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LETTERATURA: I MAESTRI: Conversazione con Moravia. Una lunga disperazione

8 Settembre 2015

di Manlio Cancogni
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 52, gioved√¨, 28 dicembre 1967]

Moravia – Non so cosa voglia dire capolavoro. Comunque, ammettendo che esista, ti dir√≤ che il grande libro, il capolavoro come dici tu, nasce spes ¬≠so per caso o meglio per miracolo. S√¨, io credo che il grande scrittore, quan ¬≠do esce dalla mediocrit√†, scriva di co ¬≠se di cui non √® razionalmente del tut ¬≠to consapevole, cose che, si potrebbe dire, non riguardano il suo io raziona ¬≠le. C’√® qualcosa in lui che agisce ol ¬≠tre la volont√†; s√¨ (perch√© aver paura delle parole?) un d√®mone come dice ¬≠vano gli antichi. Un d√®mone la cui presenza √® rivelata dal tasso, dicia ¬≠mo cos√¨, di ambiguit√† dell’opera d’arte.

Cancogni – Diciamo, pi√Ļ modesta ¬≠mente, l’ispirazione.

Moravia – Credo nella forza di tutto ci√≤ che √® involontario, ivi compresa la volont√†. Per dirla in maniera freu ¬≠dianamente schematica lo scrittore, quello vero, √® uno che si dimentica dell’ego per mettersi in contatto con l’es. C’√® un salto di qualit√†. Se a un certo punto lo scrittore non viene aiu ¬≠tato da qualcosa d’altro, qualcosa di non molto chiaro, non ce la fa. L’in ¬≠venzione, quella che d√† il capolavoro, nasce da una subitanea accensione di facolt√† irrazionali. A meno che non si ammetta l’esistenza di operazioni razionali speciali, di cui ci sfugge il meccanismo. In questo senso allora possiamo ammettere che tutto, comprese le facolt√† creative dell’artista, appartenga alla razionalit√†; solo che, in certi casi, si tratta di operazioni mentali cos√¨ rapide, una specie di ultrasuoni, che ce ne sfugge il controllo. Comunque, alla base dell’atto creativo d’alto livello, ci sono o delle facolt√† inconsce, delle facolt√† razionali vertiginose.

Cancogni – Bene, tu mi hai detto co ¬≠me, secondo te, nasce il capolavoro; non che cos’√®.

Moravia – Ti ho gi√† detto che non so cosa sia. Questo per√≤ non ha inte ¬≠resse. Ha interesse per noi, invece, sottolineare la contraddizione che c’√® fra l’idea di capolavoro, come opera perfetta, e l’idea di espressione che domina nelle nostre concezioni este ¬≠tiche. Oggi noi viviamo in un’epoca senza canoni, crediamo solo nella espressivit√†. E’ questa indifferenza ai canoni classici del bello e questa fidu ¬≠cia nella forza dell’espressione che ci hanno permesso, fra l’altro, di recu ¬≠perare certi fatti artistici che stavano fuori del nostro orizzonte, come l’arte dei primitivi, dei bambini, dei pazzi.

Cancogni – L’espressivit√†, tu dici, ha esteso il mondo esteticamente go ¬≠dibile.

Moravia – Appunto. Esso compren ¬≠de anche l’artista che si esprime in maniera razionalmente incomprensi ¬≠bile.

Cancogni – Purtroppo.

Moravia – E questo perch√© l’espres ¬≠sione √® di per s√© totale, in essa l’arti ¬≠sta si proietta tutt’intero con le quali ¬≠t√†, i difetti, le luci e le ombre. La con ¬≠cezione classica del capolavoro era diametralmente opposta. Essa esclu ¬≠deva il difetto, mirava alla perfezio ¬≠ne. L’artista, che con le sue imperfe ¬≠zioni di uomo, √®, a differenza degli altri, capace di fare un’opera perfet ¬≠ta: questo il mito delle epoche clas ¬≠siche. Il capolavoro, nell’ideale clas ¬≠sico, era un mondo chiuso, autosuffi ¬≠ciente, che non doveva rimandare ad altro fino a farci anche dimenticare il suo atto di nascita.

Cancogni РMentre oggi ci si inte ­ressa solo, si direbbe, a quel momen ­to. Ma tu quale fra le due concezio ­ni scegli?

