Conversazione con Moravia. Una lunga disperazione

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967]

Moravia – Non so cosa voglia dire capolavoro. Comunque, ammettendo che esista, ti dirò che il grande libro, il capolavoro come dici tu, nasce spes ­so per caso o meglio per miracolo. Sì, io credo che il grande scrittore, quan ­do esce dalla mediocrità, scriva di co ­se di cui non è razionalmente del tut ­to consapevole, cose che, si potrebbe dire, non riguardano il suo io raziona ­le. C’è qualcosa in lui che agisce ol ­tre la volontà; sì (perché aver paura delle parole?) un dèmone come dice ­vano gli antichi. Un dèmone la cui presenza è rivelata dal tasso, dicia ­mo così, di ambiguità dell’opera d’arte.

Cancogni – Diciamo, più modesta ­mente, l’ispirazione.

Moravia – Credo nella forza di tutto ciò che è involontario, ivi compresa la volontà. Per dirla in maniera freu ­dianamente schematica lo scrittore, quello vero, è uno che si dimentica dell’ego per mettersi in contatto con l’es. C’è un salto di qualità. Se a un certo punto lo scrittore non viene aiu ­tato da qualcosa d’altro, qualcosa di non molto chiaro, non ce la fa. L’in ­venzione, quella che dà il capolavoro, nasce da una subitanea accensione di facoltà irrazionali. A meno che non si ammetta l’esistenza di operazioni razionali speciali, di cui ci sfugge il meccanismo. In questo senso allora possiamo ammettere che tutto, comprese le facoltà creative dell’artista, appartenga alla razionalità; solo che, in certi casi, si tratta di operazioni mentali così rapide, una specie di ultrasuoni, che ce ne sfugge il controllo. Comunque, alla base dell’atto creativo d’alto livello, ci sono o delle facoltà inconsce, delle facoltà razionali vertiginose.

Cancogni – Bene, tu mi hai detto co ­me, secondo te, nasce il capolavoro; non che cos’è.

Moravia – Ti ho già detto che non so cosa sia. Questo però non ha inte ­resse. Ha interesse per noi, invece, sottolineare la contraddizione che c’è fra l’idea di capolavoro, come opera perfetta, e l’idea di espressione che domina nelle nostre concezioni este ­tiche. Oggi noi viviamo in un’epoca senza canoni, crediamo solo nella espressività. E’ questa indifferenza ai canoni classici del bello e questa fidu ­cia nella forza dell’espressione che ci hanno permesso, fra l’altro, di recu ­perare certi fatti artistici che stavano fuori del nostro orizzonte, come l’arte dei primitivi, dei bambini, dei pazzi.

Cancogni – L’espressività, tu dici, ha esteso il mondo esteticamente go ­dibile.

Moravia – Appunto. Esso compren ­de anche l’artista che si esprime in maniera razionalmente incomprensi ­bile.

Cancogni – Purtroppo.

Moravia – E questo perché l’espres ­sione è di per sé totale, in essa l’arti ­sta si proietta tutt’intero con le quali ­tà, i difetti, le luci e le ombre. La con ­cezione classica del capolavoro era diametralmente opposta. Essa esclu ­deva il difetto, mirava alla perfezio ­ne. L’artista, che con le sue imperfe ­zioni di uomo, è, a differenza degli altri, capace di fare un’opera perfet ­ta: questo il mito delle epoche clas ­siche. Il capolavoro, nell’ideale clas ­sico, era un mondo chiuso, autosuffi ­ciente, che non doveva rimandare ad altro fino a farci anche dimenticare il suo atto di nascita.

Cancogni – Mentre oggi ci si inte ­ressa solo, si direbbe, a quel momen ­to. Ma tu quale fra le due concezio ­ni scegli?

Moravia – Per me il capolavoro è l’opera d’arte che ha il più alto grado di espressività di ambiguità e di dura ­ta. Il capolavoro sarebbe la stella che brilla più a lungo.

Cancogni – In pratica stiamo ripe ­tendo la vecchia distinzione fra clas ­sico e romantico. C’è però qualcosa che non è chiaro. Dici che l’idea di capolavoro, come opera perfetta, con ­chiusa autonoma, è nata nell’età ro ­mantica che invece avrebbe dovuto produrre l’altra, quella che ignora i canoni e si affida all’espressività.

