Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Quelle mail e la testimonianza di Tatò. Così i giudici hanno deciso la condanna

28 Ottobre 2012

di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 28 ottobre 2012)

MILANO – Una mail, almeno 4 lettere, minimo 4 testimoni: non è in base al teorema del «non poteva non sapere », ma, all’osso, in base a questi elementi che i giudici d’Avossa-Guadagnino-Lupo traggono in primo grado la «piena prova, orale e documentale, che Silvio Berlusconi abbia direttamente gestito » l’«ideazione » dal 1985, la «direzione », e poi anche da premier nel 1994 la «regia » di una «scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale » attraverso «l’artificiosa lievitazione dei prezzi » dei diritti tv, prima nei frazionati passaggi infragruppo tra offshore solo apparentemente estranee a Fininvest/Mediaset, e poi tramite fittizi intermediari come il produttore americano Frank Agrama. Un’attività che l’ex premier ha «ramificato in infiniti paradisi fiscali con miriadi di società satelliti e conti », e «dalla quale ha conseguito un’immensa disponibilità economica all’estero, in danno non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore ».

La mail del contabile Fox
Il 12 dicembre 1994 un contabile della casa cinematografica «Twenty Century Fox », Douglas Schwalbe, scrive una mail al suo capo Mark Kaner per riferirgli quanto un addetto all’ufficio acquisti di Reteitalia e Mediaset, Alessandro Pugnetti, «mi ha spiegato con la speranza che tutto rimanesse tra me e lui ». E cioè che l’approvvigionamento dei diritti tv è costruito in quel modo «perché non si vuole che Reteitalia faccia utili o faccia figurare utili », nel senso che «i profitti vengono tenuti in Svizzera, i profitti non sono proprio parte delle reti televisive italiane », che anzi «sono state ideate per perdere soldi », cioè appunto per evidenziare maggiori costi e dunque pagare meno tasse. «In due parole – esemplifica il contabile – l’impero di Berlusconi funziona come un elaborato shell game con la finalità di evadere le tasse italiane », dove shell game è «un gioco che consiste nel prendere tre gusci di noci vuoti e nascondere sotto uno di essi il nocciolo di una ciliegia, chi gioca deve indovinare dove il nocciolo è stato nascosto ».

Le conferme dentro Fininvest
Schwalbe e Kaner al processo confermano il contesto della mail, e Pugnetti, premettendo che le majors premevano per avere spiegazioni su ritardi nei pagamenti, aggiunge: «Io affrontai questo problema con Carlo Bernasconi », scomparso responsabile Fininvest degli acquisti di diritti tv, «gli spiegai che avrei dovuto parlare con la Fox, gli esposi quello che avevo capito di questi meccanismi e lui mi confermò. Mi disse: “Sì, è così, vai e spiegaglielo”, con riservatezza, perché comunque sono meccanismi aziendali ».
Ulteriore conferma il Tribunale trova nell’addetta alla gestione contratti di Reteitalia e Mediaset, Silvia Cavanna. «Andavo da Bernasconi, il quale mi dava la dritta: “Allora questo mese, questo trimestre, dobbiamo arrivare in termini di costo a 5 milioni di dollari, a 20 milioni, eccetera”. Però il costo dei diritti era di meno, sensibilmente di meno ». E perciò in questa fase a Cavanna arrivava l’indicazione di gonfiare i costi d’acquisto, con l’espressione «picchia giù con i prezzi » rivoltale «da Bernasconi – sottolinea il Tribunale – solitamente dopo incontri ad Arcore con Berlusconi ».

Tatò e il tabù impenetrabile
Del resto Franco Tatò, amministratore delegato Fininvest 1993-1994 chiamato per tagliare i costi, ha deposto che invece quella dei diritti tv «era un’area di attività assolutamente chiusa e impenetrabile » (aggettivo poi ridimensionato), ma soprattutto «gestita a più alto livello da Bernasconi che dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio di amministrazione ». Aggiungono i giudici che «lo stesso ha dichiarato il responsabile amministrativo Gianfranco Tronconi », mentre «nessuno ha riferito che tra Bernasconi e Berlusconi vi fosse un altro soggetto con poteri decisionali nei diritti tv, neppure dopo la quotazione in Borsa e la discesa in campo di Berlusconi ».

