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LETTERATURA: I MAESTRI: Gordon Pierie

7 Febbraio 2015

di Manlio Cancogni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 27 marzo 1969]

Gordon Pirie, il mio cane, avrebbe compiuto, quattordi ¬≠ci anni in agosto: una bella et√† per i cockers, razza de ¬≠licata che s’ammala facil ¬≠mente di fegato, d’occhi e d’orecchi. Nati per la caccia fanno invece vita sedentaria, comoda, mangiano troppo, in ¬≠grassano, e a dieci anni si muovono a fatica, mezzi cie ¬≠chi e spelacchiati.

Gli avevo messo quel no ¬≠me in onore di un atleta in ¬≠glese, un fondista, che al ¬≠l’epoca, il ’55, sembrava de ¬≠stinato a grandi imprese. Era invece un bizzarro che pre ¬≠tendeva far di testa sua, in ¬≠viso ai colleghi, che lui snob ¬≠bava, agli allenatori, al pub ¬≠blico. Vinse delle corse, bat ¬≠t√© dei records, ma nelle prove principali (Olimpiadi, campionati d’Europa, etc.) fu sempre sconfitto. Colpa del carattere, individualista, su ¬≠perbo.

Anche il nostro Pirie era un indipendente. Diciamo an ¬≠zi, per essere sinceri, un gran rompiscatole (gli amici, che non lo potevano soffrire, si meravigliavano ch’io lo te ¬≠nessi); ma forte, instancabile. Anche da vecchio non dava pace, voleva sempre giocare. Lo portavi in campagna, ti fermavi per riposare, e lui pretendeva che gli si tirasse un sasso, una pigna, un pez ¬≠zo di legno, voleva ancora correre. Se no, abbaiava, a non finire (latrati che parevano colpi di bastone sul cervello) mostrava i denti. Li aveva ancora tutti, pronti ad azzannare chiunque, amici e nemici.

Soltanto per l’umore si po ¬≠teva dire cambiato. Negli ultimi mesi stava volentieri so ¬≠lo. Per esempio non dormiva pi√Ļ nella nostra camera (diritto che aveva conqui ¬≠stato dopo lunghe lotte); s’era fatto la tana nel ripostiglio vicino alla cucina, fra le valige e le scarpe. ¬ę Invec ¬≠chia ¬Ľ, dicevamo, con tristez ¬≠za, e forse con una punta di attesa. Il mutamento s’era ac ¬≠centuato specie dopo l’arrivo in casa di un nostro nipoti ¬≠no. A volte sembrava addi ¬≠rittura che ci ignorasse. Quan ¬≠to al bimbo, guai se gli s’av ¬≠vicinava per toccarlo, afferrargli il collare. Non voleva confidenze da quel coso, quel ¬≠l’intruso; si ribellava, arricciando minaccioso il labbro superiore. Un vecchiaccio rin ¬≠ghioso, nemico delle novit√†, dei giovani.

E’ accaduto si pu√≤ dire al ¬≠l’improvviso. Da qualche giorno stava un po’ male di pancia, ma niente di grave era capitato altre volte. Non c’era stato il tempo di por ¬≠tarlo dal veterinario, non ci avevo nemmeno pensato con tutto quello che c’era da fa ¬≠re in casa. Eravamo in par ¬≠tenza, si andava in vacanza, una lunghissima vacanza sul ¬≠la neve col bambino, erava ¬≠mo tutti eccitati. Sarebbe sta ¬≠ta una bella noia se il cane fosse andato ad ammalarsi proprio ora, alla vigilia. Ma, l’ho detto, non c’era ragione di allarmarsi, pareva un sem ¬≠plice disturbo intestinale.

Era l’ora di cena (il bim ¬≠bo gi√† a letto, zitto, il cane nella sua tana); io, mia mo ¬≠glie e il Tono, l’amico del piano di sotto, ci stavamo mettendo a tavola davanti al ¬≠la minestra; e intanto Pirie usciva nel corridoio avvian ¬≠dosi verso l’andito. ¬ęDove vai? ¬Ľ penso col cucchiaio gi√† in mano; e d’un tratto sento un tonfo. ¬ęPirie, che succede? ¬Ľ Annaspava con le zampe in aria, e l√¨ per l√¨ ho creduto che fosse scivolato sul parquet lucido, e nel tentativo di rialzarsi scivolasse ancora, come in un cartone animato.