Moravia – E’ strano infatti, ma è co ­sì. D’altra parte non è facile preci ­sare quando nascono certe idee. Gli antichi non parlavano mai di capola ­voro. Vediamo il Tommaseo. Capolavo ­ro: lavoro eccellente, capo d’opera. Ha quasi un significato artigiano. Ma tut ­to ciò non ha importanza. Il problema serio è quello che ho detto: l’approc ­cio dello scrittore alla realtà poetica, capolavoro o no, è un mistero. Nessu ­no potrà mai spiegare, almeno con gli strumenti conoscitivi di cui disponia ­mo, perché un uomo si sente portato a dire le cose in un modo invece che in un altro.

Cancogni – Che cosa ne concludi.

Moravia – Che se è vero questo, non c’è lavoro di tavolino, per lo scrittore, che serva. Si è quello che si è, e non si può essere diversamente. L’artista non può dare di più.

Cancogni – E Flaubert? Lui vera ­mente credeva soltanto nel lavoro. Sappiamo che cosa diceva dell’ispi ­razione.

Moravia – Parole. Flaubert era nato così, era costituzionalmente così. Il suo non è un sistema valevole per tut ­ti. Adottato da un altro non darebbe gli stessi risultati.

Cancogni – Paradossalmente vieni a dire che nello scrittore non c’è nes ­sun merito.

Moravia – Non proprio. Ma il merito riguarda la parte culturale, composi ­tiva dell’opera.

Cancogni – E sedersi, come diceva Flaubert, ogni giorno alla stessa ora al tavolino?

Moravia – Per uno a cui va bene, venti falliscono. Non è una regola. In letteratura i santi non contano. Bus ­sare ogni giorno alla porta dell’oraco ­lo non serve.

Cancogni – Baudelaire diceva che è il lavoro che prepara l’ispirazione co ­me la preghiera prepara la grazia.

Moravia – Sono atti stregoneschi che si compiono appunto per una fiducia ingenua, irrazionale nella stregoneria. Ma le stregonerie sono molte, una per ogni artista.

Cancogni – Tu però sei uno che lavo ­ra con metodo, che non scrive soltan ­to quando sente il dèmone.

Moravia – Questo non significa nul ­la. Anche il metodo è una stregoneria. E secondariamente la mia tesi che il lavoro non serve a produrre opere ec ­cezionali non significa che il lavoro abbia addirittura un’efficacia contra ­ria. Insomma non si sa perché si scri ­ve un bel libro, ecco che cosa voglio dire. Il bel libro, il gran romanzo o il grande poema è un fatto di natura. Vi ha gran parte il caso. E’ un po’ un miracolo.

Cancogni – Diciamo allora che di questi miracoli il nostro tempo è piut ­tosto scarso. Perché?

Moravia – E’ un’epoca di crisi, per l’arte, la nostra; diciamo anzi meglio: è un’epoca di criticismo. Viviamo in pratica Sull’Ottocento. Per ciò che ri ­guarda la letteratura è già stato fatto tutto nell’Ottocento. E noi viviamo del ­la sua rendita. Dimmi un’opera nuo ­va, veramente originale, che si possa attribuire al Novecento. Non ce n’è. Ulisse? Ma anche Ulisse appartiene all’Ottocento. E’ un punto d’arrivo, una conclusione, non un principio. Proust? E’ persino inutile discutere tanto è evidente la sua natura ottocentesca. Siamo dunque in un’epoca di povertà creativa, per lo scrivere. L’Ottocento è stato troppo ricco, e noi lo scontiamo.

Il nostro però è un secolo che ha ag ­giunto alla letteratura d’invenzione una dimensione nuova, quella critica. Qualsiasi prodotto letterario di fanta ­sia, teatro, romanzo, poesia, è un’in ­venzione e nello stesso tempo la criti ­ca di quell’invenzione. Tutto ciò è chiarissimo in autori come Beckett, co ­me Joyce, e per l’Italia, come Piran ­dello. I sei personaggi è un dramma e nello stesso tempo la critica del dramma.

Cancogni – Ci sono delle circostanze obiettive nella nostra epoca che han ­no provocato questa crisi della lette ­ratura?

Moravia – E’ una storia lunga, si può parlarne all’infinito e arrivare a conclusioni contraddittorie. Io poi non voglio fare affermazioni apodittiche. Accenno a delle ipotesi. Per esempio mi pare abbastanza indubitabile che col Novecento si registra un fatto nuo ­vo: l’ingresso delle masse nella socie ­tà. Prima la cultura, come le vacanze, erano appannaggio di piccoli gruppi. Ora le masse richiedono l’industria culturale, una grande produzione cioè. E questo fenomeno non può non avere un’influenza negativa sulla letteratura.