I camion di carte sparite
Che fossero di Berlusconi le società offshore in apparenza fuori dal perimetro ufficiale del suo gruppo è ormai «accertato in maniera definitiva dalla Cassazione nella sentenza Mills del 2010 ». Se mai, non tutto è ricostruibile perché «a seguito delle prime perquisizioni », ricorda Cavanna, «15 anni di carte » da Lugano «furono fatte sparire in Lussemburgo, credo con camion ».

Lettera-confessione di Agrama
Per il Tribunale è «anomalo » indice della frode il «ricarico del 200% » nelle società del produttore Frank Agrama da cui il Biscione nel 1994-1998 acquista diritti per 199,5 milioni, sui quali la maggiorazione di costi fittizi è 135 milioni. Agrama era un intermediario non fittizio, ma vero e autonomo rispetto a Mediaset, ribatte oggi la difesa di Berlusconi. Ma è proprio Agrama, non oggi ma in quella che il Tribunale definisce la «lettera-confessione » del 29 ottobre 2003 all’allora presidente Fininvest Aldo Bonomo, a scrivere il contrario, e cioè di aver lavorato per le società del Biscione «come loro rappresentante ».

Berlusconi’s companies
Di «cliente Berlusconi » scrivono anche dentro Paramount il 3 marzo 1992. E il 21 dicembre 1993 è un capo di Paramount, Bruce Gordon, ad accreditare in una lettera al collega Lucas «la totale sovrapponibilità tra Agrama e Berlusconi, posto che – osservano i giudici – non vi è distinzione né tra le società né tra le persone, né tra le cifre ». E in un’altra lettera del 7 ottobre 1997 due contabili di Paramount, Taylor e Schlaffer, parlano di crediti verso le società di Agrama chiamandole «Berlusconi’s companies », cioè le società di Berlusconi, di cui Agrama per il Tribunale è dunque «mero mandatario ».

Confalonieri sapeva ma non faceva
Neppure per Confalonieri viene usato il «non poteva non sapere ». Anzi, per i giudici è «fortemente plausibile » che il presidente Mediaset «sapesse » della frode e, «violando i suoi doveri, nulla abbia fatto » per arginarla. Ma nessun teste e nessun documento del processo lo mostrano operativo sui diritti tv, sicché la carica e la (pur plausibile) ipotesi non possono da sole fondare una condanna.


“Qui si va a votare a gennaio”
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2012)

«Le primarie del Pdl? Non credo ci saranno i tempi se, come temo, si andrà a votare a gennaio… ». Conclusa la conferenza stampa fiume a Villa Gernetto e a microfoni ormai spenti, Silvio Berlusconi è ancora più tranchant di quanto lo sia stato davanti alle telecamere.

A chi gli si fa incontro per un saluto e una stretta di mano, il Cavaliere illustra senza troppi giri di parole il timing della sua presa di distanza da Mario Monti. Rottura sul ddl stabilità che arriva in Aula alla Camera fra due settimane e quindi voto a gennaio, eventualmente con election day in Lombardia e, magari, anche nel Lazio.
In parallelo, ritorno in grande stile in tv e piena disponibilità ad accettare inviti da tutte le trasmissioni.

Difficile ipotizzare come andrà davvero a finire. Quel che è certo è che Berlusconi è una furia come non lo si vedeva da tempo. Al punto non solo da seguire senza tentennamenti la linea dei cosiddetti «falchi », ma dall’avere perfino un certo fastidio nell’ascoltare le argomentazioni delle «colombe » che predicano cautela. «Reagisce a quella che è e vive come un’aggressione », edulcora lo stato d’animo del premier Paolo Bonaiuti. Il Cavaliere, infatti, è convinto d’essere vittima di un’ingiustizia, di una sentenza politica che non sta «né in cielo né in terra ». Con una differenza rispetto al passato, alle tante altre volte che Berlusconi se l’è presa con la magistratura. Quasi un anno fa, infatti, il Cavaliere ha lasciato Palazzo Chigi per far spazio a Mario Monti anche nell’ottica di una sorta di «pacificazione », di passaggio da una fase conflittuale ad un’altra di collaborazione nella quale Pdl e Pd sostenevano lo stesso governo. A questo, secondo Berlusconi, sarebbe dovuto seguire un clima diverso nel quale l’ex premier non era più il «bersaglio mobile delle procure ».

Le cose vanno in modo diverso e arriva la condanna per i diritti tv Mediaset – con tanto d’interdizione dai pubblici uffici – e adesso si attende per gennaio un’altra condanna «scontata » per Ruby.