Moravia – Per me il capolavoro √® l’opera d’arte che ha il pi√Ļ alto grado di espressivit√† di ambiguit√† e di dura ¬≠ta. Il capolavoro sarebbe la stella che brilla pi√Ļ a lungo.

Cancogni – In pratica stiamo ripe ¬≠tendo la vecchia distinzione fra clas ¬≠sico e romantico. C’√® per√≤ qualcosa che non √® chiaro. Dici che l’idea di capolavoro, come opera perfetta, con ¬≠chiusa autonoma, √® nata nell’et√† ro ¬≠mantica che invece avrebbe dovuto produrre l’altra, quella che ignora i canoni e si affida all’espressivit√†.

Moravia – E’ strano infatti, ma √® co ¬≠s√¨. D’altra parte non √® facile preci ¬≠sare quando nascono certe idee. Gli antichi non parlavano mai di capola ¬≠voro. Vediamo il Tommaseo. Capolavo ¬≠ro: lavoro eccellente, capo d’opera. Ha quasi un significato artigiano. Ma tut ¬≠to ci√≤ non ha importanza. Il problema serio √® quello che ho detto: l’approc ¬≠cio dello scrittore alla realt√† poetica, capolavoro o no, √® un mistero. Nessu ¬≠no potr√† mai spiegare, almeno con gli strumenti conoscitivi di cui disponia ¬≠mo, perch√© un uomo si sente portato a dire le cose in un modo invece che in un altro.

Cancogni – Che cosa ne concludi.

Moravia – Che se √® vero questo, non c’√® lavoro di tavolino, per lo scrittore, che serva. Si √® quello che si √®, e non si pu√≤ essere diversamente. L’artista non pu√≤ dare di pi√Ļ.

Cancogni – E Flaubert? Lui vera ¬≠mente credeva soltanto nel lavoro. Sappiamo che cosa diceva dell’ispi ¬≠razione.

Moravia РParole. Flaubert era nato così, era costituzionalmente così. Il suo non è un sistema valevole per tut ­ti. Adottato da un altro non darebbe gli stessi risultati.

Cancogni – Paradossalmente vieni a dire che nello scrittore non c’√® nes ¬≠sun merito.

Moravia – Non proprio. Ma il merito riguarda la parte culturale, composi ¬≠tiva dell’opera.

Cancogni – E sedersi, come diceva Flaubert, ogni giorno alla stessa ora al tavolino?

Moravia – Per uno a cui va bene, venti falliscono. Non √® una regola. In letteratura i santi non contano. Bus ¬≠sare ogni giorno alla porta dell’oraco ¬≠lo non serve.

Cancogni – Baudelaire diceva che √® il lavoro che prepara l’ispirazione co ¬≠me la preghiera prepara la grazia.

Moravia – Sono atti stregoneschi che si compiono appunto per una fiducia ingenua, irrazionale nella stregoneria. Ma le stregonerie sono molte, una per ogni artista.

Cancogni РTu però sei uno che lavo ­ra con metodo, che non scrive soltan ­to quando sente il dèmone.

Moravia – Questo non significa nul ¬≠la. Anche il metodo √® una stregoneria. E secondariamente la mia tesi che il lavoro non serve a produrre opere ec ¬≠cezionali non significa che il lavoro abbia addirittura un’efficacia contra ¬≠ria. Insomma non si sa perch√© si scri ¬≠ve un bel libro, ecco che cosa voglio dire. Il bel libro, il gran romanzo o il grande poema √® un fatto di natura. Vi ha gran parte il caso. E’ un po’ un miracolo.

Cancogni РDiciamo allora che di questi miracoli il nostro tempo è piut ­tosto scarso. Perché?

Moravia – E’ un’epoca di crisi, per l’arte, la nostra; diciamo anzi meglio: √® un’epoca di criticismo. Viviamo in pratica Sull’Ottocento. Per ci√≤ che ri ¬≠guarda la letteratura √® gi√† stato fatto tutto nell’Ottocento. E noi viviamo del ¬≠la sua rendita. Dimmi un’opera nuo ¬≠va, veramente originale, che si possa attribuire al Novecento. Non ce n’√®. Ulisse? Ma anche Ulisse appartiene all’Ottocento. E’ un punto d’arrivo, una conclusione, non un principio. Proust? E’ persino inutile discutere tanto √® evidente la sua natura ottocentesca. Siamo dunque in un’epoca di povert√† creativa, per lo scrivere. L’Ottocento √® stato troppo ricco, e noi lo scontiamo.

