Il Giuliano di Giovene

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 12 marzo 1970]

Ecco compiuta la grande impresa di Andrea Giovene con gli ultimi due volu ­mi dell’Autobiografia di Giu ­liano di Sansevero (volumi IV e V. pp. 255 e 248, L. 6.200, ed. Rizzoli): una buona, anzi una doverosa occasione per tirare le somme e alludere a un primo bilancio.

Il lettore ricorderà che pro ­prio su queste pagine e per merito del nostro indimenti ­cabile Enrico Emanuelli il ro ­manzo del Giovene era stato salutato con tutti gli onori. Ricorderà anche che a quel tempo (nel 1966) l’eco del Gattopardo non si era del tut ­to spenta, per cui le prime valutazioni seguirono una strada per gran parte obbli ­gata: si trattava di sta ­bilire fino a che punto l’im ­presa del Giovene dipendesse o si staccasse dal libro unico del Lampedusa. Questioni â— inutile notarlo â— del tutto gratuite e marginali: basta ­va aprire il volume del Gio ­vene per accorgersi che tutto era diverso, prima ispirazione, condotta dell’opera, e â— giù giù â— fino al quadro dei ri ­sultati. L’equivoco era stato determinato da ragioni pura ­mente esteriori: tutt’e due gli scrittori erano nobili, me ­ridionali e, per quanto se ne sapeva, tutt’e due non face ­vano parte delle truppe rego ­lari della nostra letteratura.

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In effetti le posizioni di partenza erano del tutto di ­verse: Lampedusa si serviva di una favola familiare per offrire una sua filosofia della vita, Giovene prima di ogni altra cosa intendeva illustra ­re la storia di un uomo, dan ­do piuttosto valore ai singoli episodi della sua vita. E che l’interpretazione fosse giusta, ce lo ripetevano ad abundantiam le diverse strutture del ­le due opere: rapido e secco il ritratto del Lampedusa fino a non temere una riduzione emblematica, altrettanto dif ­fuso e minuzioso il quadro di vita offerto dal Giovene.

Più utile sarebbe stato in ­vece vedere fino a che punto corrispondessero le figure del ­lo scrittore e del protagoni ­sta, cercare di capire, cioè, in che senso era stata rielabo ­rata la storia dell’esistenza stessa del Giovene. È vero che la cosa all’inizio non si presentava facile, tanta era la persuasione intima della sto ­ria, per cui il lettore proce ­deva speditamente e libero da speculazioni del genere. La cosa acquistò un altro peso con la pubblicazione del terzo libro e oggi trova tutto il suo rilievo negli ultimi due tomi che dagli anni dell’ultima guerra ci portano alla con ­clusione della storia. A mano a mano che lo scrittore si av ­vicinava alla soluzione dava l’impressione di voler dare più credito al senso delle cose che non alle cose per se stesse: il narratore subiva il fascino dell’interprete e â— diciamo pure la parola grossa â— del filosofo della storia.

Di qui un primo contrasto fra le pagine della adolescen ­za e del soggiorno milanese e queste della guerra in Gre ­cia e del calvario tedesco: là aveva il sopravvento il gu ­sto della visione poetica o la libera passione del racconto, qui le cose danno sempre una risposta sorda. Si sente che lo scrittore ha paura di ce ­dere a un rapporto realista e a un certo punto arriva a dir ­lo a chiare lettere: «ma la molteplicità delle avventure in queste due ultime guerre, ha tolto ogni sapore a questi racconti. I piccoli episodi che un secolo fa resero famosi i semplici diari di un Pellico, oggi non interesserebbero più nessuno… ». E fedele a questo principio il Giovene ha pre ­ferito mettere in luce le ra ­gioni d’ordine generale e co ­gliere il senso del dramma dall’alto, insomma da una posizione astratta. Così quan ­do dovrà illustrarci la vita di un campo di concentramento, si limiterà ad osservare: « Vi ­sto dall’alto, certamente l’im ­menso nostro accampamento non doveva apparire più che una macchia di lichene ver ­dastro sopra la scorza di un albero ». E la pagina dopo parlerà proprio di ‘interessi di natura astratta e quasi scientifica’.

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Tale ci sembra, dunque, la evoluzione imposta dallo scrit ­tore al regime comunemente diverso dell’autobiografia: una evoluzione, d’altra parte, per ­fettamente rispondente al ­l’approfondimento della veri ­tà, alla costante ricerca delle cose più concrete, oltre il pri ­mo e più facile limite del ­l’apparenza, che restano la grande preoccupazione dello scrittore. Il tutto non sfugge a un certo rapporto impreci ­so fra doveri del cronista e compiti dello storico e del fi ­losofo. Di qui il procedere per soluzioni contratte in un ritmo sempre più accelerato, nonostante il rispetto dei ‘tempi’ stabiliti inizialmente dallo scrittore. Ma è chiaro che là dove la favola con ­sentiva una maggiore disten ­sione, la pagina risultava più ariosa e libera mentre col passare del tempo, quando, cioè, il protagonista saltava fuori dall’Eden delle prime stagioni, ecco che il discorso diventava per forza di cose più complesso e lento. Quasi che il narratore avvertisse una certa misura di fatica inutile nel dare risalto ai fatti della vita e cedesse per con ­tro all’invito tutto diverso di tirare le somme. Senonché è mancata nel Giovene la volontà precisa di una scelta netta: egli ha lasciato legato il discorso agli avvenimenti (soprattutto nell’ultimo volu ­me che va dal ritorno della pace alla fine) ma giuocando su due tavoli, fino a servirsi dello strattagemma del diario e questo per paura di non colmare tutti i vuoti possibili della memoria.

In questo senso l’impresa del Giovene ci riporta nell’ambito della storia del ro ­manzo europeo. Un libro che a prima vista appariva sgan ­ciato, autonomo e tale si vo ­leva, rientrava nell’ordine proprio per l’incapacità dello scrittore a optare fra una rappresentazione puramente simbolica e una lettura del ­l’anima del protagonista fat ­ta sul campionario delle vi ­cende umane. E sarebbe inu ­tile cercare nella conclusione del tutto costruita con i do ­cumenti dell’appendice una risposta al nostro problema. In ultima analisi, uno scrit ­tore così indipendente come ha voluto essere Giovene (e con le testimonianze di quan ­to aveva scritto ‘prima’) si è trovato a dovere fare i conti con la letteratura del suo tempo. Non che abbia tradi ­to o sia soltanto venuto me ­no ai cardini della sua ‘poe ­tica’, no, nessuno potrebbe accusarlo di infedeltà o di cedimenti (la pagina obbe ­disce sempre ai canoni este ­tici della sua formazione né sembra percepire i segni del ­le nuove esperienze), soltanto che al momento delle ultime carte, di quelle decisive, egli ha continuato a buttarle sul tavolo con lo stesso distacco programmatico, senz’accorger ­si o non volendo riconoscere che per lo meno il tavolo era mutato.

Resta la singolarità dell’im ­presa che non ha uguali da noi e neppure fuori, dove pur non sono mancati in passato tentativi simili. Ma là dove un Martin du Gard o soltanto un Romains o un Duhamel finivano per convogliare nella loro visione tutta la società, nel libro del Giovene il dia ­logo è al di sopra degli uomi ­ni e delle cose. Il suo Giulia ­no di Sansevero è alla fine uno che si è guardato vivere fuori della vita, con la cu ­riosa contraddizione che se da una parte vigeva un codi ­ce delle rappresentanze, dall’altra si aveva un’anima sola di fronte al giuoco chiuso e segreto delle cose.

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