Cancogni – E’ una spiegazione poco convincente. Sembrerebbe che l’indu ­stria culturale (a cui oggi si dan tut ­te le colpe) sia nata per soddisfare i bisogni delle masse. E’ vero invece proprio il contrario. E’ l’industria che ha inventato questi bisogni. E diciamo di più: sono i letterati che hanno inventato questa industria.

Moravia – E’ vero anche questo. Ti ho già detto che io non voglio dare giudizi definitivi. E’ un fatto comun ­que che oggi l’industria culturale si è impadronita di tutto. S’è impadro ­nita anche dell’avanguardia che uffi ­cialmente la combatte. Tutto è massi ­ficato. Anche l’avanguardia.

Cancogni – D’accordo, ma non capi ­sco in che senso questo fatto intro ­duca nella” creazione letteraria gli ele ­menti critici di cui parlavi.

Moravia – La proliferazione delle masse, acceleratasi dopo la seconda guerra mondiale, produce inevitabil ­mente un annacquamento divulgativo e consumistico della cultura. Prima, la società era una quercia giovane e robusta, con un tronco ricco di linfe. Poi la quercia s’è sviluppata, centi ­naia di rami, migliaia di foglie, e la linfa non basta più per nutrire tutto. C’è un indebolimento generale. E’ na ­turale che davanti a questa massifica ­zione, a questo appiattimento, l’arti ­sta tenda a isolarsi, a ripiegarsi su se stesso, forse per salvare in qual ­che modo, e cioè con la riflessione cri ­tica, la sua aristocraticità. Oggi lo scrittore non affronta più in presa di ­retta la realtà come avveniva nell’Ottocento. Oggi ci sono solo delle posi ­zioni mediate. L’Ottocento partiva dal ­la vita; noi invece partiamo dalla let ­teratura. Si vive in un mondo carta ­ceo. Io che sono per certi aspetti uno scrittore almeno in parte, in presa di ­retta, uno dei pochi non piaccio ai let ­terati che non mi considerano appun ­to abbastanza cartaceo. Ma debbo am ­mettere che anch’io comincio a scrive ­re sul serio un romanzo a partire da un enorme mucchio di carta già scritta.

Cancogni – Penso anch’io che la let ­teratura sia sempre, almeno in parte, nata sulla letteratura. Obiettivo pri ­mo del vero scrittore è quello di at ­traversare questo mondo cartaceo, co ­me dici, per raggiungere la vita, la realtà, o l’illusione della realtà. Ieri come oggi. Di diverso c’è soltanto che la massa di carta stampata aumenta. Ma gli scrittori in genere leggono po ­co. Quanto all’affermazione: « L’Otto ­cento partiva dalla vita », non capisco bene. Se storicizzi così il problema sono obbligato a dire che anche l’Ottocento, come ogni altra epoca, aveva un’idea mediata della vita.

Moravia – Bene, diciamo allora che l’Ottocento partiva da un’ideologia il cui fondamento era l’oggettività della vita. Era un’ideologia del reale. E gli scrittori accettavano come indubitabi ­le questo dato, come se fosse natura, realtà, vita.

Cancogni – E cos’è successo allora?

Moravia – E’ successo che il soste ­gno economico-sociale di questa ideo ­logia, la borghesia, è andato in crisi.

Cancogni – La solita musica. A me pare che la borghesia non sia mai stata così fiorente.

Moravia – Materialmente. Moralmen ­te e culturalmente è stata distrutta. E il suo distruttore è stato il nazismo, non il comunismo com’essa credeva. Il nazismo ha distrutto la fede della borghesia nell’ideologia della realtà.

Cancogni – Stando alle tue premes ­se si dovrebbe dire che è stato un gran vantaggio: così lo scrittore, libe ­ro dall’involucro ideologico, dal vesti ­to di idee, può avvicinare in presa di ­retta la realtà.

Moravia – Niente affatto. Perché il nazismo ha distrutto la razionalità e perciò la realtà. L’ideologia borghese abbiamo detto si basava sull’ordina ­mento razionale, oggettivo della real ­tà. Ragione e realtà: due facce della stessa cosa. Finita la ragione, finita la realtà: ed eccoci a noi, ai nostri mancati capolavori.

Cancogni – Proviamo ancora a defi ­nirlo.

Moravia – Diciamo innanzi tutto che il capolavoro in sé non esiste. Il capo ­lavoro è ciò che gli altri ritengono ta ­le. E’ perciò il risultato di un rappor ­to fra l’opera e un pubblico, fra l’ope ­ra e il fruitore.

