Filo diretto Benedetti – Bacchelli

[da “Corriere della Sera”, domenica 10 marzo 1968]

Caro Bacchelli,

la storia è il male e lo scrittore deve rifiutarla? Alcuni oggi la considerano un demone da esorcizzare in quanto travia l’artista verso interessi contingenti e lo costringe a non attin ­gere al patrimonio di sen ­sazioni pure e assolute che uniche potranno rivelargli il valore esistenziale dei fatti, di là da qualsiasi co ­sciente e volontario impe ­gno di conoscenza.

Ed è un male che coin ­volge, facendoli soffrire, gli innocenti: Renzo Tramaglino o il principe Andrea è lo stesso. Di qui la protesta degli scrittori i quali distol ­gono lo sguardo inorriditi da una manifestazione di crudeltà, definita gratuita e casuale.

Mi domando: in una letteratura laica di fatto, anche quando vi affiorano inquietudini religiose â— spesso sin ­cere, talvolta superficiali o opportunistiche â— se rifiu ­tiamo il senso di mistero e di paura che gli eventi dànno, magari con la loro illusoria arbitrarietà, non si cadrà nell’idillio e nel gioco tecnicistico?

Certo uno scrittore può essere tentato dalla nor ­ma flaubertiana di non conoscere mai la realtà praticamente; tuttavia nella sto ­ria particolare d’un uomo si dànno momenti in cui è arduo non impegnarsi. Tra gli eventi e l’artista non si stabiliscono rapporti di natura speciale. A parte la fa ­coltà poetica d’accogliere in sé un avvenimento storico â— oppure contemporaneo ma reso attuale dalle circo ­stanze â— anche nell’inerzia, le relazioni fra gli scrittori e i casi della vita attuale o trascorsa non sono differenti da quelle che si determinano fra gli stessi fatti e un qualsiasi cittadino di media sensibilità, senza distin ­zione professionale. C’è chi sa appartarsi e chi, pur de ­siderandolo, non può.

Forse, oggi, ed è il quesito che mi sembra giusto porle, un romanziere non è più attratto dal compito suggestivo della puntuale ricostruzione. Il Mulino del Po è stato l’ultimo esemplare romanzo in cui la storia sia rivissuta fantasticamente e insieme con scrupolo filo ­logico. Il Gattopardo è già una narrazione dal timbro diverso. La spedizione dei Mille di Lampedusa è sentita con la medesima emotività con cui Proust rende le circostanze della prima guerra mondiale. Lo stesso direi dei romanzi di Bulgakov.

Al solito è utile richiamarci ai Promessi sposi, che rendono la Lombardia del XVII Secolo più per il modo di saperla rivivere liricamente che per volontà filolo ­gica. Finito il capitolo della monaca, al Manzoni venne offerta la documentazione del caso autentico cui s’era riferito. Perché rifiutò di studiarla e d’approfondirla? L’istinto lo avvertì che documentandosi avrebbe alimen ­tato in sé dubbi, stimoli a precisare, col rischio d’ap ­pannare la superfìcie tersa del racconto.

Arrigo Benedetti

Caro Benedetti,

 

se « la storia è il male ». vuol dire che ci sono acncora, o daccapo, dei maanichei, ma se « lo scrittore deve rifiutarla », gliene fa assai, alla storia, che lo scrittore la rifiuti! Il supe ­ramento e il rifiuto di « qualsiasi cosciente e vo ­lontario impegno di cono ­scenza », o significa e fini ­sce in un impegno che non comporta altra spesa che del fiato occorrente a sillabarlo, o importa un ascetico annichilimento più che fachiristico.

Insomma, come anche per negar la filosofìa bisogna pur filosofare, così per rifiutare la storia non servono romanzi che la ignorino. Però se prenderla in considerazione «travia l’artista » â— poverino! â— «verso in ­teressi contingenti », in una complicità â— ma di che genere se non fantastico, fantasioso, fantomatico? â— con « la crudeltà gratuita e casuale » della storia, queste sono amenità, ben inteso protestatarie, di un rugiadoso e schifiltoso umanitarismo anarcoide, che fa come lo struzzo della favola. Solo che ficca il capo, invece che nella sabbia del deserto, nelle bozze di stampa dei romanzi in libreria.

E il romanzo è il punto che ci interessa e, come ro ­manzieri, ci riguarda anche noi due.

Io ritengo che quel che distingue e caratterizza il ro ­manzo moderno, cioè del Sette e dell’Otto e del Nove ­cento, e che l’ha sostituito all’antico poema in verso o in prosa, sia un implicito ed esplicito, concreto e for ­male, inevitabile e responsabile carattere e stile e signi ­ficato storiografico e storicistico e storico.

Prendo, fra gli esempi da lei citati, il caso estremo, di Marcel Proust, dell’artista che ha rappresentato se stesso e un mondo quanto mai e se altri mai totalmente, esclusivamente, solipsisticamente estetizzanti, cioè alie ­nati ed alieni dalla storia, esso è il capolavoro più vero, fino alle conseguenze estreme, il capolavoro unico della sensibilità e del gusto, dell’etica e della poetica dell’estetismo, nella sua futile sciagura e futilità sciagurata, alieno da quanto lo contraddica e lo contrarii e lo disturbi, da quanto esista, non che sopra, fuori di esso.

Ed ecco che tale un’opera ha assunto ed ha subìto il sopruso di un valore e significato documentario natu ­ralistico, sociologico, etico e storico: e c’è come una rivalsa della storia nel fatto ch’essa sia stata com ­piuta negli anni del secondo decennio di questo secolo terribile, una paradossale rivalsa, e storica e tragica, che s’esprime e si rivela in una data, il 1914: guerra europea e anni di composizione della « Recherche ».

Riccardo Bacchelli

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