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LETTERATURA: I MAESTRI: Heine: un grande scrittore amico dell’Italia

14 Febbraio 2015

di Massimo Caputo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 22 febbraio 1968]

Mentre si conclude presso l’editore Ricciardi la monumen ¬≠tale traduzione italiana delle poesie di Enrico Heine, curata da Ferruccio Amoroso, mi son tornati tra mano i Reisebilder, (Impressioni di viaggio), editi a Lipsia ancor prima della guer ¬≠ra ’14-18 e stampati su una bel ¬≠la carta giallina, che sembra una sottile pergamena; e, vedi caso, il primo volume si apr√¨ proprio su una delle pagine del libro in cui Heine descrive il suo viaggio da Monaco di Ba ¬≠viera a Genova, anno 1828. Heine √® uno degli scrittori tedeschi che io amo di pi√Ļ. Lo amo per la sua chiarezza, la sua esemplare semplicit√†, il suo tono in cui aleggia sempre una velata ironia e anche, verbigrazia, per la sua strafottenza.

Ecco dunque Heine che √® riu ¬≠scito finalmente a liberarsi di un seccatore, il quale lo ha asfissiato per lunghe ore con un’interminabile serie di magni ¬≠loquenti laudi in onore di Berlino, a bordo della sua diligen ¬≠za trascinata quasi a passo d’uomo su per una intermina ¬≠bile salita, arrivare finalmente a un breve tratto in piano. Il cocchiere accorda un po’ di ri ¬≠poso ai suoi quattro cavalli ma ¬≠didi di sudore, li asciuga, d√† loro da bere e poi, via di nuo ¬≠vo. Heine non ci d√† precise in ¬≠dicazioni geografiche, ma si ca ¬≠pisce bene che √® arrivato al Brennero, sul quale sventola la bandiera giallo nera dell’Au ¬≠stria.

Il veicolo piega verso destra, infila la strada che costeggia l’Isarco, i freni stridono per rallentare la marcia gi√Ļ per la ripida discesa. Il poeta respi ¬≠ra a pieni polmoni la fresca aria di montagna ed esclama: ¬ęEccoci finalmente in Italia ¬Ľ. E’ il paese da tanto tempo so ¬≠gnato, che gli si apre dinanzi e in cui allora si entrava senza noie di passaporti e di visite doganali. Politicamente √® Au ¬≠stria, per tutto il resto √® gi√† Italia. Quella bella ragazza, per esempio, che fila sopra un’alta ¬≠na mentre una bianca colomba le vola intorno al capo e di .tempo in tempo le si posa so ¬≠pra una spalla, √® un quadretto tipicamente italiano, e la fan ¬≠ciulla fila il suo lino alla ma ¬≠niera antichissima ¬ęche usava ¬≠no le figlie dei re di Grecia e che usano ancora oggi le ita ¬≠liane e le Parche ¬Ľ.

La diligenza rotola a mode ¬≠rata andatura lungo l’Isarco; bambini giocano e strillano lungo le rive del grosso torren ¬≠te, e la sua corrente si rompe con fragore contro enormi ma ¬≠cigni e grosse rocce a cuspide, che hanno anch’esse agli occhi di Heine forme e profili pret ¬≠tamente italiani. Va e va, Heine e i suoi compagni di viaggio arrivano finalmente a Trento mentre il sole sta gi√† calando, e i cittadini, terminato il piso ¬≠lino quotidiano, sciamano per le vie cittadine. Heine trova alloggio alla locanda Grand’Europa.

Si avvicina al poeta una don ¬≠na anzianotta che porta infila ¬≠to al braccio un grosso cesto pieno di magnifici grossi fichi. La donna ne apre uno, ne fa ammirare al poeta la polpa ros ¬≠sa e sugosa. ¬ęLo prenda signo ