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LETTERATURA: I MAESTRI: Farsi la casa

10 Febbraio 2015

di Manlio Cancogni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 2 luglio 1969]

Cinquant’anni √® l’et√† giu ¬≠sta per farsi la casa (i figli sono sposati, vivon lontano), una casa che sia proprio la nostra, dove e come ci pia ¬≠ce. I soldi ci sono, niente preoccupazioni, siamo liberi, veramente liberi, finalmente.

Non perdiamo tempo, si attacca con i lavori, e quan ¬≠do i lavori sono a buon pun ¬≠to (si trattava di rifare un vecchio appartamento acqui ¬≠stato nel centro storico della citt√†, un’occasione unica) si va a vedere come procedono. L’imprenditore, un galantuo ¬≠mo (ce l’hanno assicurato gli amici), ogni volta ci propone qualche ritocco al piano ini ¬≠ziale; ritocchi indispensabili, devo convenirne, e ringraziar ¬≠lo, anche se fanno salire di molto il prezzo convenuto.

Ma che importa, quando ve ¬≠diamo la casa che prende for ¬≠ma, nuova, fresca, uscendo da quel muffito e tenebroso an ¬≠tro che era prima!? Insieme all’imprenditore e al suo aiu ¬≠tante osserviamo i muri, i soffitti, i pavimenti, gli sti ¬≠piti, gli infissi, le porte, le fi ¬≠nestre; si tocca, si liscia, si batte, e la visita finisce qua ¬≠si sempre in cucina o in ba ¬≠gno a discutere sulla qualit√† delle mattonelle.

Cosa strana, mentre all’ini ¬≠zio si va per le spicce, quasi si trattasse di una formalit√†, man mano che ci addentria ¬≠mo nell’appartamento, si ral ¬≠lenta il passo, e l’occhio che prima sorvolava i muri, ora si sofferma sui minimi parti ¬≠colari, come se provassimo un vero piacere in questo in ¬≠dugio, e la casa a poco a po ¬≠co, da quell’entit√† astratta che era (un tetto, sette stanze, dodici finestre, un balcone) di ¬≠ventasse una realt√†, che dico, una creatura vivente, una spe ¬≠cie di figlio o d’opera d’arte. Un vero piacere, perfetto, an ¬≠che se nello sfondo della con ¬≠versazione sentiamo una pial ¬≠la che scivola sullo stipite di una porta, un martellino che batte una mattonella fuori po ¬≠sto, un pennello che fruscia, e questi rumori, chiss√† per ¬≠ch√©, ci danno un’impressione di futilit√†, come se tutti i no ¬≠stri progetti, quei lavori, e i discorsi che ci facciamo so ¬≠pra, la casa stessa, non fossero altro che un passatem ¬≠po per distrarci da qualcosa di pi√Ļ importante e irrepara ¬≠bile che s’avvicina.

Via certi pensieri! Che la casa sia importante lo prova il fatto che anche i nostri amici se ne occupano, parlandocene persino al telefono, con interesse, entusiasmo, non mancando di darci ottimi consigli.

Vedi per esempio il nostro amico Lucio. Sono anni che vive Dio sa come, solo, rassegnato a farsi mantenere dai fratelli, inetto a qualsiasi la ¬≠voro, incapace di normali rapporti con la gente; un paz ¬≠zo diciamo, uno di quei paz ¬≠zi lucidi che attraversano la vita come meteore, senza scopi, n√© ambizioni, e dopo che la giovinezza √® diventata un ricordo lontano, inutili, sem ¬≠pre pi√Ļ inutili. Ebbene l’al ¬≠tro giorno lo incontro in una via del centro, lo fermo (non m’aveva visto, come al soli ¬≠to) e alla mia consueta do ¬≠manda (che cosa fai?), ¬ęmi sto facendo la casa ¬Ľ, rispon ¬≠de, guardandomi fisso, attra ¬≠verso gli occhiali spessi, con un’espressione non so se mi ¬≠nacciosa o disperata, come per dire: ¬ę sia ben chiaro, ci sia ¬≠mo capiti ¬Ľ. Ed √® inutile spie ¬≠gare quanto sarebbe stato in ¬≠discreto, stupido, chiedergli: ¬ę S√¨, va bene, mais √† quoi bon? ¬Ľ.

Tutti d’accordo comunque che debba essere bella, am ¬≠pia, con molte stanze (non importa che siamo solo in due) per sentirci liberi, di ¬≠simpegnati; una casa insom ¬≠ma da potersela veramente godere. Non √® pi√Ļ l’et√†, che diamine, per un’abitazione purchessia, di quelle che si hanno al principio, appena sposati, o coi bambini anco ¬≠ra piccoli, e si √® pieni di pau ¬≠re, si fanno e si rifanno i conti. Quando ci stabilimmo per la prima volta a Milano, nel dopoguerra, era gi√† dif ¬≠ficile trovarne una, in mezzo a tante macerie. I padroni fa ¬≠cevano condizioni esose, per non correr rischi volevano an ¬≠ticipi che coprivano l’affitto di anni. Firmare il contratto, versare il denaro (preso in gran parte in prestito) fu co ¬≠me gettarsi da una finestra. E appena si ebbero le chiavi corremmo ad occuparla, co ¬≠me se avessimo paura che ce la portassero via. Stava al ¬≠l’ultimo piano di un mezzo grattacielo, magro magro, in periferia. Di lass√Ļ si vedeva ¬≠no i prati, e in fondo, nei giorni di bel tempo, le Alpi, piene di neve, bianche o ro ¬≠sa. Venivano le vertigini ad affacciarsi al balconcino di ferro. Ma non c’era tempo, allora, di guardarsi intorno; ogni momento era occupato da un problema, le cose si vedevano, si pu√≤ dire, di scorcio, in un lampo, un pezzo di prato, i monti, una nuvo ¬≠la, mentre si trafficava per le stanze, o si mangiava in fret ¬≠ta e furia, o ci si abbraccia ¬≠va nel salotto disadorno.

Per quasi trent’anni abbia ¬≠mo abitato dove ci capitava, in Italia, all’estero, sempre in affitto, mai per pi√Ļ di due an ¬≠ni di seguito, sempre pronti a sgomberare. Si decideva all’improvviso, si spedivano due o tre bauli, ci stipavamo nell’automobile con le valigie, il cane, e opl√†, si partiva. Era una festa; forse non per mia moglie, ma per i bambini cer ¬≠tamente s√¨.

Finora dunque √® stato co ¬≠me un gioco. Ora bisogna far sul serio, questa √® la casa no ¬≠stra, e quindi √® giusto averci speso tanto, scegliendo il me ¬≠glio. E grazie agli amici che ci hanno seguito, consigliato, forti della loro esperienza, co ¬≠me Tom e Nora ad esempio. Loro, cinque anni fa, se ne fecero una davvero splendi ¬≠da. Presi da non so quale en ¬≠tusiasmo, forse prodotto da una certa abbondanza di sol ¬≠di, buttarono gi√Ļ la villa che avevano (un po’ vecchiotta, ma sempre bella) e chiama ¬≠rono un famoso architetto. Quello non era uno che si contentasse di tirar su quat ¬≠tro muri e di coprirli con un tetto. Cercava l’abitazio ¬≠ne ideale per l’uomo nuovo, e non tenendo conto che i suoi clienti erano pi√Ļ vicini ai sessant’anni che ai cin ¬≠quanta, e senza figli, credeva d’aver trovato l’occasione buo ¬≠na per realizzare il suo so ¬≠gno. Insomma venne fuori uno di quei mostri, lo dico senza offesa, che non si sa se ammirare o deprecare, ma che, in ogni caso, fan par ¬≠lare di s√©. Non ho mai ca ¬≠pito se Tom e Nora ne sia ¬≠no rimasti contenti. Da allo ¬≠ra mi pare che siano invec ¬≠chiati pi√Ļ in fretta. Lui √® tut ¬≠to bianco, sta diventando sor ¬≠do; lei dice delle stramberie. Proprio l’altro giorno mi con ¬≠fid√≤ che le sarebbe piaciuto piantar tutto, andarsene ad abitare in una citt√† come Nuo ¬≠va York, dove non si √®, di ¬≠ceva, che numeri spersi nel ¬≠la massa, in una camera d’al ¬≠bergo, come nel loculo di un colombario.

