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LETTERATURA: I MAESTRI: Fogli di diario #8/11

11 Agosto 2008

di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, marted√¨ 22 Settembre 1970] ¬†

Ho concluso l’ultimo foglio di diario dicendo che detesto la formula letteraria oggi di moda: il pastiche, il divertissement. La condizione indi ¬≠spensabile perch√© uno scritto ¬≠re mi possa interessare √® che sia serio. Che non sia ambi ¬≠guo. Che non giochi. Che sia inequivocabilmente quello che mostra di essere: tragico o drammatico o patetico o idil ¬≠lico; o anche comico o ironi ¬≠co o umoristico.
Perch√© anche lo scrittore dichiaratamente comico o iro ¬≠nico o umoristico √® serio: seb ¬≠bene sia inevitabilmente un minore. So che Indro Monta ¬≠nelli s’√® risentito di questa mia affermazione: ma forse non l’ha intesa per il verso giusto.
Io non sono affatto contro la ironia o l’humour in certi cam ¬≠pi ¬† ¬† della ¬† vita. ¬† ¬† So ¬† bene, ¬† per esempio, che se il nostro po ¬≠polo fosse stato fornito di una buona dose di autoironia, non avrebbe ¬† ¬† bevuto ¬† ¬† le ¬† ¬† panzane dannunziane ¬† ¬† e ¬† ¬† mussoliniane sui colli fatali e sui destini im ¬≠mancabili. Ma nei rapporti con le persone, l’ironia √® un at ¬≠teggiamento. In letteratura lo atteggiamento diventa maniera. E le maniere sono tutte da condannarsi.
Flaubert √® un minore fin ¬≠ch√© fa dell’ironia sui suoi personaggi. Mi √® gi√† accaduto di dirlo, se Flaubert avesse scrit ¬≠to solo Bouvard et P√©cuchet e il Dictionnaire des id√©es re√≠¬ßues, o se ¬≠avesse creato solo dei personaggi come Homais, non varrebbe la pena di leg ¬≠gerlo. Cechov debutt√≤ come umorista: ma era lui stesso con ¬≠sapevole della pochezza del genere, tanto che dalle opere complete espunse le novelle scritte in giovent√Ļ. Gogol ha l’etichetta di scrittore comico o grottesco: ma a me sembra un grande scrittore solo nei momenti in cui si libera della maniera, come nel finale di Come e perch√© litigarono Ivan Ivanovic e Ivan Nikiforovic.
Ma, ripeto, lo scrittore di ¬≠chiaratamente comico, ironi ¬≠co, umoristico, √® anch’egli uno scrittore serio. Quello che non √® ammissibile √® il tono semi ¬≠serio: quando non si sa se uno parli per davvero o se scher ¬≠zi. Pare che il tono semiserio sia d’obbligo in societ√†, o per dir meglio nel bel mondo. Ma non vedo perch√© la letteratu ¬≠ra debba far propri i modi degli snob.
 

*

II fantasma della cultura umanistica s’√® ridotto da tem ¬≠po a spacciare gli slogan pi√Ļ inverosimili. Dopo 250a anni pensiero astratto √® tornato al monismo ¬† dei ¬† presocratici.
Tutto è   acqua,   tutto è   aria, tutto è essere, tutto è divenire,   si     diceva   allora.   Oggi si dice che tutto è storia, o che tutto è politica, o che tutto è cultura, o che tutto è letteratura.
Chi ancora si permette di fare qualche distinzione, per esempio tra storia e vita, o tra cultura e poesia, o tra poe ¬≠sia e vita, o tra un poeta e un letterato, viene coperto d’improperi e dichiarato fuori gioco.
Non che le distinzioni ab ¬≠biano un valore assoluto; ma a qualcosa mi sembra che ser ¬≠vano. Per esempio, mi sembra che vada tenuta presente la distinzione tra scrittore e let ¬≠terato, cio√® ira una letteratu ¬≠ra che nasce dalla vita e una letteratura che nasce dai libri. Quando in una lirica o in un romanzo riconosciamo la pre ¬≠senza della vita, diciamo che √® l’opera di uno scrittore. Al ¬≠trimenti parliamo di esercita ¬≠zione letteraria.
S’intende che anche uno scrittore cura al massimo la espressione letteraria: ma per ¬≠ch√© vuole esprimere meglio che pu√≤ quello che ha den ¬≠tro. In se stessa, la lettera ¬≠tura non lo interessa. Direi addirittura che lo irrita, che ne prova fastidio. Ogni scrit ¬≠tore potrebbe far suo lo sfo ¬≠go di Montale: ¬ę Ed invece non ho che le lettere fruste – dei dizionari, e l’oscura – voce che amore detta s’affioca, – si fa lamentosa letteratura ¬Ľ.
 