Cancogni – Anche tu allora credi che l’opera nasca da una richiesta più o meno consapevole del pubblico, in un determinato tempo?

Moravia – No, questa è una cretina ­ta. Ci credono gli editori perché gli fa comodo. Non puoi però negare la frui ­zione, cioè la capacità di un pubblico, di una società, di godere di una deter ­minata opera. Piglia il Don Chisciotte Per noi è un capolavoro. Ma lo sareb ­be stato ad esempio per i romani? Prendi Madame Bovary. I motivi per cui fu considerato un capolavoro sono ben diversi dai nostri. Nell’Ottocento vi ammiravano la rappresentazione perfetta della società di provincia, la descrizione dei personaggi, la psico ­logia. Oggi, alludo agli scrittori del « Nouveau roman », si dice che Ma ­dame Bovary è un capolavoro perché ha scoperto l’oggetto, ucciso il roman ­zesco. Domani chi lo sa.

Cancogni – Così tu concluderesti che il capolavoro è l’opera capace di sod ­disfare epoche, società diverse.

Moravia – Appunto il capolavoro è il libro più ricco della personalità più ricca. Il libro più vitale della persona più vitale. Il libro che vitalmente ri ­flette la grande vitalità dello scritto ­re. Allora si compie quell’identifica ­zione fra opera e autore che è appun ­to la caratteristica di ogni grande ope ­ra. Esistono pochi casi in cui questo è avvenuto. Uno di questi credo che sia Don Chisciotte. Si ha la sensazione che Cervantes e il suo libro siano la stessa cosa. E poi Flaubert: « Mada ­me Bovary c’est moi », diceva. Alcuni lo interpretarono nel senso che lui s’identificasse psicologicamente con Emma. Intendeva invece il libro con i cinque anni di lavoro che gli era costato. Se uno scrittore riuscisse a scrivere in modo da versarsi comple ­tamente nel proprio libro, senza inter ­ferenze, mediazioni, ritegni, paure, farebbe certamente un capolavoro. Realizzandosi completamente lo scrit ­tore si metterebbe fuori del tempo. E così soddisferebbe tutti. Ecco il gran ­de scrittore.

Cancogni – Il piccolo scrittore sa ­rebbe allora colui che esprime solo una parte di sé?

Moravia – Certo. E’ difficile esprime ­re la totalità della propria persona.

Cancogni – E un poeta, non grande, ma un vero poeta, che esprima total ­mente la propria piccola persona?

Moravia – Non ne conosco.

Cancogni – Prendiamo Sandro Pen ­na. Io l’ammiro moltissimo. Io penso che esprima interamente se stesso. Tuttavia non mi sentirei di metterlo sullo stesso piano di Omero.

Moravia – Anche a me piace moltis ­simo. Tuttavia non credo che esprima tutto se stesso. Si esprime bene, espri ­me bene perfettamente una parte di sé. E’ diverso.

Cancogni – E di te che cosa dici?

Moravia – Sento d’avere espresso una piccola parte di me.

Cancogni – E qual è il libro in cui ti pare d’esserti espresso di più?

Moravia – Non parliamo dei miei li ­bri. Li detesto. Mi ci riconosco poco. Sinceramente credo d’essere meglio dei miei libri.

Cancogni – Questo mi fa pensare che tu aspetti ancora l’occasione per poterti esprimere pienamente.

Moravia – Sì, non lo nego; ma temo di non avere più la condizione fisica per farlo. Bisogna essere molto forti per scrivere un romanzo. E io ho ses ­sant’anni. Sono più di quarant’anni che lavoro e il risultato è che non amo per nulla la mia letteratura. Preferi ­sco sempre i libri degli altri. Trovo sempre negli altri le qualità che mi mancano. E’ così.

Cancogni – E’ sempre così? Sei sem ­pre scontento?

Moravia – Ho detto che mi sento migliore dei miei libri. Ma in realtà non mi piace d’essere quello che sono. Sono troppo consapevole dei miei di ­fetti.

Cancogni – Quali?

Moravia – Ho la mano pesante quan ­do scrivo, non sono leggero, mi manca la grazia. Vorrei anche possedere una maggiore capacità linguistica. Invece scrivo in maniera elementare. Sono portato dalla mia indole a semplifica ­re, a scrivere more geometrico. Quan ­do scrivo tutto mi sembra traballante meno certe frasi molto elementari co ­me: « Oggi è giovedì ». Sono portato al rigore più che alla bellezza. Met ­terei solo il necessario. E poi l’italia ­no è una lingua tremendamente difficile, che non sta ferma; è come pro ­cedere sulle sabbie mobili.

