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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Giuliano di Giovene

6 Aprile 2014

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 12 marzo 1970]

Ecco compiuta la grande impresa di Andrea Giovene con gli ultimi due volu ¬≠mi dell’Autobiografia di Giu ¬≠liano di Sansevero (volumi IV e V. pp. 255 e 248, L. 6.200, ed. Rizzoli): una buona, anzi una doverosa occasione per tirare le somme e alludere a un primo bilancio.

Il lettore ricorder√† che pro ¬≠prio su queste pagine e per merito del nostro indimenti ¬≠cabile Enrico Emanuelli il ro ¬≠manzo del Giovene era stato salutato con tutti gli onori. Ricorder√† anche che a quel tempo (nel 1966) l’eco del Gattopardo non si era del tut ¬≠to spenta, per cui le prime valutazioni seguirono una strada per gran parte obbli ¬≠gata: si trattava di sta ¬≠bilire fino a che punto l’im ¬≠presa del Giovene dipendesse o si staccasse dal libro unico del Lampedusa. Questioni √Ę‚ÄĒ inutile notarlo √Ę‚ÄĒ del tutto gratuite e marginali: basta ¬≠va aprire il volume del Gio ¬≠vene per accorgersi che tutto era diverso, prima ispirazione, condotta dell’opera, e √Ę‚ÄĒ gi√Ļ gi√Ļ √Ę‚ÄĒ fino al quadro dei ri ¬≠sultati. L’equivoco era stato determinato da ragioni pura ¬≠mente esteriori: tutt’e due gli scrittori erano nobili, me ¬≠ridionali e, per quanto se ne sapeva, tutt’e due non face ¬≠vano parte delle truppe rego ¬≠lari della nostra letteratura.

*

In effetti le posizioni di partenza erano del tutto di ¬≠verse: Lampedusa si serviva di una favola familiare per offrire una sua filosofia della vita, Giovene prima di ogni altra cosa intendeva illustra ¬≠re la storia di un uomo, dan ¬≠do piuttosto valore ai singoli episodi della sua vita. E che l’interpretazione fosse giusta, ce lo ripetevano ad abundantiam le diverse strutture del ¬≠le due opere: rapido e secco il ritratto del Lampedusa fino a non temere una riduzione emblematica, altrettanto dif ¬≠fuso e minuzioso il quadro di vita offerto dal Giovene.

Pi√Ļ utile sarebbe stato in ¬≠vece vedere fino a che punto corrispondessero le figure del ¬≠lo scrittore e del protagoni ¬≠sta, cercare di capire, cio√®, in che senso era stata rielabo ¬≠rata la storia dell’esistenza stessa del Giovene. √ą vero che la cosa all’inizio non si presentava facile, tanta era la persuasione intima della sto ¬≠ria, per cui il lettore proce ¬≠deva speditamente e libero da speculazioni del genere. La cosa acquist√≤ un altro peso con la pubblicazione del terzo libro e oggi trova tutto il suo rilievo negli ultimi due tomi che dagli anni dell’ultima guerra ci portano alla con ¬≠clusione della storia. A mano a mano che lo scrittore si av ¬≠vicinava alla soluzione dava l’impressione di voler dare pi√Ļ credito al senso delle cose che non alle cose per se stesse: il narratore subiva il fascino dell’interprete e √Ę‚ÄĒ diciamo pure la parola grossa √Ę‚ÄĒ del filosofo della storia.

Di qui un primo contrasto fra le pagine della adolescen ¬≠za e del soggiorno milanese e queste della guerra in Gre ¬≠cia e del calvario tedesco: l√† aveva il sopravvento il gu ¬≠sto della visione poetica o la libera passione del racconto, qui le cose danno sempre una risposta sorda. Si sente che lo scrittore ha paura di ce ¬≠dere a un rapporto realista e a un certo punto arriva a dir ¬≠lo a chiare lettere: ¬ęma la molteplicit√† delle avventure in queste due ultime guerre, ha tolto ogni sapore a questi racconti. I piccoli episodi che un secolo fa resero famosi i semplici diari di un Pellico, oggi non interesserebbero pi√Ļ nessuno… ¬Ľ. E fedele a questo principio il Giovene ha pre ¬≠ferito mettere in luce le ra ¬≠gioni d’ordine generale e co ¬≠gliere il senso del dramma dall’alto, insomma da una posizione astratta. Cos√¨ quan ¬≠do dovr√† illustrarci la vita di un campo di concentramento, si limiter√† ad osservare: ¬ę Vi ¬≠sto dall’alto, certamente l’im ¬≠menso nostro accampamento non doveva apparire pi√Ļ che una macchia di lichene ver ¬≠dastro sopra la scorza di un albero ¬Ľ. E la pagina dopo parler√† proprio di ‘interessi di natura astratta e quasi scientifica’.

