Fogli di diario #8/11

di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, martedì 22 Settembre 1970]  

Ho concluso l’ultimo foglio di diario dicendo che detesto la formula letteraria oggi di moda: il pastiche, il divertissement. La condizione indi ­spensabile perché uno scritto ­re mi possa interessare è che sia serio. Che non sia ambi ­guo. Che non giochi. Che sia inequivocabilmente quello che mostra di essere: tragico o drammatico o patetico o idil ­lico; o anche comico o ironi ­co o umoristico.
Perché anche lo scrittore dichiaratamente comico o iro ­nico o umoristico è serio: seb ­bene sia inevitabilmente un minore. So che Indro Monta ­nelli s’è risentito di questa mia affermazione: ma forse non l’ha intesa per il verso giusto.
Io non sono affatto contro la ironia o l’humour in certi cam ­pi     della   vita.     So   bene,   per esempio, che se il nostro po ­polo fosse stato fornito di una buona dose di autoironia, non avrebbe     bevuto     le     panzane dannunziane     e     mussoliniane sui colli fatali e sui destini im ­mancabili. Ma nei rapporti con le persone, l’ironia è un at ­teggiamento. In letteratura lo atteggiamento diventa maniera. E le maniere sono tutte da condannarsi.
Flaubert è un minore fin ­ché fa dell’ironia sui suoi personaggi. Mi è già accaduto di dirlo, se Flaubert avesse scrit ­to solo Bouvard et Pécuchet e il Dictionnaire des idées reí§ues, o se ­avesse creato solo dei personaggi come Homais, non varrebbe la pena di leg ­gerlo. Cechov debuttò come umorista: ma era lui stesso con ­sapevole della pochezza del genere, tanto che dalle opere complete espunse le novelle scritte in gioventù. Gogol ha l’etichetta di scrittore comico o grottesco: ma a me sembra un grande scrittore solo nei momenti in cui si libera della maniera, come nel finale di Come e perché litigarono Ivan Ivanovic e Ivan Nikiforovic.
Ma, ripeto, lo scrittore di ­chiaratamente comico, ironi ­co, umoristico, è anch’egli uno scrittore serio. Quello che non è ammissibile è il tono semi ­serio: quando non si sa se uno parli per davvero o se scher ­zi. Pare che il tono semiserio sia d’obbligo in società, o per dir meglio nel bel mondo. Ma non vedo perché la letteratu ­ra debba far propri i modi degli snob.
 

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II fantasma della cultura umanistica s’è ridotto da tem ­po a spacciare gli slogan più inverosimili. Dopo 250a anni pensiero astratto è tornato al monismo   dei   presocratici.
Tutto è   acqua,   tutto è   aria, tutto è essere, tutto è divenire,   si     diceva   allora.   Oggi si dice che tutto è storia, o che tutto è politica, o che tutto è cultura, o che tutto è letteratura.
Chi ancora si permette di fare qualche distinzione, per esempio tra storia e vita, o tra cultura e poesia, o tra poe ­sia e vita, o tra un poeta e un letterato, viene coperto d’improperi e dichiarato fuori gioco.
Non che le distinzioni ab ­biano un valore assoluto; ma a qualcosa mi sembra che ser ­vano. Per esempio, mi sembra che vada tenuta presente la distinzione tra scrittore e let ­terato, cioè ira una letteratu ­ra che nasce dalla vita e una letteratura che nasce dai libri. Quando in una lirica o in un romanzo riconosciamo la pre ­senza della vita, diciamo che è l’opera di uno scrittore. Al ­trimenti parliamo di esercita ­zione letteraria.
S’intende che anche uno scrittore cura al massimo la espressione letteraria: ma per ­ché vuole esprimere meglio che può quello che ha den ­tro. In se stessa, la lettera ­tura non lo interessa. Direi addirittura che lo irrita, che ne prova fastidio. Ogni scrit ­tore potrebbe far suo lo sfo ­go di Montale: « Ed invece non ho che le lettere fruste – dei dizionari, e l’oscura – voce che amore detta s’affioca, – si fa lamentosa letteratura ».
 

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Ben poco della vita viene espresso. Se così non fosse, se la vita venisse travasata per intero nelle parole, saremmo tutti scrittori. Invece, a pochi è concesso esprimere, e inadeguatamente, quello che hanno provato, sofferto o gioito.
Dice Cardarelli, in una delle più belle liriche dedi ­cate alla cittadina natale da cui è fuggito: « Nessuno pen ­sa o immagina – che cosa sia per me – questa mater ­na terra ch’io sorvolo – co ­me un ignoto, come un tra ­ditore ». Neppure lui, che è un poeta, riesce a esprimere la propria pena. Può solo fare un accenno.
Lo sappiamo tutti, scritto ­ri e no, quanto sia difficile esprimerci. Amiamo una don ­na: è un sentimento che ri ­mane costante e insieme cam ­bia di continuo. Parliamo a questa donna, o le scriviamo, e che cosa riusciamo a dir ­le? Per dirle quanto il nostro sentimento sia profondo, va ­sto, esclusivo, ricorriamo alle solite frasi fatte, quelle che si trovano anche nel Segretario Galante. Se poi vogliamo co ­municarle tino stato d’animo, annaspiamo disperatamente alla ricerca delle parole. «Voi, parole, tradite invano il mor ­so – secreto, il vento che nel cuore soffia ». Sono ancora versi di Montale.
 

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Non mi persuade, nella cri ­tica letteraria, il linguaggio iperbolico. Trovo esagerati termini come « supremo », « sublime », « favoloso », « in ­finito » e simili, di cui si fa spreco. Mi pare che « bello » sia più che sufficiente.
Chissà perché l’aggettivo « bello » è messo al bando. Era messo al bando anche quando ero giovane io. Allo ­ra si diceva « buono ».
La critica non è iperbolica solo nell’aggettivazione. Ecce ­de anche nell’attribuire a uno scrittore ogni sorta di doti e di doni. Lo scrittore Tal dei Tali aveva capito tutto, ave ­va sperimentato tutto; la sua sensibilità aveva captato i messaggi più impercettibili; la sua immaginazione s’era sfrenata in ogni direzione.
Sia come sia, di questa esperienza totale, di questa comprensione assoluta, di questa sensibilità eccezionale, di queste orge d’immagina ­zione, ben poco è passato nell’opera. Siamo sempre lì, alla difficoltà di esprimersi.
In ogni scrittore c’è la parte vera, viva, personale, originale, e la parte falsa, generica, convenzionale. Il lettore accetta la prima e ri ­fiuta la seconda: non vedo cosa ci sia di scandaloso in quest’opera di restauro, o di potatura, la si chiami come si vuole. Oggi, lo so, la ten ­denza della critica è di pren ­dere tutto per buono. Secon ­do me, è una tendenza sba ­gliata. Nasce dal non voler riconoscere che la poesia è più importante della lettera ­tura, e che la vita è più im ­portante della poesia.

 

 

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