Il nostro per√≤ √® un secolo che ha ag ¬≠giunto alla letteratura d’invenzione una dimensione nuova, quella critica. Qualsiasi prodotto letterario di fanta ¬≠sia, teatro, romanzo, poesia, √® un’in ¬≠venzione e nello stesso tempo la criti ¬≠ca di quell’invenzione. Tutto ci√≤ √® chiarissimo in autori come Beckett, co ¬≠me Joyce, e per l’Italia, come Piran ¬≠dello. I sei personaggi √® un dramma e nello stesso tempo la critica del dramma.

Cancogni РCi sono delle circostanze obiettive nella nostra epoca che han ­no provocato questa crisi della lette ­ratura?

Moravia – E’ una storia lunga, si pu√≤ parlarne all’infinito e arrivare a conclusioni contraddittorie. Io poi non voglio fare affermazioni apodittiche. Accenno a delle ipotesi. Per esempio mi pare abbastanza indubitabile che col Novecento si registra un fatto nuo ¬≠vo: l’ingresso delle masse nella socie ¬≠t√†. Prima la cultura, come le vacanze, erano appannaggio di piccoli gruppi. Ora le masse richiedono l’industria culturale, una grande produzione cio√®. E questo fenomeno non pu√≤ non avere un’influenza negativa sulla letteratura.

Cancogni – E’ una spiegazione poco convincente. Sembrerebbe che l’indu ¬≠stria culturale (a cui oggi si dan tut ¬≠te le colpe) sia nata per soddisfare i bisogni delle masse. E’ vero invece proprio il contrario. E’ l’industria che ha inventato questi bisogni. E diciamo di pi√Ļ: sono i letterati che hanno inventato questa industria.

Moravia – E’ vero anche questo. Ti ho gi√† detto che io non voglio dare giudizi definitivi. E’ un fatto comun ¬≠que che oggi l’industria culturale si √® impadronita di tutto. S’√® impadro ¬≠nita anche dell’avanguardia che uffi ¬≠cialmente la combatte. Tutto √® massi ¬≠ficato. Anche l’avanguardia.

Cancogni – D’accordo, ma non capi ¬≠sco in che senso questo fatto intro ¬≠duca nella” creazione letteraria gli ele ¬≠menti critici di cui parlavi.

Moravia – La proliferazione delle masse, acceleratasi dopo la seconda guerra mondiale, produce inevitabil ¬≠mente un annacquamento divulgativo e consumistico della cultura. Prima, la societ√† era una quercia giovane e robusta, con un tronco ricco di linfe. Poi la quercia s’√® sviluppata, centi ¬≠naia di rami, migliaia di foglie, e la linfa non basta pi√Ļ per nutrire tutto. C’√® un indebolimento generale. E’ na ¬≠turale che davanti a questa massifica ¬≠zione, a questo appiattimento, l’arti ¬≠sta tenda a isolarsi, a ripiegarsi su se stesso, forse per salvare in qual ¬≠che modo, e cio√® con la riflessione cri ¬≠tica, la sua aristocraticit√†. Oggi lo scrittore non affronta pi√Ļ in presa di ¬≠retta la realt√† come avveniva nell’Ottocento. Oggi ci sono solo delle posi ¬≠zioni mediate. L’Ottocento partiva dal ¬≠la vita; noi invece partiamo dalla let ¬≠teratura. Si vive in un mondo carta ¬≠ceo. Io che sono per certi aspetti uno scrittore almeno in parte, in presa di ¬≠retta, uno dei pochi non piaccio ai let ¬≠terati che non mi considerano appun ¬≠to abbastanza cartaceo. Ma debbo am ¬≠mettere che anch’io comincio a scrive ¬≠re sul serio un romanzo a partire da un enorme mucchio di carta gi√† scritta.