Cancogni – Veramente direi il con ­trario. Mi sembra una lingua anche troppo solida, addirittura pietrificata.

Moravia – Pietrificata sì, ma anche terremotata. Questo si sente soprattut ­to a Roma che letterariamente è terra di nessuno. Bisogna rifar tutto da capo.

Cancogni – Lo direi un vantaggio.

Moravia – Dici? Io credo invece che una tradizione alle spalle, una solida tradizione, sia una piattaforma utile, un aiuto. Se non altro per negarla. I grandi artisti del passato sono gente che ha fatto progredire spesso imper ­cettibilmente una tradizione. La no ­stra tradizione moderna è all’estero, specie per quanto riguarda la narra ­tiva. Un francese può attingere a Sten ­dhal, a Flaubert. Un italiano a chi at ­tinge? Per forza alle letterature stra ­niere. Ma una tradizione basata sulle traduzioni è una vera tradizione? E’ una disperazione. E pensa che per me dura da quarantatré anni.

Cancogni – E perché scrivi allora? Anzi, perché si scrive?

Moravia – Perché si parla. Poi, si sente che parlando si tradisce la veri ­tà. La parola scritta è più vera per ­ché è indiretta, metaforica. La parola parlata è un suono, qualcosa di anima ­lesco che indica le cose, non le rappre ­senta. Io ho cominciato così la mia car ­riera di scrittore. In un primo tempo ero puramente vocale. Parlo di quando ero un ragazzino di dodici anni. Mi rac ­contavo ad alta voce dei romanzi. Po ­trei dire che nella mia esperienza personale ho ripetuto la storia lettera ­ria dell’umanità che comincia appun ­to dalla forma epica che è orale. Scherzo. Ma forse c’è qualcosa di vero. Poi ho scritto Gli indifferenti. Anche allora mi sono regolato con l’udito. Infatti l’ho scritto recitandolo ad alta voce. La punteggiatura l’ho messa dopo. In un primo tempo nelle frasi c’erano soltanto delle cesure; poi ho messo le virgole, i punti, i punti e virgola. E’ soltanto dopo Gli indif ­ferenti che ho cominciato a scrivere con gli occhi, non più regolandomi con l’orecchio.

Cancogni – E ora l’eterna questione. L’industria culturale. Secondo te nuo ­ce?

Moravia – Sì. Perché permette allo scrittore di guadagnarsi la vita lavo ­randoci. Se non ci fosse, egli farebbe mestieri più degni. Lo scrittore di una volta non aveva l’occasione di com ­mercializzarsi. Essere pubblicato, lo ricordi certamente anche tu, era un onore. Ma l’industria ha bisogno di roba, cioè di scrittori che gliela for ­niscano. E così ci si corrompe.

Cancogni – Su di te ha agito?

Moravia – No, io sono refrattario. In proposito ho preso una precauzio ­ne. Mi sono imposto di non scrivere mai un articolo di varietà. Eppure viaggio e quindi avrei mille occasio ­ni. Mi piace viaggiare, vedere; a volte ci rimetto anche di tasca mia. Ho scritto dei reportages, degli articoli di viaggio; le cose che mi piacevano, che stimolavano la mia curiosità di scrittore; mai un articolo di varietà per contentare il pubblico che consu ­ma i prodotti dell’industria culturale.

Cancogni – Ma allora chi è che si lascia influenzare? I piccoli scrittori, i mediocri?

Moravia – Sì, il vero scrittore non può essere danneggiato. Ma l’industria culturale è pur sempre un male per ­ché svia molta gente capace, anche se non eccelsa, dal fare cose più degne. Per esempio dal dedicarsi agli studi. Oggi vanno tutti nei giornali, nelle riviste, alla TV alla RAI. Così si pro ­duce uno svuotamento della cultura. Alla lunga scompare quel tessuto con ­nettivo, di studiosi, eruditi, compila ­tori, ricercatori, di cui una cultura de ­gna di questo nome ha bisogno. Nel ­l’industria culturale insomma vi so ­no delle persone intelligenti che in altri tempi avrebbero fatto altre cose.

Cancogni – Un’ultima domanda. Hai detto di essere scontento di te, di tut ­ti i tuoi libri. Tuttavia non rinunci a scrivere. Che cosa vorresti fare per dirti soddisfatto?

Moravia – Scrivere un libro comico. E’ la mia più grande aspirazione: ave ­re una vena comica. Una vena comi ­ca nel senso più alto della parola. Ec ­co il mio sogno: far ridere.

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