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LETTERATURA: I MAESTRI: Giornata memoranda

28 Ottobre 2012

di Cesare Garboli
[da “La stanza separata”, Mondadori, 1969]

Non ho mai partecipato, e credo non ne avrò mai la forza, ai raduni di ex-compagni di scuola. Credo che per questo genere di cerimonie occorra un animo di ferro, se non la fatuità più assoluta, comunque il dono dell’integrazione, il privilegio di far parte duratura di un insieme omogeneo di istituzioni etniche e sociali. Bisogna essere vissuti sempre in una stessa città, essere cresciuti sempre in una stessa ca ­sa. Bisogna far parte di una società e di una tradizione, non importa se piccola o grande, se provinciale o cosmopolita. Indispensabile avere avuto modelli, essersi prefissa una me ­ta, averla raggiunta in armonia e in antagonismo con gli interessi e la sorte degli altri. È necessaria una virtù istin ­tiva, essere stati capaci di concepire la propria vita come una costruzione, come un’opera, insieme egoistica e soli ­dale, individuale per quanto si riferisce a se stessi, colletti ­va, invece, quanto alla sua finalità e al suo valore.

Bisogna essere nati integrati, e poi la vita ci porti pure lontano, ci guidi per strade impensate, ci traslochi avven ­turosamente fuori dalla cerchia dentro la quale abbiamo imparato a camminare. Non riuscirà mai a distruggere, se c’è stato, il nucleo di relazioni dal quale siamo partiti. Ci vuole religione, come per qualsiasi rito, anche per ban ­chettare, passati trenta, quarant’anni, coi propri ex-compagni. E insieme alla religiosità, insieme al gusto delle cose più forti di noi, al piacere della lettura irrevocabile del « destino », ci vuole anche, come per tutte le cerimonie, una schietta vocazione al sadismo. Chi sia rimasto privo di radici, chi abbia fatto di tutto per liberarsi di tutto, cancel ­lando di volta in volta se stesso e il proprio passato, sì guardi dal rivisitare persone e luoghi scolastici. Torni a rivedere la faccia dei propri compagni, invece, a sostenerne lo sguardo appannato, a rimettere il naso nell’aula in cui fu compiuta, un tempo, la prima traduzione dal greco, sol ­tanto chi sia intimamente persuaso di essere realmente e interamente diventato quello che era. Una vita ordinata, disciplinata dalla volontà, rispettosa del collettivo e delle sue leggi, tesa nello sforzo di essere, costruita pezzo per pezzo come un monumento destinato a rimanere scolpito per sempre in una posa giusta, e magari insieme guerriera, questo è il presupposto fondamentale per tollerare lo sconquasso interiore, la serie di dubbi, lo squallore e la nausea di simili rimpatriate. È in queste occasioni che ci si tra ­sforma in storici di se stessi, senza correre il rischio di farsi analisti della propria inafferrabile, volatile e eternamente fungibile essenza umana. « La vita è intricata, sovrapposta, intersecata di innumerevoli strati, solo a lampi la si illumina. » Superfluo dedicarsi di proposito al gioco ormai una ­nime degli scavi. Intermittenze rivelatrici possono nascon ­dersi dappertutto, anche in una giornata trascorsa con vec ­chi compagni di ginnasio in una gita domenicale nel vec ­chio istituto che ci ha visto coi calzoni corti. È sufficiente un’occhiata lasciata cadere su un’antica fotografia collegia ­le, abbandonata negli archivi della memoria. « Mi vidi ma ­gro, ribelle, da carcere, da sanatorio. Che avevo dentro? Ero in ansia per quale perché? Che voleva questo ragazzo con la mandibola così esile, l’incontrano di quella ganascia che ho oggi, marmorizzata per tante mangiate e bevute? »

È che la nostra vita, contro tutte le apparenze, si atteggia in se stessa, spontaneamente, in tanti « racconti »: una to ­talità di fatti e persone, l’insieme confusamente imbrogliato, scomposto e illeggibile delle cose viventi, un giorno, non si sa per quale ragione, si mette inspiegabilmente a fuoco, gra ­zie a un fortuito, occasionale significante correlativo. Trova una forma, prende una piega che può essere il ritmo di un verso, la misura interminabile di un romanzo, il capriccio di un’invenzione verbale. £ sempre la vita che assomiglia alla letteratura, non viceversa. Basta accorgersi di vivere, per essere tutti « scrittori » della propria vita. Così la « vi ­sita a un collegio », per una sorta di automatismo fatale, potrà racchiudere nella propria semplicità narrativa, nel proprio candido slancio emozionale, nel proprio disegno autobiografico tutta una rinascente, impetuosa pluralità di collaudati codici letterari: l’oratoria e la poesia, il saggio morale e il discorso politico, la novella realistica e l’alta elegia funebre, la ritrattistica e la storiografia. Nello stesso tempo, quell’attimo di riflessione che ci accompagna se ­gretamente ogni qual volta la vita ci imponga un riepilogo di noi stessi, si articolerà secondo le linee di un conflitto, di un groviglio da sciogliere: il crudele appuntamento coi compagni di scuola, la visita al collegio sta già diventando una prova, un riesame, la conferma del super-io di un even ­tuale protagonista. Riattizzando nella brace degli anni, si riaccendono identiche le passioni di un tempo; sciogliendo gli ultimi enigmi, si risolleva un’ondata di dubbi; e mentre ci si chiede che sorte sia toccata agli assenti, e così ci si prepara a morire, ci si accorge invece che « finché si è vivi, ribolle tutto », e che la vita non è meno piena di san ­gue negli anni in cui sta tramontando, che in quelli in cui era per cominciare. Così la domenica coi vecchi compagni, in se stessa memorabile, è già in embrione un « racconto ». Per un istante, in un miracoloso equilibrio, senza cessare dal suo ritmo scomposto, la vita si è rivelata in una forma perfetta. O è questa la « creazione » letteraria, il faticoso « dopo » dell’arte? Allo scrittore, chiuso nella sua cella, simile a un amanuense innamorato delle sue carte, non resta che tendere l’orecchio, riudire tutti i suoni, stare attentissimo, non dimenticare niente, non aggiungere niente, la ­sciarsi guidare soltanto da uno sforzo disumano di preci ­sione. È in gioco la trascrizione dal vero, la perfetta rico ­piatura di come la vita è sempre e di come la vita non è mai. Bisogna ritrarre con lo scrupolo che non erra, e nello stesso tempo scegliere l’essenziale: soltanto così si può ren ­dere immortale il vissuto.

