Giambattista Marino

di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, domenica 19 ottobre 1969]

Ancora a quattrocento anni dalla sua na ­scita (18 ottobre 1569) Giambattista Marino non ha potuto scrollarsi dalle spal ­le l’etichetta di « poeta della meraviglia »: cioè di scrittore che all’ideale del bello so ­stituiva la ricerca dello strano e dello stu ­pefacente. Ancora oggi dalle storie lettera ­rie e dal grande Dizionario enciclopedico di letteratura italiana, il reo è presentato come confesso in un suo famoso sonetto, anzi quasi in un sadico atteggiamento di rifiuto della divina poesia per un’abilità da giocoliere. «È del poeta il fin la maravi ­glia… – Chi non sa fa stupir vada a la striglia ». Ma questi versi non sono affatto «sintesi della poetica » sua propria: cam ­peggiano invece in una presa in giro, in un’esaltazione antifrastica, alla rovescia, dell’odiatissimo rimatore Gaspare Murtola.

Quei due versi fraintesi e staccati dal contesto sono divenuti uno slogan storio ­grafico sotto l’influsso delle condanne alfieriane (« il Seicento delirava… ») e roman ­tiche per la letteratura barocca; e sono rim ­balzati fino a noi come una definizione cri ­tica per la pigrizia culturale che rende spes ­so la storia letteraria vittima di una serie di idola e di luoghi comuni.

Non la riuscì a eliminare neppure il Cro ­ce con la sua memorabile scelta di Poesie varie del Marino (1913). Egli puntava sì a una rivalutazione della lirica, interpretan ­dola attraverso il brillante binomio sen ­sualismo-ingegnosità; ma respingendo mo ­ralisticamente il secondo termine continua ­va il rifiuto illuministico e romantico, e so ­prattutto si precludeva la comprensione di quella psicologia e di quella sociologia del ­l’espressione artistica che sono definibili come « manieristiche ». Nuove e ricche prospettive di lettura si sono ora aperte per il Marino proprio in questa dimensione manieristica, riconqui ­stata sotto le sollecitazioni delle esperienze espressionistiche e surrealistiche, degli eser ­cizi critici di tipo stilistico e strutturale, dell’ambiguità identificata ormai come fattore caratterizzante il linguaggio poe ­tico. Malgrado le impostazioni e le me ­todologie diverse, il Parnaso in rivolta de ­scritto dal Calcaterra, la tipologia del Ri ­nascimento in crisi identificata dall’Hauser, il labirinto scelto dallo Hocke come emble ­ma del mondo seicentesco, il barocco come estrema ricerca di serenità nell’arte presen ­tato dal Getto offrono interpretazioni con ­vergenti nella nuova visione di questa si ­tuazione spirituale nell’Europa delle rifor ­me e delle nazionalità. Così, come nota il più acuto interprete delle inquietudini let ­terarie fra Cinquecento e Seicento, Ezio Raimondi, anche la « sensibilità » diviene un problema che lo storico non può igno ­rare.

Proprio sotto angolazione manieristica, do ­po decenni e decenni di silenzio edito ­riale, sono stati presentati, negli anni Ses ­santa e sulla scia della rinnovatrice anto ­logia del Getto, alcuni importanti testi mariniani: anzi tutte le ricercate e rischiose Dicerie sacre e la Strage degli innocenti a cura di un esperto filologo come il Pozzi (ed. Einaudi), poi la silloge delle sorpren ­denti Lettere accuratamente aggiornata da un giovane e valente specialista, il Guglielminetti, e il florilegio del Muscetta e del Ferrante nella loro Poesia del Seicento (ed. Einaudi), infine le Opere scelte a cura dell’Asor Rosa (ed. Rizzoli).

In questa ripresa di fortuna specialmente della lirica (recentissime le fini Ricerche intorno alla « Lira » del Besomi, ed. Ante ­nore) colpisce l’assenza del capolavoro del Marino l’Adone, la massima realizzazione della avventurosa ingegnosità seicentesca. Dopo il grandioso successo fra Sei e Sette ­cento, l’ultima solitaria e ormai introvabile edizione è del 1921: delle 5625 ottave po ­che centinaia sono accolte anche nelle otti ­me antologie or ora citate. Eppure l’Adone è il più grandioso poema del manierismo europeo, come testimoniano anche gli ampi e implicati riflessi nella musica, nel teatro, nelle arti figurative.

Sono soprattutto le aperture di sensibi ­lità e di gusto alla nuova pittura â— tecni ­camente spiegate nella Galeria â— che ap ­profondiscono nell’Adone il senso delle fa ­scinose rappresentazioni, ora allusive ora suggestivamente metaforiche. Gli stessi este ­nuati abbandoni carnali, prolungamenti di languori tassiani, sembrano atteggiarsi in estatiche pose berniniane, sfumare in tene ­ri colorismi correggeschi, allargarsi in mor ­bide musicalità da madrigale monteverdiano («Musica e Poesia son due sorelle »).

Le sontuose e lussuriose fantasie dell’Adone riescono a librarsi cosi in una sot ­tile e sublime ambiguità: la quale non va crocianamente o marxisticamente respinta, ma riportata e inserita nel quadro d’una storia della sensibilità manieristica dal Parmigianino fino, in certo modo, allo Shake ­speare (e questo spiega il successo nel mon ­do anglosassone prolungatosi recentemente col poderoso studio del Mirollo e colla tra ­duzione del Priest).

È un’ambiguità che « si poneva come in ­quieta, capziosa contestazione, capriccio ed allarme nei confronti di una società fidu ­ciosa nella repressione degli istinti e nella immobilità dei valori ». Rilievo giustissimo, questo, nell’intelligente accostamento all’Adoneoperato ora da Marzio Pieri («Convivium », vol. XXXVI », e avvalorato dalle rivelatrici analisi culturali e linguistiche della Colombo (Cultura e tradizione nel ­l’Adone, ed. Antenore). Il Pieri stesso ci fa sperare che presto potremo finalmente avere il capolavoro del Marino in un’edizione ac ­curata, quella che egli sta preparando per gli Scrittori d’Italia del Laterza. Sarebbe il più bel frutto di questo centenario.

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