E’ venuta bene, grande, co ¬≠moda, con una disposizione delle stanze abbastanza va ¬≠ria. ¬ę E’ divertente ¬Ľ, ci ha detto Alfredo, il nostro diret ¬≠tore spirituale; e la stessa co ¬≠sa hanno detto Tom, Nora, tutti gli altri che sono venu ¬≠ti a vederla. Io non vedevo bene dove fosse il diverti ¬≠mento, se non immaginando di essere dei ragazzi che avrebbero giocato a nascon ¬≠dersi sfruttando i numerosi ripostigli. Anch’io per√≤ dice ¬≠vo: ¬ę E’ divertente vero? ¬Ľ. Oggi d’altra parte il diver ¬≠tente sta diventando una spe ¬≠cie di categoria dello spirito che si applica a tutto, alla pittura, alla cucina, un lascia ¬≠passare, una patente di buon gusto, intelligenza, modernit√†, etc. etc…. E allora avan ¬≠ti col divertimento. Per ca ¬≠rit√†, non si scelgano per le pareti quelle tappezzerie che sembrano un invito alla se ¬≠riet√† e alla riflessione. Anzi, niente tappezzerie. Si tinga ¬≠no le pareti di avana, di ver ¬≠de marcio, vernici che si pre ¬≠stano a far da sfondo ai gio ¬≠chi pi√Ļ arditi. Per esempio con un bell’avana intenso an ¬≠dranno benissimo porte ver ¬≠niciate in rosso. Troppo au ¬≠daci? Non si abbia paura. Si lacchino tutte di rosso, da quella d’ingresso (l’interno naturalmente) a quella del bagno, avranno successo.

Quanto all’arredamento ab ¬≠biamo avuto una bella trovata, molto spiritosa. Stufi di far traslochi e di avere sotto gli occhi cose troppo risapute, ab ¬≠biamo comprato tutto nuovo, letti, poltrone, sedie, tavoli, divani, lampade, coperte, len ¬≠zuola, asciugamani, piatti, bic ¬≠chieri. In una mattinata, sen ¬≠za economia, con la preghiera di far presto a mandarci tutto, prima di sera, abbiamo com ¬≠pletato l’arredamento. Ora la stanno montando. E’ facile: i letti, certi tavolini, tutti in ros ¬≠so, si scompongono e si ricom ¬≠pongono in pochi minuti. Ro ¬≠ba che viene dal Giappone, elegante, fresca, giovanile, e divertente, molto divertente. Anche le coperte sono rosse, of course. Bianche sono le se ¬≠die, certe poltroncine di vimi ¬≠ni, e il tavolo in sala da pran ¬≠zo, un vero Saarinen, rotondo, su una gamba sola, leggera, a calice. La lampada in antica ¬≠mera √® bellissima, unica; col grande globo che pende dal ¬≠l’antenna ricurva, somiglia a un lampione e fa venire l’idea di appoggiarvisi a fumare una sigaretta, prima di entrare. Di certo i miei amici l’approve ¬≠ranno, rideranno.

Ora √® finita, √® tutto a posto, anche la biancheria √® nei cas ¬≠setti. E’ stata una fatica, ma che soddisfazione! Siamo nel ¬≠la nostra casa. Facciamo scat ¬≠tare gli interruttori da una stanza all’altra; tic, e il bel lampione s’accende facendo brillare il parquet; tic, tic, per tutta la casa s’accendono e si spengono le lampade; e forse perch√© le pareti sono nude e i mobili, come si usa oggi, scar ¬≠si, quei tic hanno un’eco sec ¬≠ca, strana. Si fa scrosciare l’ac ¬≠qua, si aprono e si richiudono le porte, i cassetti. Bello, bel ¬≠lissimo, si sorride. E ora? Ora si va fuori, a cena, e, dopo, al cinema, fino a tardi, almeno fin oltre la mezzanotte, l’una.


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Bart