Gide oggi, a cento anni dalla nascita

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 novembre 1969]

Si ricorda in Francia il cen ­tenario della nascita di André Gide (22 novembre 1869) ma con un certo ri ­serbo. Ed è facile capirne la ragione: troppe cose sono cambiate dagli anni della particolare dittatura gidiana che aveva trovato nell’am ­biente della Nouvelle Revue Franí§aise la sua sede natu ­rale. Eppure non manche ­rebbero i motivi per un ri ­scatto nell’attualità: basti pensare a tutte le battaglie d’ordine morale che lo scrit ­tore fece nel nome della li ­berazione dell’uomo dai pre ­giudizi, dalle superstizioni e dalle consuetudini. Gide è stato uno dei primi a met ­tere in luce gli errori e le insidie di un certo spirito familiare, a battersi per una migliore organizzazione del ­la giustizia, a denunciare le colpe e i crimini del colo ­nialismo: a suo modo è sta ­to un contestatore, ma a vo ­lerlo giudicare da questo punto di vista si coglie im ­mediatamente     la diversità della sua protesta e il rap ­porto essenzialmente uma ­no dei suoi interventi. Oggi, in fondo, lo si accuserebbe di non aver mai voluto far par ­te di una chiesa o di un par ­tito politico e di aver rego ­lato la sua vita sull’unica guida dell’autonomia e del ­l’indipendenza della persona.

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La sua stessa natura reli ­giosa che, peraltro, ha nu ­trito la parte più nobile del ­la sua ricerca spirituale e in ­tellettuale obbediva soprat ­tutto a un’accentuazione del tutto intima e segreta della propria anima e per molti anni, fino a quando cioè non gli riuscì di rompere tutti i legami con la memoria del Cristo, credere o cercare di credere aveva significato per lui speculare sulla possibilità di perfezionare e migliorare il senso della propria vita. Comunque, non andò mai ol ­tre la lettura dei Vangeli, anche se il continuo confron ­to con l’insegnamento di Cri ­sto, vagliato secondo gli in ­teressi del momento e alla luce delle sue esperienze vi ­tali, lo differenziava forte ­mente dagli altri, diciamo pure da quasi tutti gli scrit ­tori del suo tempo che non si erano formati su quei te ­sti. Ci fu solo un momento in cui credette di poter final ­mente uscire dall’inferno del ­la dilettazione interiore ed egoistica ma si trattò di una brevissima illusione: fu quan ­do ritenne opportuno aderire al comunismo, inteso piutto ­sto come aspirazione alla co ­munione universale fra gli uomini che non come dot ­trina politica.

Gide che era meticoloso e sospettoso pensò di andare nell’Unione Sovietica per ve ­rificare sul posto l’applicazio ­ne della verità comunista ma gli bastò un viaggio di pochi giorni per stabilire che fra ambizioni e realtà c’era un abisso e con la stessa rapidità con cui si era schierato dalla parte dei Barbusse e dei Rol-land (vale a dire, di scrittori che per natura ed educazio ­ne non gli erano certo con ­geniali), fece la sua brava contrizione e ritornò nella grande famiglia borghese, l’unica del resto che gli con ­sentisse la posizione del ri ­belle e dell’oppositore. Fu ac ­cusato di ingenuità ma pro ­babilmente si trattava di una diagnosi di comodo: in effet ­ti Gide anche sulla questione del comunismo non aveva fat ­to altro che regolarsi secon ­do le sue norme di indipen ­denza. Appena avvertiva di legarsi troppo a un’idea o a una persona, ricorreva al ri ­medio della rottura e del ­l’analisi critica.

Soltanto così si spiega e si giustifica la lunga operazio ­ne dialettica che ha segnato la sua vita: Gide ha voluto provare tutto e il contrario di tutto, e perfino come scrit ­tore aveva scelto come nor ­ma quella di mettere i suoi libri in contrasto o in con ­traddizione fra di loro, qua ­si si fosse trattato di stabi ­lire un dialogo fra le varie occasioni della sua vita di grande dilettante. A ben guardare, era piuttosto una regola d’ordine estetico e in fondo, se lo giudichiamo alla luce degli avvenimenti più recenti della letteratura, il suo vero proposito era quello di costruirsi un’immagine il più possibile accettabile e de ­gna della propria opera. Ec ­co perché molte delle sue pa ­gine denunciano lo sforzo della ricerca obbligata, ecco soprattutto perché non gli durava il fiato per scrivere un vero romanzo o per af ­frontare un genere letterario ben preciso: le cose migliori restano i racconti brevi, i récits, cioè quei componimen ­ti di misura in cui riusciva a presentare nella luce mi ­gliore un’idea o un atteggia ­mento morale o soltanto un interrogativo.