«Se pensano che rimanga inerme davanti a questa persecuzione si sbagliano », ribalta il tavolo Berlusconi. Che dopo una notte a consulto con la famiglia ad Arcore, di prima mattina ha già preso la sua decisione. Sono neanche le nove quando parte il giro di telefonate con Palazzo Grazioli e s’inizia a organizzare la conferenza stampa a Villa Gernetto. Parla rivolto alla platea e alle telecamere il Cavaliere, ma più d’uno ha la sensazione che l’interlocutore sia Giorgio Napolitano.

Nel suo discorso l’ex premier affonda sul Quirinale, prende le distanze da Monti e fa sapere che non escludere di togliere la fiducia al governo, attacca la Germania di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy e – di fatto – smonta pezzo per pezzo il Pdl. «Fate le primarie, io mi occupo di fare campagna elettorale e andare in tv », è il senso delle parole di Berlusconi che in qualche modo mette all’angolo Angelino Alfano e i vertici di via dell’Umiltà. Una presa di distanza implicita, perché Berlusconi snocciola un programma in cinque punti che è quanto di più lontano ci sia dalla linea del segretario, tanto che qualcuno ieri ipotizzava che l’ex Guardasigilli sia arrivato ad un passo dal mollare tutto. Di certo, la telefonata che lui e Berlusconi hanno prima della conferenza stampa non è una passeggiata di salute. Anche se forse serve a evitare che il Cav annunci in televisione quella che è la vera idea che gli frulla per la testa: una lista ad hoc che abbia come core business la riforma della giustizia, qualcosa di diverso dal Pdl e possibilmente con quasi tutti candidati che non abbiano mai messo piede in Parlamento.

Un Berlusconi all’arrembaggio. Così all’attacco che chi lo conosce non si sente di escludere niente. Un Cavaliere – questo dice ai suoi interlocutori dopo la conferenza – pronto a «una nuova campagna elettorale in prima linea ». Un Berlusconi che per ora «congela » la strada della lista autonoma, ma che ieri di fatto ha lanciato un nuovo partito con un programma lontano anni luce da quello del Pdl.


Via Monti, l’Imu e meno Merkel. Ecco il manifesto di Berlusconi
di Stefano Filippi
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2012)

Cinque punti, come nel 2001 quando firmò in tv il contratto con gli italiani. Silvio Berlusconi convoca stampa e tv a Villa Gernetto, sede dell’«Università della libertà », e detta il suo programma per il 2013.
Meno tasse, che significa abrogazione dell’Imu, casa sottratta al fisco, più tagli a sprechi e spese. Stop ai metodi violenti di Equitalia. Eliminazione del tetto all’uso dei contanti. Fine dell’«uso barbaro » delle intercettazioni. Riforma radicale della giustizia.Con questo suo nuovo manifesto il Cavaliere ritorna all’attacco. Conferma il «passo indietro » sulla candidatura a premier: non sarà più lui, lo sceglieranno le primarie. Su tutto il resto Berlusconi compie un passo avanti: farà campagna elettorale e tornerà in tv dopo un anno di assenza. Voleva dedicarsi a costruire ospedali in Africa, all’università del pensiero liberale e al Milan.Dice di averci ripensato dopo la «fantascientifica » sentenza di Milano che consegna il Paese a una «dittatura dei magistrati », una «magistratocrazia ». Berlusconi con al fianco l’avvocato Niccolò Ghedini dettaglia le anomalie del tribunale: «I commenti del presidente sono stati anche eccessivamente cortesi », chiosa il legale. Tuona il Cavaliere: «L’Italia non è più una democrazia. La giustizia non può più andare avanti così, mi sento in dovere di continuare la modernizzazione del Paese mettendo davanti a tutto una riforma della giustizia affinché non capiti ad altri quanto è capitato a me ». Cioè una «persecuzione giudiziaria » culminata nella «rapina del millennio »: il maxirisarcimento a Carlo De Benedetti. Il prossimo capitolo sarà la sentenza su caso Ruby, processo «scandaloso » e «basato su stupidaggini ».