*

Tale ci sembra, dunque, la evoluzione imposta dallo scrit ¬≠tore al regime comunemente diverso dell’autobiografia: una evoluzione, d’altra parte, per ¬≠fettamente rispondente al ¬≠l’approfondimento della veri ¬≠t√†, alla costante ricerca delle cose pi√Ļ concrete, oltre il pri ¬≠mo e pi√Ļ facile limite del ¬≠l’apparenza, che restano la grande preoccupazione dello scrittore. Il tutto non sfugge a un certo rapporto impreci ¬≠so fra doveri del cronista e compiti dello storico e del fi ¬≠losofo. Di qui il procedere per soluzioni contratte in un ritmo sempre pi√Ļ accelerato, nonostante il rispetto dei ‘tempi’ stabiliti inizialmente dallo scrittore. Ma √® chiaro che l√† dove la favola con ¬≠sentiva una maggiore disten ¬≠sione, la pagina risultava pi√Ļ ariosa e libera mentre col passare del tempo, quando, cio√®, il protagonista saltava fuori dall’Eden delle prime stagioni, ecco che il discorso diventava per forza di cose pi√Ļ complesso e lento. Quasi che il narratore avvertisse una certa misura di fatica inutile nel dare risalto ai fatti della vita e cedesse per con ¬≠tro all’invito tutto diverso di tirare le somme. Senonch√© √® mancata nel Giovene la volont√† precisa di una scelta netta: egli ha lasciato legato il discorso agli avvenimenti (soprattutto nell’ultimo volu ¬≠me che va dal ritorno della pace alla fine) ma giuocando su due tavoli, fino a servirsi dello strattagemma del diario e questo per paura di non colmare tutti i vuoti possibili della memoria.

In questo senso l’impresa del Giovene ci riporta nell’ambito della storia del ro ¬≠manzo europeo. Un libro che a prima vista appariva sgan ¬≠ciato, autonomo e tale si vo ¬≠leva, rientrava nell’ordine proprio per l’incapacit√† dello scrittore a optare fra una rappresentazione puramente simbolica e una lettura del ¬≠l’anima del protagonista fat ¬≠ta sul campionario delle vi ¬≠cende umane. E sarebbe inu ¬≠tile cercare nella conclusione del tutto costruita con i do ¬≠cumenti dell’appendice una risposta al nostro problema. In ultima analisi, uno scrit ¬≠tore cos√¨ indipendente come ha voluto essere Giovene (e con le testimonianze di quan ¬≠to aveva scritto ‘prima’) si √® trovato a dovere fare i conti con la letteratura del suo tempo. Non che abbia tradi ¬≠to o sia soltanto venuto me ¬≠no ai cardini della sua ‘poe ¬≠tica’, no, nessuno potrebbe accusarlo di infedelt√† o di cedimenti (la pagina obbe ¬≠disce sempre ai canoni este ¬≠tici della sua formazione n√© sembra percepire i segni del ¬≠le nuove esperienze), soltanto che al momento delle ultime carte, di quelle decisive, egli ha continuato a buttarle sul tavolo con lo stesso distacco programmatico, senz’accorger ¬≠si o non volendo riconoscere che per lo meno il tavolo era mutato.

Resta la singolarit√† dell’im ¬≠presa che non ha uguali da noi e neppure fuori, dove pur non sono mancati in passato tentativi simili. Ma l√† dove un Martin du Gard o soltanto un Romains o un Duhamel finivano per convogliare nella loro visione tutta la societ√†, nel libro del Giovene il dia ¬≠logo √® al di sopra degli uomi ¬≠ni e delle cose. Il suo Giulia ¬≠no di Sansevero √® alla fine uno che si √® guardato vivere fuori della vita, con la cu ¬≠riosa contraddizione che se da una parte vigeva un codi ¬≠ce delle rappresentanze, dall’altra si aveva un’anima sola di fronte al giuoco chiuso e segreto delle cose.


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Bart