Ma la cosa si prolungava, e allora mi sono alzato, gli sono andato accanto, in ginoc ¬≠chio ¬ę Pirie? ¬Ľ. Anche mia moglie e il Tono erano accor ¬≠si, mi stavano alle spalle, spa ¬≠ventati. Pirie continuava ad agitarsi, sdraiato su un fianco, la bava alla bocca, gli occhi stravolti.

L’accesso √® passato, ma lui non accennava a rialzarsi. Lo carezzavo piano sulla testa. ¬ę Pirie, Pirie… ¬Ľ. Cercavo di parlargli. ¬ę Ora passa, √® gi√† passato… ¬Ľ. Lui non mi vede ¬≠va, gli occhi erano fissi altro ¬≠ve, e dentro uno spavento terribile. Intanto mia moglie e il Tono, di l√†, cercavano l’indirizzo di un veterinario.

Continuavo ad accarezzar ¬≠lo. Sembrava pi√Ļ tranquillo, e d’un tratto ha preso a battere i denti, aprendo a scatti le mandibole, mentre la bava lo soffocava. ¬ę Muore ¬Ľ, ho det ¬≠to. Mi pareva assurdo. Era un pezzo, per via dell’et√†, che pensavo alla sua morte. Sa ¬≠rebbe accaduto quando era ¬≠vamo in campagna, nella casa di Camaiore, senza sofferenze, naturalmente. L’avremmo sep ¬≠pellito in un campo, avevo gi√† scelto il posto, un breve pianoro, un tempo coltivato a granturco, in faccia alla casa, e dalla parte opposta, il bosco di acacie, ontani, aceri.

Il veterinario (infine se n’√® trovato uno) non ha avuto molto da dire. Pirie si lasciava toccare, palpare, guardare negli occhi (un tempo sareb ¬≠be stata la fine del mondo, per tenerlo c’era da legarlo) senza reagire, senza un gemi ¬≠to. La diagnosi? Una crisi epi ¬≠lettica. La causa? Un’intossi ¬≠cazione, un’enterite; e poi l’et√†. Il veterinario, seduto sui calcagni, guardava con com ¬≠passione quel rottame. E noi a dirgli: ¬ę Ma √® stato sempre bene, fino a oggi si pu√≤ dire; ha sempre mangiato, bevuto, non aveva nulla, correva ¬Ľ. Come se ci giustificassimo. Ma di che cosa poi? Il vete ¬≠rinario taceva, continuando a guardare il suo malato. Forse non ci credeva, o addirittura ci accusava, tacitamente, d’a ¬≠verlo trascurato. Gli ha fatto un’iniezione sedativa, prima di andarsene ci ha lasciato l’in ¬≠dirizzo della clinica universi ¬≠taria dove avrei dovuto ac ¬≠compagnare Pirie l’indomani. Una seccatura; avevamo deci ¬≠so di partire presto. Proprio ora dovevi andare ad amma ¬≠larti vecchio stupido!

Andato via il veterinario mia moglie ha accompagnato Pirie nel suo stambugio (pa ¬≠reva calmo ora) l’ha chiuso piano dentro. L’ho sentito rigirarsi, cercando la posizione migliore, come le altre sere.

Intanto io e il Tono si chiacchierava. ¬ę In fondo √Ę‚ÄĒ diceva l’amico √Ę‚ÄĒ ha fatto una bella vita, non si pu√≤ lamen ¬≠tare ¬Ľ. E cos√¨ abbiamo comin ¬≠ciato a rievocare le gioie di cui l’aveva gratificato la sor ¬≠te: dei buoni padroni, un’esi ¬≠stenza varia, viaggi, vacanze, cibo eccellente. All’ultimo, s√¨, c’era stato quel dispiacere del nipotino; ma fino ad allora, che pacchia!