La giustizia sarà l’argomento principe dell’imminente campagna elettorale: separazione «anche fisica » delle carriere tra inquirenti e giudici, riforma della Corte Costituzionale (con norme diverse per scegliere i giudici supremi) e del Csm, una nuova legge sulle intercettazioni: «È barbaro e incivile non poter usare liberamente il telefono ». Ma non ci sono soltanto le toghe tra i bersagli di Berlusconi. A un anno dall’insediamento di Mario Monti, il Cavaliere dà sfogo a tutto quello che ha taciuto in questi mesi.«Una campagna ben congegnata mi ha addossato ogni responsabilità mentre mi facevo da parte – ricostruisce l’ex premier – in realtà lo spread elevato era frutto dell’egemonia egoistica della Germania che ha forzato il Consiglio dei capi di governo a prendere decisioni da me mai condivise. I dati sulla salute dell’Italia non erano corretti. Dopo aver contraddetto Germania e Francia, sua succube, è partito un attacco alla mia immagine. I sorrisini tra la signora Merkel e Sarkozy sono stati un assassinio della mia credibilità internazionale. Le banche tedesche hanno avuto l’ordine di vendere i titoli del debito italiano. I mercati hanno percepito la tensione e hanno preteso interessi più alti per il maggiore rischio. Ecco spiegato lo spread, il mio governo non c’entra ».Monti ha «adottato al 100 per cento le indicazioni della Germania egemonica, trascinando il Paese in una spirale recessiva senza fine » fatta di tasse, soprattutto sulla casa, e di un regime di «estorsione fiscale » il cui braccio, Equitalia, usa «strumenti da Paese di polizia tributaria ». «Si sta tutti male – si sfoga Berlusconi – gli italiani sono spaventati da questo sistema violento di riscossione. Abbiamo la pressione fiscale più alta del mondo, dobbiamo impedire nuove imposte e l’aumento delle aliquote esistenti. Va abrogata l’Imu con l’impegno di non mettere mai più altre tasse sulla casa, il pilastro su cui le famiglie programmano il futuro ».

La misura è colma al punto che non è più scontato l’appoggio al tecnogoverno Monti. «Nei prossimi giorni decideremo se sia meglio togliere la fiducia immediatamente o aspettare il poco tempo che ci separa dalle elezioni. Dobbiamo mettere sul piatto della bilancia la spirale recessiva in cui ci ha precipitato questo governo e il fatto che la sfiducia potrebbe essere presa in un certo modo dal mondo della finanza ».La chiusura a Monti però non è totale: «Potrebbe fare ancora il premier se si candiderà: un premier chiamato ma non eletto è una parentesi della vita democratica ». Gli elettori dovranno fare una «scelta di campo: o di qua o di là ». Un «rassemblement » di tutti i moderati – «compresi Casini e Montezemolo » – è, per Berlusconi, la formula migliore per sconfiggere le sinistre. In attesa di capire con quale legge elettorale si voterà, il passo indietro sulla candidatura a premier dovrebbe favorire questo percorso. Ora vediamo chi ci sta.


Cav, prova di forza col Colle: traditi i patti sulla giustizia
di Salvatore Dama
(da “Libero”, 28 ottobre 2012)

Torna d’attualità la storia del salvacondotto giudiziario. Quell’azione in cui avrebbe dovuto spendersi il Quirinale per la normalizzazione dei rapporti tra politica e magistratura, in cambio di una progressiva uscita di scena di Silvio Berlusconi e del sostegno del Pdl alla formazione del governo di Mario Monti. Torna, perché altrimenti è difficile spiegare il nesso tra la condanna a 4 anni di reclusione patita dal Cavaliere giovedì pomeriggio, le sue critiche a Napolitano «occupante » del Colle e la rappresaglia che l’uomo di Arcore minaccia contro il governo dei tecnici. Pura tigna. Perché l’ex premier non avrebbe alcun vantaggio politico a far cadere il suo successore: si voterebbe comunque l’anno prossimo e lui andrebbe alle urne col marchio della irresponsabilità tatuato a vista.

Se Napolitano aveva promesso un interessamento, è evidente che non l’ha fatto. E Silvio si è stufato di dare retta alle colombe. Cioè a chi in questi mesi gli ha consigliato di mantenere relazioni costruttive con il Quirinale e con Palazzo Chigi. O di inseguire Pier Ferdinando Casini per provare a riunificare i moderati italiani che a Bruxelles siedono insieme nella famiglia del Ppe. Tutta fatica sprecata. Ha tenuto il freno a mano tirato nell’auspicio che ciò servisse a qualcosa. Non è andata così. E adesso Silvio ha deciso di assecondare solo la sua indole da combattente, «perché a essere troppo buoni si passa per coglioni… ».