Nel suo ultimo libro, Una giornata con Dufenne, Mario Tobino riconferma la sua vocazione a concepire la lettera ­tura, con tranquilla consapevolezza del proprio anacroni ­smo, come eroismo e come passione. Narrando con finto nome in prima persona, lo scrittore-medico ritorna in com ­pagnia di un amico al collegio di Collevinci, nella campa ­gna pisana-livornese:   « la mia prigionia, con quei sacerdoti di Don Lasser che mi salvarono ». L’arco della visita, il raduno degli ex-allievi si svolge secondo un rituale presta ­bilito, ma la narrazione è poi continuamente minacciata dalla presenza dell’imprevisto, dal ribollire di risse e interrogazioni latenti. Si direbbe che Tobino, il quale col tem ­po diventa sempre più artista, come quei pittori che a furia di lavorare sul proprio autoritratto potrebbero alla fine rappresentarsi ad occhi chiusi, abbia messo al proprio « io » una sordina, abbia inspiegabilmente imparato a raccontare. Una giornata con Dufenne è certamente il racconto più classico che egli abbia mai scritto. In apparenza, una specie di « suspense » del quotidiano:     l’impazienza al momento di partire, la lentezza stupefacente con la quale l’amico, Du ­fenne, guida l’automobile per la campagna, poco più che a passo d’uomo, così che il viaggio si trasforma in una comica processione solitaria, e a un tratto, allineate una dopo l’al ­tra, con la sacra brutalità delle cose rimaste ferme nella fuga degli anni, le immagini una volta familiari: il cortile murato, il teatrino, la chiesina dedicata a Maria Ausiliatrice, « alta e formosa, il manto celeste, paffutella contadina, a Maria Ausiliatrice, in sostanza alla Madonna ». Sempre in primo piano, girata con procedimento elementare, la cerimo ­nia vera e propria:la Messa cantata, che non finisce mai, il discorsetto del professore universitario piccolo comiziante improvvisato, impaurito e perbene (« un negare la gioventù, la verità, uno sgomento davanti al sesso »), e infine il pranzo di gala, tra gli ex-allievi ormai diventati notabili.

Su questi tasti Tobino tocca con discrezione i suoi accor ­di più veri, sfoga il suo temperamento di spettatore e di giustiziere. Il dubbio, il nodo da sciogliere è sempre lo stes ­so: se la passione, l’eroismo, la grandezza umana esista, o sia delirio, invenzione di poeti in un’Italia « segreta, ran ­cida, ligia, meschina, sudore sotto le ascelle ». Si avvicina un ex-allievo, un medico elegante, nervoso, la cravatta a fiocchino. Ha da dire qualcosa, porta la conversazione su un antico compagno di giovinezza, un partigiano, Mario Fasi, morto dopo sevizie. Ma come era stato preso, il Fasi? Forse per errore, per accidente… « Ecco, ora capivo, era questo che voleva da me il medico delle Terme, che gli dessi ragione su questa seconda versione sul Fasi, che l’avvalorassi, che era morto per equivoco, che poteva capitare a tutti, che convenissi con lui, io che ero stato suo amico. Il medico delle Terme mi voleva portare a dire che la vita è dolce, consueta; al massimo in qualche momento è neces ­sario attendere e poi tutto riprocede; non c’è mai stato nul ­la, l’eroismo non esiste, tutto è molle, siamo tutti succubi ». Un tempo Tobino avrebbe reagito con impeto, con dolore, gestendo imperiosamente la propria natura. Oggi non ha più voglia di litigare. Si tiene la risposta per sé, torna a casa, annota semplicemente: « È vero. Sono annoiato, non si può avere pazienza all’infinito… Fasi per me è sacro, ne dicano bene o male non importa. Per me è come San Giu ­seppe per una bigotta, è in cielo. La nostra generazione ha attraversato un periodo di sangue, di gloria, e qualcuno tra noi, un nostro amico, si è dimostrato eroe ».

(1968)


Letto 1973 volte.


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Bart