*

Ben poco della vita viene espresso. Se così non fosse, se la vita venisse travasata per intero nelle parole, saremmo tutti scrittori. Invece, a pochi è concesso esprimere, e inadeguatamente, quello che hanno provato, sofferto o gioito.
Dice Cardarelli, in una delle pi√Ļ belle liriche dedi ¬≠cate alla cittadina natale da cui √® fuggito: ¬ę Nessuno pen ¬≠sa o immagina – che cosa sia per me – questa mater ¬≠na terra ch’io sorvolo – co ¬≠me un ignoto, come un tra ¬≠ditore ¬Ľ. Neppure lui, che √® un poeta, riesce a esprimere la propria pena. Pu√≤ solo fare un accenno.
Lo sappiamo tutti, scritto ¬≠ri e no, quanto sia difficile esprimerci. Amiamo una don ¬≠na: √® un sentimento che ri ¬≠mane costante e insieme cam ¬≠bia di continuo. Parliamo a questa donna, o le scriviamo, e che cosa riusciamo a dir ¬≠le? Per dirle quanto il nostro sentimento sia profondo, va ¬≠sto, esclusivo, ricorriamo alle solite frasi fatte, quelle che si trovano anche nel Segretario Galante. Se poi vogliamo co ¬≠municarle tino stato d’animo, annaspiamo disperatamente alla ricerca delle parole. ¬ęVoi, parole, tradite invano il mor ¬≠so – secreto, il vento che nel cuore soffia ¬Ľ. Sono ancora versi di Montale.
 

*

Non mi persuade, nella cri ¬≠tica letteraria, il linguaggio iperbolico. Trovo esagerati termini come ¬ę supremo ¬Ľ, ¬ę sublime ¬Ľ, ¬ę favoloso ¬Ľ, ¬ę in ¬≠finito ¬Ľ e simili, di cui si fa spreco. Mi pare che ¬ę bello ¬Ľ sia pi√Ļ che sufficiente.
Chiss√† perch√© l’aggettivo ¬ę bello ¬Ľ √® messo al bando. Era messo al bando anche quando ero giovane io. Allo ¬≠ra si diceva ¬ę buono ¬Ľ.
La critica non √® iperbolica solo nell’aggettivazione. Ecce ¬≠de anche nell’attribuire a uno scrittore ogni sorta di doti e di doni. Lo scrittore Tal dei Tali aveva capito tutto, ave ¬≠va sperimentato tutto; la sua sensibilit√† aveva captato i messaggi pi√Ļ impercettibili; la sua immaginazione s’era sfrenata in ogni direzione.
Sia come sia, di questa esperienza totale, di questa comprensione assoluta, di questa sensibilit√† eccezionale, di queste orge d’immagina ¬≠zione, ben poco √® passato nell’opera. Siamo sempre l√¨, alla difficolt√† di esprimersi.
In ogni scrittore c’√® la parte vera, viva, personale, originale, e la parte falsa, generica, convenzionale. Il lettore accetta la prima e ri ¬≠fiuta la seconda: non vedo cosa ci sia di scandaloso in quest’opera di restauro, o di potatura, la si chiami come si vuole. Oggi, lo so, la ten ¬≠denza della critica √® di pren ¬≠dere tutto per buono. Secon ¬≠do me, √® una tendenza sba ¬≠gliata. Nasce dal non voler riconoscere che la poesia √® pi√Ļ importante della lettera ¬≠tura, e che la vita √® pi√Ļ im ¬≠portante della poesia.

 

 


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Bart