Dura due giorni la strategia del disimpegno. Era chiaro che non era farina del suo sacco. Ma una opzione consigliata dai consiglieri più ragionevoli del Cavaliere, in primis Gianni Letta e Giuliano Ferrara. Una scelta che non ha pagato. Anzi, i giudici di Milano hanno visto issare la bandiera bianca e hanno potuto mirare meglio. «Bravi, grazie del contributo! Ma adesso si fa alla mia maniera », Silvio ha scaricato la diplomazia e ha calzato l’elmetto.

Di mattina si sveglia e decide che vuole dire agli italiani «come stanno le cose ». Convoca lo staff e indice una conferenza stampa per il pomeriggio a villa Gernetto, la sede dell’Università del pensiero liberale. Nel frattempo, in un collegamento telefonico con il Tg5 dell’una, annuncia il ripensamento: «Non posso abbandonare l’impegno politico finché in Italia ci sarà una giustizia del genere ». Clic. Ora a Roma girano le voci più varie. In attesa del discorso alla Nazione, falchi e colombe si attaccano alla giacca del Cavaliere. Chi lo invita a scelte drastiche, chi lo implora di mantenere la calma.

Il sito del Foglio rilancia l’indiscrezione che Berlusconi starebbe per annunciare un «suo partito per la “giustizia giusta” » distinto ma alleato con il Pdl. Cosa che, in conferenza stampa, Silvio non fa. Dice di voler rimanere «presidente del suo partito » e in questa veste rilanciare la sua battaglia politica senza incidere sulle primarie. È una parola. In un’ora Berlusconi ribalta la linea politica della segreteria (dialogo con Casini e moderata soddisfazione verso l’azione di governo) e chissà cosa altro può succedere nei prossimi giorni. Quando a Montecitorio arriverà il pacchetto giustizia. I fedelissimi di Silvio, come Luca D’Alessandro, ammoniscono i professori a non mettere il voto di fiducia: con questo clima sarebbe la loro Caporetto.

Ma è anche vero che il Pdl è spaccato. E sono tanti i parlamentari che non intendono seguire il Cavaliere in questa ennesima, forse ultima crociata contro la magistratura. Attaccando il governo Monti, Silvio intercetta il consenso dell’ala anti-prof, specie gli ex Alleanza nazionale. Ma Berlusconi si perde per strada la parte moderata del partito. Quella che aveva gioito mercoledì alla notizia dell’addio berlusconiano. E che stava organizzandosi per una transizione verso un contenitore moderato e depurato dagli spigoli più appuntiti del berlusconismo.

Tutto in fumo. Perché da un lato Berlusconi annuncia di voler lasciare che il partito scelga il suo candidato premier con le primarie; dall’altro detta un programma elettorale hard basato sulla dialettica anti-giudici e anti-tasse, con una notevole spruzzata di antieuropeismo.

I duri e puri sono soddisfatti per il «rinsavimento » del Cavaliere. Il quale, dopo la botta dell’altro giorno, ha capito la lezione: «Non c’è pace, non c’è possibilità di un’uscita di scena serena dalla politica. È chiaro che il mio destino è quello di lottare fino alla fine ». E lui si sente come Russell Crowe nel film il Gladiatore.


Liberi da Monti (forse dal Pdl)
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2012)

Liberi. Dalla Merkel, dalle tasse, dai magi ­strati in malafede, dal governo Monti e da tecnici incapaci. Liberi di parlare e spende ­re i nostri soldi senza essere spiati e perse ­guitati.
Liberi da uno stato di polizia,dalla politica del ­l’inciucio: chi vince le elezioni deve poter comanda ­re. Silvio Berlusconi ieri ha aperto le finestre: si cam ­bia aria, via quella stantia, ormai puzzolente, degli ul ­timi anni, dentro quella fresca.

