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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli anni del “Parini”

24 Maggio 2013

di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, sabato 26 luglio 1969]

Il mattino dell’11 ottobre 1907 il treno Milano-Domodossola si arrestò alla stazio ­ne di Baveno, e noi dovemmo proseguire a piedi. Era frana ­to un ponticello poco prima del fiume Toce; arrivammo a Fondo Toce (oggi Verbania-Pallanza) che era ora di man ­giare, e a Pallanza, dove era ­vamo diretti, solo nel primo pomeriggio. Ci aveva atteso invano la nostra padrona di casa di Milano, duchessa Melzi d’Eril (precedentemente contessa Branca), in una splendida villa, che non sa ­rei più in grado di identifi ­care. Ci fece vedere la tavola preparata per noi cinque, e lasciata imbandita, in nostro platonico onore.

Questa vicenda, di nessuna importanza, ha nella mia me ­moria il valore di un simbolo, quello del congedo dal lun ­go periodo libero da impegni di scuola. Il venerdì succes ­sivo, 18 ottobre, entravo nella aula della 1 A del ginnasio Pa ­rini, in via Fatebenefratelli, oggi sede della questura mila ­nese. Il professore che ci ac ­colse era un signore anziano. Si chiamava Cesare Bettazzi, nato nel 1849. Era leggermen ­te claudicante, calvo, di pro ­nuncia gradevole (oriundo to ­scano). Portava un cappello floscio quasi gualcito, era di ­messo nel vestire, urbano nei modi. Abitava in una strada, che io non consideravo molto, via Marco d’Oggiono, a Por ­ta Genova. Stetti con lui i tre anni del ginnasio inferiore, e questo spiega il titolo, che non si riferisce alle opere minori dell’abate Parini, ma solo alle classi inferiori di quella scuo ­la che al Parini si intitola e alla quale tutti noi siamo ri ­masti, con qualche fierezza, affezionati.

 

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La prima operazione consi ­stette in un elenco di testi scolastici, fra i quali la Gram ­matica italiana del Piazza, mai aperta durante il triennio, il testo di storia di Corrado Corradino, e quello di geografia, di cui non ricordo l’autore. L’ora di geografia era la più sacrificata: lunedì e venerdì si tornava a scuola apposta dalle 13.30 alle 14.30. Uno dei primi commenti che ascoltai fu quello di Giorgio Ferri « difficile il Gulf Stream ». Questo zelo mi turbò, come se ancora credessi che i libri ba ­stasse toccarli e, per impara ­re, non occorresse studiare. Più tardi quel testo mi fece altro effetto. Descrivendo la struttura dello Stato, spiega ­va il congegno del suo funzio ­namento, le tasse, e: « quando queste non bastano, si ricorre al debito pubblico ». Che cosa fosse il debito pubblico non capivo, ma i miei antenati li ­guri erano ben presenti in me, e il termine mi dava un senso nascosto di pericolo, di falli ­mento, di malinconia e paura.

Le lezioni di storia ci colpi ­rono invece più tardi, alla fine della III classe. La storia postrisorgimentale veniva opposta a quella risorgimentale come metallo bianco a oro. Certo, quello della presa di Roma nel 1870 era stato un gran giorno. Ma con Lissa e Custoza erano cominciate nel 1866 delle sfortune, alle quali gli insuccessi diplomatici del congresso di Berlino (1878) o l’insediamento francese in Tu ­nisia (1881), il terremoto di Casamicciola (1883), il colera di Napoli (1884) e le scon ­fitte africane procuravano sof ­ferenza, mentre, alla fine, Adua, aggiungeva vergogna. La nostra umiliazione rimaneva però nascosta e solo negli anni successivi la guerra libica e poi quella mondiale provvi ­dero, ahinoi, a tacitarla.

Il latino, presto comincia ­to, non pose problemi. La ti ­ritera « soggetto-nominativo, complemento di specificazio ­ne-genitivo… » non disturbava. Certo, gli esercizi sulle due prime declinazioni, disponen ­do delle due sole parole « ri- vus » e « rosa », obbligavano ad affermazioni strane, per esempio « o rivo tu sei una rosa », sulla quale solo mia madre, lontana da questioni scolastiche, trovava da ecce ­pire.

Peggio era con l’italiano. Bettazzi ci dettava le formulazioni che preferiva in fatto di analisi logica, e io scrivevo la parola « ambriare », senza capirla e senza domandare spiegazioni: una proposizione composta di soggetto e pre ­dicato si « ambriava » per mezzo di complementi. Natu ­ralmente si trattava di « am ­pliare », ma io non me ne in ­caricavo. Quando presi quat ­tro nel primo « componimento per imitazione », rimasi più stordito che addolorato, e mi limitai a interrompere il fitto colloquio col vicino di banco, che era certo Lettieri, figlio del pastore metodista wesleyano della chiesa di S. Giovanni in Conca, oggi piazza Missori, trasferito l’anno dopo a Na ­poli.