Cos√¨ si diceva; e come ac ¬≠cade quando si parla di uno che √® morto o sta morendo nella camera accanto, tutto di lui ora ci appariva bello, fe ¬≠stoso, anche gli episodi che allora, come la volta dell’in ¬≠vestimento, ci avevano rattri ¬≠stato. E poi si sa, bisogna pur morire.

Anche mia moglie s’era uni ¬≠ta alla conversazione. ¬ę Ti ri ¬≠cordi quel giorno sul Ticino quando riusc√¨ a scalare la scarpata a strapiombo? Nem ¬≠meno Bonatti, nemmeno Mae ¬≠stri ci sarebbero riusciti. E quando si tuffava sott’acqua come una lontra a raccoglie ¬≠re i sassi? Mai visto un cane simile. E che canaglia in cu ¬≠cina! ¬Ľ.

Fra un discorso e l’altro ten ¬≠devo l’orecchio. Mi pareva di sentirlo rigirarsi sul pavimen ¬≠to nella sua tana. Era stato tutto davvero cos√¨ bello come diceva? E poi quando si arri ¬≠va a un certo passo che se ne fa uno del passato, anche se di felicit√†, di gloria?

Come affanneggiava, come gli batteva il cuore al mattino, presto, quando gli ho aperto la porta per prenderlo e portarlo via. Di certo, du ¬≠rante la notte, aveva avuto un altro attacco. Se ne vedevano segni dappertutto. Non ha reagito quando gli ho messo il guinzaglio e piano piano (io tiravo) mi ha seguito nel cor ¬≠ridoio, nell’andito, per le scale.

Gi√Ļ aspettava l’automobile. Ce l’ha fatta a salire, e per un vecchio riflesso, con un ultimo sforzo, s’√® arrampica ¬≠to sul sedile, accanto, il mu ¬≠so posato sul mio ginocchio destro. Di l√¨ non s’√® pi√Ļ mos ¬≠so; respirava piano ora, sem ¬≠brava assopirsi.

E’ stato bravo. E’ sceso da solo. Camminava piano (e so ¬≠lo perch√© lo tiravo ¬ę Su, co ¬≠raggio, ancora un poco ¬Ľ), ma camminava, sulla neve ghiacciata, sulle zampe incer ¬≠te che apparivano pi√Ļ magre per il pelo bagnato che gli s’appiccicava alle ossa. Cos√¨ abbiamo attraversato il corti ¬≠le della clinica, interminabi ¬≠le, abbiamo salito la breve rampa di scale. In attesa del nostro turno, s’√® accucciato vicino alla porta dell’ambula ¬≠torio; io sedevo su una pan ¬≠ca, le mani in mano. S’√® fat ¬≠to presto. Prima di venire via ho chiesto all’infermiere di conservarmi il guinzaglio e il collare.

Stamani, vicino all’alba, al ¬≠lo svanire del sonno, l’ho so ¬≠gnato. Ho sentito un lamen ¬≠to, flebile come il pianto trat ¬≠tenuto di un bambino, l’ho visto entrare dalla porta soc ¬≠chiusa del salotto, accovac ¬≠ciarsi piano sotto la parete, il muso appena sollevato. Era diventato piccolissimo, un vec ¬≠chio cane in miniatura, quasi completamente bianco, e dalla bocca, appena dischiusa, fra le gengive sdentate, di un rosa pallido, usciva quel lamento, quel pianto appena percettibile. L’ho raccolto da terra, mi stava tutto nella mano, me lo sono accostato alla guancia, per consolarci. ¬ę Pirie. Pirie… ¬Ľ piangevo.

Un interprete dei sogni di ¬≠r√† forse, alla luce della psi ¬≠cologia contemporanea, che quella trasformazione, quella piccolezza, √® il simbolo del mio senso di colpa, un’allu ¬≠sione al piccino, al nipote, che negli ultimi tempi gli ave ¬≠va rubato il posto. Io spero che sia un suo invito a ri ¬≠cordarmi del tempo in cui era entrato nella nostra casa (lo potevo giusto tenere con una mano, mi stava nella ta ¬≠sca dell’impermeabile) quan ¬≠do eravamo tutti per lui, noi, le figlie, e sembrava non ci fossero limiti alla tenerezza, all’amore.


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