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Qui forse stava il suo se ­greto: interrogare, porre del ­le domande imbarazzanti, in ­quietare lo spirito, non con ­cedere pace al bisogno tutto umano di assestamento e di compiacimento. E va detto che sotto questo profilo la sua presenza ha avuto una grandissima importanza. Nel campo letterario, dove Gide per moltissimi anni ha soddi ­sfatto con grande prestigio la funzione di correttore del gu ­sto che gli era stata ricono ­sciuta da Curtius, e in quello più vasto dell’esistenza, dove Gide è stato un ascoltatore disinteressato delle incertez ­ze altrui e un consigliere di grande forza morale (questo cristiano in rotta col Cristo può vantare molti successi come apostolo e infatti gli amici che grazie a Gide han ­no ritrovato la fede furono molti e fra gli spiriti più alti del suo tempo, basti ricorda ­re René Schwob).

C’è stato un momento in Europa in cui Gide sembra ­va l’unico maestro possibile e noi che abbiamo passato quelle acque non possiamo neppure oggi tacere un gros ­so debito di riconoscenza: Gide ci aveva insegnato a non barare con noi stessi, a non illuderci delle nostre ra ­gioni, soprattutto ci aveva raccomandato di non pecca ­re contro lo Spirito. Cosa cu ­riosa, poiché proprio la sua storia d’uomo era un esem ­pio contrario, di come cioè si possa tradire per una scel ­ta del male, per una voca ­zione rovesciata, nel tentati ­vo di sostituire a Dio l’ordi ­ne naturale dell’istinto. Si pensi a una delle sue grandi battaglie, quella che più del ­le altre lo ha reso famoso, in nome della libertà sessuale.

Sarebbe ingiusto dire che Gide non abbia vissuto fino in fondo questa tragedia, così come sarebbe falso negare che egli non abbia rinchiuso in quel grido di libertà tut ­ta la parte superstite del ri ­morso e della contrizione mo ­rale. Ma anche questo atteg ­giamento rischia di apparire agli spettatori d’oggi come ipocrita o ridicolo e ciò do ­vrebbe servirci a capire qua ­le distanza passi fra il tem ­po gidiano e il nostro, legato all’esaltazione del puro istin ­to animale. Gide fino all’ul ­timo e nonostante le sue professioni di tranquillità sentì nella carne il peso del suo errore e a ben poco gli serviva il tentativo di tra ­durre la sua colpa su un altro terreno o dire di averne fat ­to uno strumento di riscatto. A volte lo scrupolo â— por ­tato al massimo â— di voler apparire sincero lo costrin ­geva a guardare il mondo in un certo senso e a dimenti ­care le ragioni degli altri (il suo distacco da Claudel o da Charles du Bos va spiegato così).

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Ugualmente prezioso il suo insegnamento letterario: il Journal non è davvero un li ­bro morto né sono morte le pagine del critico. Anche qui, oggi, verrebbe fatto di obiet ­tare che la regola del ‘gusto’ non è più sufficiente, ma è un’obbiezione del tutto gra ­tuita e che ottiene l’effetto contrario. Tutt’al più si do ­vrebbe dire che il gusto di Gide ha rappresentato il mo ­mento culminante di una par ­ticolare civiltà di élite e che il suo apparente disordine, la sua inquietudine avevano come unico oggetto finale una ben precisa idea di uma ­nesimo classico. Oggi di quel ­la civiltà non rimane quasi più nulla e quindi si spiega â— almeno in parte â— il lun ­go purgatorio in cui è en ­trato da molti anni Gide. Ma, si badi bene, non si trat ­ta di una sentenza definiti ­va: Gide è stato un maestro e tornerà ad esserlo, quan ­do anche la letteratura avrà riconquistato i suoi poteri e i sentimenti avranno riotte ­nuto il diritto di ascolto.

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