C’è voluto lo shock di una sentenza barbara per liberare anche il Cavaliere dal giogo di cattivi consiglieri e mediocri collaborato ­ri che stavano pensando solo alla loro sopravvivenza. Il predellino due non è in piazza, ma nell’aula ma ­gna di villa Gernetto, assente lo stato maggiore del Pdl. Finalmente il Cavaliere si è accorto che qualcu ­no stava vendendo lui, ma soprattutto noi e ciò in cui crediamo, al miglior offerente, che si chiami Napoli ­tano, Monti o Casini poco importa. Berlusconi ritro ­va il coraggio dei bei tempi, e quei notabili del Pdl che già pensavano di essersi sbarazzati dell’ingombran ­te signore restano ammutoliti. Altro che passo indie ­tro: qui si fa una duplice piroetta in avanti.Non arren ­dersi mai è nel dna dell’uomo, tanto che due giorni fa alla notizia di un suo ritiro avevamo titolato con pre ­veggenza: «Arrivederci ». Non ci abbiamo creduto neppure un secondo, anche se non speravamo in tan ­ta velocità. Quello di ieri è stato un classico contropiede, di quelli che spiazzano tutti.

Si riparte dal Nord, dove il vento dell’antipolitica soffia giustamente più forte e dove le misure recessive del governo Monti picchia ­no più duramente. Meglio, molto meglio ricucire con la Lega che vendersi a Casini. Un Pdl a trazione sudi ­sta o romanocentrico è una contraddizione in termi ­ni. E finalmente basta con le politiche recessive che una Germania egoista e furbetta impone a Monti e al suo governo. Gli spazi di manovra per cavarcela da so ­li ci sono e Berlusconi li ha ben spiegati. Il nostro Pil negativo, che ci obbliga a sacrifici in favore dei tede ­schi, è figlio di due bugie. La prima è che il reddito sommerso non si vede ma esiste, la seconda è che il risparmio privato è ricchezza vera e va conteggiato. Ora tutti si chiedono che succederà. Non lo so, ma immagino due ipotesi. La prima: il Pdl la smette di prendere strade pericolose per le nostre libertà fon ­damentali e si riaffida completamente al suo fondato ­re. La seconda: parte del Pdl preferisce allearsi con le sinistre più o meno mascherate e i partiti delle tasse, e allora potrebbe nascere un soggetto politico comple ­tamente nuovo nel nome di Silvio Berlusconi. Come andrà a finire lo sapremo nelle prossime ore. Non tan ­te, perché adesso è concreta la probabilità che il go ­verno Monti ( fischiato ieri da militari e studenti) ven ­ga fatto cadere sulle imminenti nuove misure recessi ­ve che ha proposto al Parlamento. Allora addio pri ­marie e tatticismi. Si andrà a votare, finalmente. E Ber ­lusconi, in qualche modo, ci sarà.


Non sarà un verdetto grottesco a cancellare Silvio dalla storia
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2012)

Non dico si debbano tributare onori divini, l’apoteosi del diritto romano, a Berlusco ­ni: sarebbe il primo a riderne. Oltretutto giusto ieri ha dato la sua interpretazione del ritiro: mi ritiro, cioè no. Grandioso e surreale.
Ma comun ­que vadano le cose, la damnatio memoriae, con abolizione del nome per generazioni e sfregio del silenzio coatto imposto anche solo al suo ricordo, questo è un po’ troppo per un leader democratico che ha tra ­sformato un grande Paese in di ­ciotto anni di vita pubblica sulla scena europea e mondiale. La grottesca condanna per i diritti te ­levisivi subito seguita alla sobria e molto onorevole uscita di sce ­na del Cav, figura che milioni di italiani sono pronti a rimpiange ­re, punta proprio a questo, fa da battistrada a questo progetto: è un atto simbolico, come tutti san ­no, corredato di immediate moti ­vazioni pronte all’uso, ma desti ­nato alla cancellazione da parte della Corte costituzionale o alla prescrizione ultrasicura. Insom ­ma è solo un modo della giusti ­zia di rito ambrosiano di riconfer ­mare che ci sono anche loro nel giorno fatale, e il loro contributo è di trasformare in un abominevo ­le reo l’Arcinemi ­co, il mitico froda ­tore fiscale che nella realtà paga più tasse di un Creso.