 

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Ragazze non ce n’erano. Come termine di confronto più o meno competitivo ave ­vamo invece i collegiali del convitto nazionale Longone, nelle loro uniformi nere, non ineleganti, ma spesso polverose e comunque sproporzionate alle loro sagome in via di ra ­pida trasformazione. S. fu quello che tra di essi primo conobbi, e col quale fino ad oggi sono stato sempre in col ­leganza e amicizia. Fra i « ci ­vili » era in prima linea G., che spesso andavo a trovare nel villino di via Melzo 2 e che non so dissociare dalla figura della sua mamma, la signora Anna, rimasta presto vedova, sempre così vicina e comprensiva e protettrice fino alla sua morte avvenuta nel 1938. G. aveva un amico, che era di quattro anni maggiore di noi ma scolaro del nostro stesso professor Bettazzi nel turno precedente 1904-1907. Era questi un quindicenne florido, sorridente, il ritratto della serenità, totalmente pri ­vo del sopracciò e della sac ­centeria che i quindicenni mo ­stravano verso i compagni più giovani. L’ho ritrovato molti anni dopo, fisiologo il ­lustre dall’aspetto ascetico, ma con lo stesso sguardo amico: bisogna proprio che faccia una eccezione, e che lo indichi per nome, è Giulio Cesare Pupilli.

Il preside del Parini era Luigi Rostagno, burbero di aspetto e di voce, ma paterno. Venne qualche volta a suppli ­re il Bettazzi. Ci colpiva la sua pronuncia delle desinenze latine, specialmente nelle R finali dei suoi « dicituRRR ». Non poteva conoscerci tutti per nome, ma, se ci riconosce ­va come dei suoi, si sentiva in dovere di parteggiare per noi. Una sera lo trovai in tram: discendendo dal veico ­lo ancora in movimento, fui sul punto di cadere, e lui mi gridò dal predellino « atten ­zione »: pareva un ruggito, ed era spavento, anzi strazio.

Il forte del Bettazzi era l’analisi del periodo e delle pro ­posizioni che vi si interseca ­no. La sua terminologia la tro ­vo ancora oggi corretta, e la distinzione di proposizioni in ­cise (e cioè attraversate da un’altra) e incidenti (attra ­versanti) si traduceva in pa ­gine e anche in quaderni in ­teri da parte nostra. L’asso in fatto di queste analisi era Francesco Gatti, figlio del gioielliere di piazza Cordusio, dove oggi è il Credito Italia ­no. Era uno dei pochi che abitavano con me all’interno della cerchia dei navigli, e fa ­ceva sempre la strada con me. Mi piaceva la sua pronuncia toscana, mentre il suo testo ­ne, e la sua forza di lavoro mi richiamavano il ragazzo Gar ­rone del « Cuore » deamicisiano.

 

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Diminuiti di numero, pas ­sammo il secondo e terz’anno in un’auletta dell’ammezzato, scarsamente aerata, in mag ­giore confidenza col Bettazzi. Egli ci appariva meglio nella sua mentalità radical-garibaldina, tendenzialmente anticle ­ricale, carduccianamente por ­tato all’invettiva. Sentiva mol ­to il valore della parola iso ­lata, con qualcuna aveva un fatto personale: guai a usare la parola « persona ». Non era forse una parola italiana? Sì, ma in latino vuol dire ma ­schera: non la voglio. Una volta ci insegnò una etimolo ­gia (sbagliata): « latrina » la derivava da « lateo », che si ­gnifica « sto nascosto » (deri ­va invece da « lavatrina », e vuol dire una specie di ac ­quaio). Una voce cavernosa, non per contraddire ma per avallare, si sentì dal secondo banco: « Cesso, dal latino ce ­do cessi cessum cedere (mugolìi vari) ». Il commentatore era Augusto Coucourde, ragazzo simpatico generoso prorompente, dalle dita fami ­liarizzate con pennini tempe ­rini e inchiostri. Ma figurò una volta bene con me a pro ­posito di un componimento sul cielo stellato, nel quale l’uno fu giudicato poeta, l’al ­tro filosofo, senza che io ri ­cordi quale sia stata la defi ­nizione toccata a me.

Vivace fu invece lo scatto del Coucourde quando (forse durante le elezioni del 1909) mi qualificai, a sua domanda, e con l’imbarazzo di una edu ­canda, come « moderato ». Non si trattava soltanto di un incidente. Quella stessa pri ­mavera del 1909 fu la stagione della mia prima comunione, che, in connessione con qual ­che po’ di ascendenza spagno ­la, mi poneva scrupoli e pro ­blemi. Quello che ricordo, e che pare oggi incredibile, è il seguente: mi domandavo se in quel giorno, oltre ai nor ­mali desideri e promesse, ne avrei potuto formulare senza irriverenza uno inconsueto: invocare una benedizione sul presidente del consiglio del tempo, che era Giovanni Giolitti. Un giolittiano dodicenne! Rinfresco l’episodio nella mia memoria, così ingenuo, anzi sciocco ovvio superfluo, per ­ché mi riconosco già allora in quella qualifica fondamentale, a cui non ho mai abdicato: all’ombra del Parini minore ero già diventato « un citta ­dino ».

 

 


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Bart