisti dodecafonici, “avete stabilito, come legge inderogabile, che nella serie dei dodici semitoni nessuno debba essere ripetuto?”.

Le spiegazioni che mi han dato sono in definitiva tautologiche.

Non deve essere ripetuto perché non ci deve essere la dominante. Come se si volesse far valere anche nella musica, una certa democraticità. In realtà si espelle il tono per abolire la melodia, considerata dai successori di Schoemberg e Webern, e non solo dai dodecafonici, da tutti i contemporanei, aneddotica, volgare. Ma perché, chiedo, “Casta Diva”, o “D’amor sulle ali rosee”, sarebbero aneddoti? Non lo vedo, non capisco. Mi pare che in definitiva si complichi tanto la tecnica oggi per dare importanza ai silenzi. Non lo dicono chiaramente, ma si legge fra le righe. Il silenzio è il traguardo della musica, come la parete bianca quello della pittura.

Cancogni – E per la poesia? Lo spazio vuoto?

Montale – Ebbene nonostante tutto credo che andrà rinascendo l’immagine del Vate, del poeta che interpreta sopra tutti gli altri suoi contemporanei il senso della sua epoca, le sue possibilità espressive.

Cancogni – Chi è stato in Italia l’ultimo della specie?

Montale – Carducci, forse D’Annunzio. D’Annunzio ha lavorato con maggiore scaltrezza. Egli ha costruito il suo personaggio senza crederci troppo. Carducci era più ingenuo.

Cancogni – A un poeta Vate sarà essenziale di nuovo il canto, o almeno quella musicalità di cui oggi si fa volentieri a meno. Perché oggi questa trascuratezza? T’avevo già rivolto la domanda, poi abbiamo parlato d’altro.

Montale РForse perch̩ i contenuti moderni non si adattano al metro antico.

Cancogni – E quali sono poi questi nuovi contenuti?

Montale – Ä– lecito chiederselo? Lo specifico della poesia infatti è sempre stato di non avere dei contenuti effimeri, ma stabili.

Cancogni – Ma è proprio questa specificità che le poetiche contemporanee rifiutano con disprezzo.

Montale – Sì, evidentemente la considerano come una sovrastruttura di una società che condannano, contro la quale protestano. Stando così le cose, possiamo concedere, pur non ammettendolo, che la protesta si esprima male in versi regolari, endecasillabi per esempio. Sarà più efficace in versi rotti, rapide enunciazioni, che abbiano l’immediatezza di un manifesto. Ä– anche più semplice. Se prendiamo un annuncio pubblicitario e disponiamo le sue parole verticalmente, una sotto l’altra, invece che orizzontalmente, abbiamo una poesia.

Cancogni – Tutta la poesia contemporanea, intendo quella dei più giovani, ha un carattere apocalittico, da fine del mondo. Tu sei così pessimista?

Montale – Non penso alla fine del mondo, benché possibile. Vedo soprattutto addensarsi una nuova barbarie, che ai più non sembrerà affatto tale, presentandosi anzi come una grande, superiore civiltà. E per la massa sarà certamente positiva, perché le garantirà un lavoro tranquillo e molto ridotto, assicurazioni, vacanze, istruzione gratuita, maggiore igiene. Sarà un’epoca di facilità, troppa a mio avviso, che abolirà ogni forma di apprendistato, di tirocinio, di esperienza pagata di persona, con sacrificio, con dolore. Parole che nessuno vorrà più sentire. Un’epoca che segnerà la fine delle virtù, di ciò che noi chiamavamo virtù, e dell’individualità. In questo mondo io vorrei, penso che sarebbe necessario, che ci fossero come dei monaci, dei nuovi benedettini, con uno scopo di conservazione culturale. Intendimi bene, ho detto monaci, ma non penso ai conventi dell’alto Medioevo, né a qualcosa di simile a un ordine religioso.

Cancogni – Mi fai pensare a dei parchi nazionali, con gli ultimi stambecchi. Un parco nazionale per Paese.

Montale – Ecco l’interpretazione da evitare. Se questi isolotti di vita culturale, non soltanto musei della cultura passata, ma laboratori di quella nuova, e non solo per i bisogni pratici della società, dovessero essere, come dici, dei parchi nazionali in cui vegetano gli ultimi rappresentanti di una specie in via di estinzione, tanto varrebbe rinunciarvi. I parchi nazionali li mantiene la società, non si sa bene perché, forse per rimorso, o per ipocrisia, o per curiosità, non sapendo che cosa farsene.

Cancogni – In Italia vivono di carità, sono in permanente pericolo.

Montale – No, questi parchi, chiamiamoli ancora così, dovrebbero generarsi da sé, essere autosufficienti, non mendicare la protezione. So, che una visione del genere può passare per egoistica, aristocratica. Io nego che lo sia. Lo sviluppo della società non dovrebbe esserne per nulla intralciato. La società andrebbe avanti per la sua strada, realizzando i suoi utilissimi fini, procurando a tutti cibo, confort, svaghi, istruzione…

Cancogni – Hai detto, garantita a tutti.