Cancogni – Penso anch’io che la let ¬≠teratura sia sempre, almeno in parte, nata sulla letteratura. Obiettivo pri ¬≠mo del vero scrittore √® quello di at ¬≠traversare questo mondo cartaceo, co ¬≠me dici, per raggiungere la vita, la realt√†, o l’illusione della realt√†. Ieri come oggi. Di diverso c’√® soltanto che la massa di carta stampata aumenta. Ma gli scrittori in genere leggono po ¬≠co. Quanto all’affermazione: ¬ę L’Otto ¬≠cento partiva dalla vita ¬Ľ, non capisco bene. Se storicizzi cos√¨ il problema sono obbligato a dire che anche l’Ottocento, come ogni altra epoca, aveva un’idea mediata della vita.

Moravia – Bene, diciamo allora che l’Ottocento partiva da un’ideologia il cui fondamento era l’oggettivit√† della vita. Era un’ideologia del reale. E gli scrittori accettavano come indubitabi ¬≠le questo dato, come se fosse natura, realt√†, vita.

Cancogni – E cos’√® successo allora?

Moravia – E’ successo che il soste ¬≠gno economico-sociale di questa ideo ¬≠logia, la borghesia, √® andato in crisi.

Cancogni РLa solita musica. A me pare che la borghesia non sia mai stata così fiorente.

Moravia – Materialmente. Moralmen ¬≠te e culturalmente √® stata distrutta. E il suo distruttore √® stato il nazismo, non il comunismo com’essa credeva. Il nazismo ha distrutto la fede della borghesia nell’ideologia della realt√†.

Cancogni – Stando alle tue premes ¬≠se si dovrebbe dire che √® stato un gran vantaggio: cos√¨ lo scrittore, libe ¬≠ro dall’involucro ideologico, dal vesti ¬≠to di idee, pu√≤ avvicinare in presa di ¬≠retta la realt√†.

Moravia – Niente affatto. Perch√© il nazismo ha distrutto la razionalit√† e perci√≤ la realt√†. L’ideologia borghese abbiamo detto si basava sull’ordina ¬≠mento razionale, oggettivo della real ¬≠t√†. Ragione e realt√†: due facce della stessa cosa. Finita la ragione, finita la realt√†: ed eccoci a noi, ai nostri mancati capolavori.

Cancogni РProviamo ancora a defi ­nirlo.

Moravia – Diciamo innanzi tutto che il capolavoro in s√© non esiste. Il capo ¬≠lavoro √® ci√≤ che gli altri ritengono ta ¬≠le. E’ perci√≤ il risultato di un rappor ¬≠to fra l’opera e un pubblico, fra l’ope ¬≠ra e il fruitore.

Cancogni – Anche tu allora credi che l’opera nasca da una richiesta pi√Ļ o meno consapevole del pubblico, in un determinato tempo?

Moravia – No, questa √® una cretina ¬≠ta. Ci credono gli editori perch√© gli fa comodo. Non puoi per√≤ negare la frui ¬≠zione, cio√® la capacit√† di un pubblico, di una societ√†, di godere di una deter ¬≠minata opera. Piglia il Don Chisciotte Per noi √® un capolavoro. Ma lo sareb ¬≠be stato ad esempio per i romani? Prendi Madame Bovary. I motivi per cui fu considerato un capolavoro sono ben diversi dai nostri. Nell’Ottocento vi ammiravano la rappresentazione perfetta della societ√† di provincia, la descrizione dei personaggi, la psico ¬≠logia. Oggi, alludo agli scrittori del ¬ę Nouveau roman ¬Ľ, si dice che Ma ¬≠dame Bovary √® un capolavoro perch√© ha scoperto l’oggetto, ucciso il roman ¬≠zesco. Domani chi lo sa.

Cancogni – Cos√¨ tu concluderesti che il capolavoro √® l’opera capace di sod ¬≠disfare epoche, societ√† diverse.

