di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 4 aprile 1969]
«Hardy! Chi era costui? ». Se non proprio in questi termini, una domanda del ge nere m’è stata rivolta da più di un conoscente, a cui l’anno scorso era capitato di leggere alcuni miei articoli sul grande scrittore inglese. Né si tratta va d’ignoranti. Al contrario, erano persone provviste di una buona cultura letteraria. Perché dunque per loro Hardy era poco più che un flatus vocis?
Non si può certo dire che l’informazione letteraria sia oggi scarsa, o poco diffusa, o non aggiornata. Dalle riviste d’elite rimbalza nei quotidia ni, viene riecheggiata dai ro tocalchi e dai giornali fem minili. Un nome entra in cir colazione dall’oggi al domani. Era sulla bocca di pochi spe cialisti, e in un batter d’oc chio è diventato familiare alle masse.
Che differenza dai miei tem pi! Il Novecento era già nel suo quarto decennio, ma la cultura letteraria ufficiale continuava a esser quella ottocen tesca. Il nome di D’Annunzio bastava a far storcere il naso ai nostri padri e ai nostri pro fessori, rimasti fermi a Car ducci (come Croce, del resto). Non parliamo del futurismo (già, con questo nome, erano soliti bollare in blocco l’ar te del Novecento). Da simili maestri non avremmo potuto aspettarci nemmeno la più elementare informazione sugli scrittori del nostro tempo.
Così, ce li dovevamo sco prire da noi: con l’aiuto ma gari di un amico di poco più anziano, che ci mettesse sulla strada. Non valeva abitare in una grande città, si era altret tanto isolati che in un buco di provincia. Sugli autori più importanti mettevamo mano quasi per caso. Ognuno face va le sue scoperte, magari sul le bancarelle dei libri usati, e si affrettava ad annunciarle ai due o tre amici che condivide vano la sua passione per la letteratura. S’intende che era no scoperte solo da un punto di vista soggettivo: oggettivamente parlando, nel ’36 Joyce, Proust, Lawrence, Gide o Kafka non erano certo autori da scoprire.
Era una formazione che ave va il vantaggio d’essere più personale. Non solo non si correva il rischio d’essere influenzati o suggestionati dagli altri: ma il fatto di aver sco vato da soli i « nostri » autori, ce li rendeva molto più cari. Ognuno covava gelosamente il tesoro messo insieme in mo do tanto avventuroso. Negli amori come negli odii letterari nettevamo una passionalità che credo sia estranea ai giovani d’oggi. E se in seguito abbiamo potuto ripudiare o ridimensionare qualcuno dei nostri idoli giovanili, lo abbiamo fatto con riluttanza e c’è costato dolore.
Ma gli svantaggi non erano da meno. E sarebbe certo segno di oscurantismo augurarsi una nuova frattura tra la cultura letteraria ufficiale e le nuove generazioni. E’ certo meglio così, che l’informazio ne letteraria sia rapida, ab bondante, sollecita a esaudire le richieste della gioventù.
*
Ma questo non ci deve im pedire di criticarne i difetti. Uno almeno mi pare che salti agli occhi: si propongono via via all’attenzione dei lettori, dei giovani in particolare, due, tre, cinque nomi; e nel giro di una stagione li si è bell’e accantonati per far posto ad altri ugualmente meritevoli o immeritevoli di essere messi in evidenza.
Non credo che la colpa sia solo della tendenza ai rapidi consumi: nella fattispecie, del la cosiddetta industria cultu rale, in caccia di novità da lan ciare il più clamorosamente possibile, e da lasciar cadere in modo altrettanto repentino, appunto per far posto ai nuo vi lanci. Almeno una parte di colpa spetta alla critica, che asseconda questo andazzo, o non lo controbatte a suffi cienza.
A un’informazione superfi ciale, effimera, nevrotica, la critica dovrebbe contrapporre un discorso in profondità sullo stato della ricerca lettera ria: rifacendosi ovviamente da lontano, dai primi del secolo o addirittura dall’Ottocento. Un discorso del genere mostrerebbe che i libri buoni non si sono affatto consumati; che rimangono attuali; e che continuano a indirizzare, in modo discreto e sotterraneo, lo svolgimento della migliore letteratura.
Purtroppo la maggior parte dei critici rifugge da un discorso così impegnativo. Il se colo è giunto a due terzi ab bondanti del suo cammino, certe linee di svolgimento do vrebbero essere ormai accer tate, certi valori assodati… Ma il critico nicchia: meglio so prassedere. Aspetta che la si tuazione si decanti (ma non dovrebbe essere lui a decantarla?).
Ogni tanto, è vero, la critica e l’editoria si trovano d’ac cordo nel tentare qualche rilancio. Nel ’65, il centenario della nascita offrì il destro per il rilancio di D’Annunzio. Oggi mi pare di capire che sia in atto un rilancio di Marinetti.
Mi viene da ridere ripen sando che D’Annunzio e il futurismo erano le bestie nere dei nostri padri e professori carducciani: mentre per noi giovani, D’Annunzio era re moto quanto Carducci, e il fu turismo ce lo lasciammo su bito alle spalle, come una esperienza che non avrebbe potuto insegnarci nulla.
In realtà questi rilanci non vogliono affatto contribuire alla creazione di una prospettiva letteraria. Sono anch’essi il frutto della rincorsa dell’at tualità, e della lotta per il potere letterario. L’anno prossimo sarà il cinquantenario del la morte di Tozzi. Vorrei sbagliarmi, ma temo proprio che passerà sotto silenzio: un rilancio dì Tozzi non farebbe il gioco di nessuno.
*
Si può capire che nell’epoca umbertina il futurismo apparisse ai giovani come una ventata di modernità. Comunque i più intelligenti fecero presto a rendersi conto che il rappor to tra l’artista e il mondo moderno era meno semplicistico di come lo delineava un Marinetti.
«La semplicità pastorale non ha relazione con lo stato attuale. La sua falsa naturalezza è una convenzione lettera ria, un artificiale manierismo, un fenomeno libresco: non na sce dalla campagna, ma dagli scaffali delle biblioteche accademiche. Il linguaggio vivo, nato sul vivo, che corrisponde, allo spirito d’oggi, è il linguaggio dell’urbanesimo… La strada che rumoreggia senza tregua giorno e notte, è strettamente legata all’anima contemporanea, come le prime note di un’ouverture richiama no l’immagine del sipario ancora abbassato, pieno di mistero e di penombra, ma già acceso dalle luci della ribalta. La città che fruscia e risuona incessantemente, senza requie, al di là delle porte e delle finestre, è per ciascuno di noi la grandiosa ouverture della vita ».
Chi scrive è Pasternak: che per suo conto ha tratto indifferentemente ispirazione dalla campagna come dalla città. Né s’è contraddetto per questo. Pasternak infatti raccomanda solo l’adozione di un linguaggio che corrisponda alla sensibilità d’oggi.
Contrariamente a quanto credeva Marinetti, non esiste un repertorio di temi moderni (la grande città, le macchine, la velocità). Esiste solo una sensibilità moderna, un linguaggio moderno. Quanto ai temi, ognuno deve individuare i propri. Uno scrittore non è certo più moderno di un altro per il fatto che parla di Nuova York invece che di Roccacannuccia.
Commenti
Una risposta a “Fogli di diario #1/11”