Montale – Sì, ma anche arrestata in tempo. Ritengo giusto che i figli dei poveri vadano all’Università, non che ci debbano andar per forza. Studi chi ne ha veramente voglia, si diano uguali possibilità a tutti, e si freni chi, ricco o povero, non ha reali capacità. Credo che in URSS ci sia già questa tendenza a frenare.

Cancogni – Non mi pare che le tue previsioni sul futuro siano così catastrofiche come immaginavo.

Montale – No; sia ben chiaro però che non credo nemmeno in un mondo panglossiano. Bisogna diffidare delle previsioni fatte dalla scienza. Ho conosciuto vari tipi di scienziati e la mia simpatia va a quelli che hanno umiltà e consapevolezza dei limiti dell’ingegno umano. Non ne ho affatto per quelli che pretendono già di sapere come sarà il mondo fra cento, mille anni. Il loro ottimismo e il loro smisurato orgoglio mi spaventano; mi sembra soprattutto un segno di imbecillità. Einstein apparteneva certamente alla prima categoria.

Credo anche che il vero scienziato non dovrebbe essere troppo specialista. Lalla Romano mi ha parlato di suo zio, il grande matematico Peano, conosciuto più all’estero che in Italia, uno dei più grandi matematici del nostro tempo. Bertrand Russell diceva di lui: “Ä– una mente senza errori”. Lalla Romano mi ha detto che Peano era un uomo di una modestia e di una semplicità incredibili, buonissimo con i colleghi. Agli allievi preferiva dare lezioni di greco piuttosto che di matematica. Ecco: di fronte a simili scienziati pieni di riserbo e d’umorismo verso se stessi, io m’inchino. Ma quegli imbecilli che ti garantiscono, parlando come macchinette, che l’uomo del futuro vivrà centocinquant’anni, farà all’amore fino a centotrenta, si ciberà di alghe, lavorerà un’ora alla settimana, starà in villeggiatura otto mesi l’anno… bè’ inutile dirti che cosa ne penso.

Cancogni – Ritorno alla domanda iniziale: siamo in un’epoca eccezionale, come molti assicurano, decisiva per il nostro avvenire oppure no?

Montale – Una risposta potrebbe darla la guerra con la distruzione del mondo o il regresso a forme di vita primitive. Come si fa a pronunciarsi su quello che accadrà. Lasciamolo fare agli scienziati imbecilli. Ä– tutto possibile. La nostra civiltà può scomparire. Può scoppiare un’epidemia sconosciuta, succedere cose che oltrepassano la nostra immaginazione, fenomeni forse già in atto…

Cancogni – D’accordo; è appunto su questo che verte la domanda. C’è mai stata un’epoca in cui fossero presenti interrogativi tanto drammatici?

Montale – Il primo secolo del cristianesimo, e poi il decimo in attesa del Mille e della fine del mondo. Quello era un mondo religioso; e nell’attesa della catastrofe c’era un significato escatologico. La catastrofe era un traguardo, rappresentava la salvezza. Oggi questo sentimento è scomparso. Quando ci s’interroga sull’avvenire del mondo, e si prospetta una soluzione catastrofica, nessuno si rallegra.

Cancogni – Chi lo sa? Forse è un’ipotesi meno sgradita di quanto ragionevolmente si pensi.

Montale – Di sicuro c’è questo: non è mai esistito, penso, un così gran numero di infelici, come oggi, di inadatti alla vita, di insoddisfatti.

Cancogni – Anche fra i giovani? A me tutto sommato sembra che abbiano avuto fortuna a nascere oggi. Parlo del mondo occidentale, del nostro.

Montale – E perché allora si agitano tanto? Cos’è questo bisogno di violenza, di distruzione? Si danno degli alibi sociologici, ma si tratta di alibi: in realtà, al fondo della violenza e della distruzione c’è un bisogno di esplodere, c’è la scontentezza. Si demoliscono con furore tutti i tabù. Ma riflettiamo: i tabù erano anche una difesa della società. Nel mondo etico erano delle creazioni storiche importanti, come i generi letterari lo erano nella letteratura. Si abbattono con gioia, esaltandosi. E ne creiamo di nuovi, più poveri, più illusori, perché privi della secolare esperienza che alimentava gli altri.

Cancogni – Non voglio entrare nel merito a questo problema. Quanto dici mi pare comunque una conferma che la nostra è un’epoca di grandi decisioni.

Montale – Diciamo di sì. Tutto è così confuso. Di una cosa sono ben convinto: che dal male non nascerà certamente il bene. Non credo alla trappola idealistica o marxista del bene prodotto dialetticamente dal male. Ä– un’ipotesi che non accetto, che mi ripugna. Preferisco l’ipotesi di Dio e del diavolo. Oltretutto mi è confermata dall’esperienza quotidiana. Li vediamo sempre insieme, nella stessa persona (l’ateo che si fa il segno della croce, lo scienziato che fa gli scongiuri) anche se irriducibili e inconciliabili. Altro che superamento dialettico! La dialettica, te l’ho detto, è il camuffamento laico del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E non mi vengano a cantare l’altra storia consolatoria dell’eterogenesi dei fini. Mi fa pensare a quel tale che caduto dal tram in corsa diceva: “Tanto stavo per scendere”.

 


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Bart