Moravia – Appunto il capolavoro √® il libro pi√Ļ ricco della personalit√† pi√Ļ ricca. Il libro pi√Ļ vitale della persona pi√Ļ vitale. Il libro che vitalmente ri ¬≠flette la grande vitalit√† dello scritto ¬≠re. Allora si compie quell’identifica ¬≠zione fra opera e autore che √® appun ¬≠to la caratteristica di ogni grande ope ¬≠ra. Esistono pochi casi in cui questo √® avvenuto. Uno di questi credo che sia Don Chisciotte. Si ha la sensazione che Cervantes e il suo libro siano la stessa cosa. E poi Flaubert: ¬ę Mada ¬≠me Bovary c’est moi ¬Ľ, diceva. Alcuni lo interpretarono nel senso che lui s’identificasse psicologicamente con Emma. Intendeva invece il libro con i cinque anni di lavoro che gli era costato. Se uno scrittore riuscisse a scrivere in modo da versarsi comple ¬≠tamente nel proprio libro, senza inter ¬≠ferenze, mediazioni, ritegni, paure, farebbe certamente un capolavoro. Realizzandosi completamente lo scrit ¬≠tore si metterebbe fuori del tempo. E cos√¨ soddisferebbe tutti. Ecco il gran ¬≠de scrittore.

Cancogni РIl piccolo scrittore sa ­rebbe allora colui che esprime solo una parte di sé?

Moravia – Certo. E’ difficile esprime ¬≠re la totalit√† della propria persona.

Cancogni РE un poeta, non grande, ma un vero poeta, che esprima total ­mente la propria piccola persona?

Moravia – Non ne conosco.

Cancogni – Prendiamo Sandro Pen ¬≠na. Io l’ammiro moltissimo. Io penso che esprima interamente se stesso. Tuttavia non mi sentirei di metterlo sullo stesso piano di Omero.

Moravia – Anche a me piace moltis ¬≠simo. Tuttavia non credo che esprima tutto se stesso. Si esprime bene, espri ¬≠me bene perfettamente una parte di s√©. E’ diverso.

Cancogni – E di te che cosa dici?

Moravia – Sento d’avere espresso una piccola parte di me.

Cancogni – E qual √® il libro in cui ti pare d’esserti espresso di pi√Ļ?

Moravia – Non parliamo dei miei li ¬≠bri. Li detesto. Mi ci riconosco poco. Sinceramente credo d’essere meglio dei miei libri.

Cancogni – Questo mi fa pensare che tu aspetti ancora l’occasione per poterti esprimere pienamente.

Moravia – S√¨, non lo nego; ma temo di non avere pi√Ļ la condizione fisica per farlo. Bisogna essere molto forti per scrivere un romanzo. E io ho ses ¬≠sant’anni. Sono pi√Ļ di quarant’anni che lavoro e il risultato √® che non amo per nulla la mia letteratura. Preferi ¬≠sco sempre i libri degli altri. Trovo sempre negli altri le qualit√† che mi mancano. E’ cos√¨.

Cancogni – E’ sempre cos√¨? Sei sem ¬≠pre scontento?

Moravia – Ho detto che mi sento migliore dei miei libri. Ma in realt√† non mi piace d’essere quello che sono. Sono troppo consapevole dei miei di ¬≠fetti.

Cancogni – Quali?

Moravia – Ho la mano pesante quan ¬≠do scrivo, non sono leggero, mi manca la grazia. Vorrei anche possedere una maggiore capacit√† linguistica. Invece scrivo in maniera elementare. Sono portato dalla mia indole a semplifica ¬≠re, a scrivere more geometrico. Quan ¬≠do scrivo tutto mi sembra traballante meno certe frasi molto elementari co ¬≠me: ¬ę Oggi √® gioved√¨ ¬Ľ. Sono portato al rigore pi√Ļ che alla bellezza. Met ¬≠terei solo il necessario. E poi l’italia ¬≠no √® una lingua tremendamente difficile, che non sta ferma; √® come pro ¬≠cedere sulle sabbie mobili.

Cancogni РVeramente direi il con ­trario. Mi sembra una lingua anche troppo solida, addirittura pietrificata.

Moravia РPietrificata sì, ma anche terremotata. Questo si sente soprattut ­to a Roma che letterariamente è terra di nessuno. Bisogna rifar tutto da capo.

Cancogni – Lo direi un vantaggio.

Moravia – Dici? Io credo invece che una tradizione alle spalle, una solida tradizione, sia una piattaforma utile, un aiuto. Se non altro per negarla. I grandi artisti del passato sono gente che ha fatto progredire spesso imper ¬≠cettibilmente una tradizione. La no ¬≠stra tradizione moderna √® all’estero, specie per quanto riguarda la narra ¬≠tiva. Un francese pu√≤ attingere a Sten ¬≠dhal, a Flaubert. Un italiano a chi at ¬≠tinge? Per forza alle letterature stra ¬≠niere. Ma una tradizione basata sulle traduzioni √® una vera tradizione? E’ una disperazione. E pensa che per me dura da quarantatr√© anni.

Cancogni РE perché scrivi allora? Anzi, perché si scrive?

Moravia – Perch√© si parla. Poi, si sente che parlando si tradisce la veri ¬≠t√†. La parola scritta √® pi√Ļ vera per ¬≠ch√© √® indiretta, metaforica. La parola parlata √® un suono, qualcosa di anima ¬≠lesco che indica le cose, non le rappre ¬≠senta. Io ho cominciato cos√¨ la mia car ¬≠riera di scrittore. In un primo tempo ero puramente vocale. Parlo di quando ero un ragazzino di dodici anni. Mi rac ¬≠contavo ad alta voce dei romanzi. Po ¬≠trei dire che nella mia esperienza personale ho ripetuto la storia lettera ¬≠ria dell’umanit√† che comincia appun ¬≠to dalla forma epica che √® orale. Scherzo. Ma forse c’√® qualcosa di vero. Poi ho scritto Gli indifferenti. Anche allora mi sono regolato con l’udito. Infatti l’ho scritto recitandolo ad alta voce. La punteggiatura l’ho messa dopo. In un primo tempo nelle frasi c’erano soltanto delle cesure; poi ho messo le virgole, i punti, i punti e virgola. E’ soltanto dopo Gli indif ¬≠ferenti che ho cominciato a scrivere con gli occhi, non pi√Ļ regolandomi con l’orecchio.

Cancogni – E ora l’eterna questione. L’industria culturale. Secondo te nuo ¬≠ce?

Moravia – S√¨. Perch√© permette allo scrittore di guadagnarsi la vita lavo ¬≠randoci. Se non ci fosse, egli farebbe mestieri pi√Ļ degni. Lo scrittore di una volta non aveva l’occasione di com ¬≠mercializzarsi. Essere pubblicato, lo ricordi certamente anche tu, era un onore. Ma l’industria ha bisogno di roba, cio√® di scrittori che gliela for ¬≠niscano. E cos√¨ ci si corrompe.

Cancogni – Su di te ha agito?

Moravia – No, io sono refrattario. In proposito ho preso una precauzio ¬≠ne. Mi sono imposto di non scrivere mai un articolo di variet√†. Eppure viaggio e quindi avrei mille occasio ¬≠ni. Mi piace viaggiare, vedere; a volte ci rimetto anche di tasca mia. Ho scritto dei reportages, degli articoli di viaggio; le cose che mi piacevano, che stimolavano la mia curiosit√† di scrittore; mai un articolo di variet√† per contentare il pubblico che consu ¬≠ma i prodotti dell’industria culturale.

Cancogni РMa allora chi è che si lascia influenzare? I piccoli scrittori, i mediocri?

Moravia – S√¨, il vero scrittore non pu√≤ essere danneggiato. Ma l’industria culturale √® pur sempre un male per ¬≠ch√© svia molta gente capace, anche se non eccelsa, dal fare cose pi√Ļ degne. Per esempio dal dedicarsi agli studi. Oggi vanno tutti nei giornali, nelle riviste, alla TV alla RAI. Cos√¨ si pro ¬≠duce uno svuotamento della cultura. Alla lunga scompare quel tessuto con ¬≠nettivo, di studiosi, eruditi, compila ¬≠tori, ricercatori, di cui una cultura de ¬≠gna di questo nome ha bisogno. Nel ¬≠l’industria culturale insomma vi so ¬≠no delle persone intelligenti che in altri tempi avrebbero fatto altre cose.

Cancogni – Un’ultima domanda. Hai detto di essere scontento di te, di tut ¬≠ti i tuoi libri. Tuttavia non rinunci a scrivere. Che cosa vorresti fare per dirti soddisfatto?

Moravia – Scrivere un libro comico. E’ la mia pi√Ļ grande aspirazione: ave ¬≠re una vena comica. Una vena comi ¬≠ca nel senso pi√Ļ alto della parola. Ec ¬≠co il mio sogno: far ridere.

 


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Bart