Berlusconi ha preso la guida del ­l’Italia tre volte grazie a libere ele ­zioni, l’ha persa per due volte gra ­zie a un ribaltone e a una manovra di palazzo aiutate e in certo senso anche obbligate dal circo mediati ­co- giudiziario, l’ultima delle qua ­li lo ha avuto sog ­getto responsabi ­le e consenziente un anno fa. (Le sue colpe politi ­che nel procurarsi la difficile con ­giuntura in cui è caduto non tol ­gono il fatto di principio: gli italia ­ni lo hanno eletto e il mandato gli è stato sempre revocato dagli ot ­timati del partito senatorio e fi ­nanziario, non dagli elettori.) Portiamoci avanti con il lavo ­ro, nel tentativo di impedire l’al ­lestimento in corso dell’avvilen ­te messinscena: la «caduta di un grande criminale ». Questo co ­pione plateale è presupposto tri ­ste e necessario dell’eliminazio ­ne censoria della vera storia del berlusconismo dai radar dell’in ­telligenza italiana; dovere politi ­co e civile anticipare un lavoro che ha anche un valore decisivo per chi riuscirà, se ci riesce, a co ­st ­ruire qualcosa che rivesta un si ­gnificato profondo al posto della leadership di Berlusconi, oggi nel ruolo di memoria e ispirazio ­ne ( spero e credo rivestiti con l’al ­legria non intrusiva già promes ­sa).La parte spiccatamente giudi ­ziaria è chiara. Il processo Ruby naufraga nel grottesco dell’in ­quisizione talebana e guardona. Le risposte della signora Karima El Marough alla trasmissione di Michele Santoro fanno testo per ­ché sono limpide e spontanee nel tratto. Berlusconi è persona corretta, ridanciana, amante del trastullo burlesco, ospitale, pri ­vata nel suo modo di divertirsi, ma corretta, niente di predato ­rio e di umiliante per le donne e per il loro retoricamente sban ­dierato «corpo », perfettamente e gioiosamente violabile se in re ­gime di adulti consenzienti e in ­vece inviolabile alle propalazio ­ni bacchettone di una magistra ­tura in fregola di politica & etica al servizio di oscuri pregiudizi, con qualche abbondante e inde ­cente aiutino mediatico. La con ­cussione fa ridere tutto il mondo del diritto, perfino i persecutori. Una condanna in simile proces ­so sarebbe il timbro finale di una persecuzione che solo la cecità faziosa dell’inimicizia politica consente di non vedere e giudica ­re in tutto il suo orrore civile. Sim ­bolo e gogna da aggiungere al simbolismo inutile, per suffra ­garlo e rafforzarlo, della senten ­za del giudice D’Avossa. Insom ­ma, giustizia sommaria.Poi c’è la parte politica, civile. Berlusconi è stato potentissimo, ora merita la polvere. Buffonata. Tutti conoscono i limiti bestiali in cui opera un presidente del Consiglio italiano (basta guarda ­re al trattamento elettoralistico che stanno facendo a Mario Mon ­ti, già mezzo paralizzato e sfregia ­to da campagne incivili, o alle cat ­tive figure rimediate da Romano Prodi o da Massimo D’Alema). La forza elettorale è stata ben controbilanciata dalle fughe par ­lam ­entari ricorrenti e dal ribalto ­nismo, malattie senili delle Re ­pubbliche malate. Berlusconi ha fallito, dicono. Ma che vuol di ­re? Ci ha dato un paesaggio di pa ­role e cose di legno totalmente trasformato in emozioni e spon ­taneità vivente, ha incarnato il maggioritario, ha dato potere al popolo che sceglie chi governa, ha tenuto a freno per anni la rapa ­cità dello Stato, non ha smantel ­lato il welfare ma ha fatto le gran ­di riforme delle pensioni e del la ­voro prima della Fornero, e in ­somma, se di fallimento dell’eco ­nomia e della finanza vogliamo parlare, parliamone: ma vedrete che è pieno di cause, di fattori di spinta, di remore e pigrizie, e di imputati potenziali che vengo ­no nella lista quasi tutti prima di Berlusconi. Poi dire che il suo progetto ha declinato, questo è vero e Berlusconi è il primo a sa ­perlo.Il tempo si prende cura di ridi ­mensionare sogni e progetti, ma questo non autorizza i nani a de ­cretare la damnatio memoriae , sotto la coltre censoria di un seg ­mento di storia che si spera di consegnare prigioniero ai pre ­sunti vincitori, ovvero la cancel ­lazione legale della robustezza e anche della grandezza di un’esperienza politica unica al mondo.E ricordiamoci che abbiamo scelto Israele e gli Stati Uniti nel fuoco della battaglia, che Berlu ­sconi è stato dalla parte giusta nei momenti cruciali delle gran ­di sfide occidentali, e che ancora oggi l’Italia non è una sentina del ­la secolarizzazione giacobina, una ridicola Repubblica ideolo ­gicamente corretta, anche per merito suo. Chapeau e buon lavo ­ro.


Letto 1605 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart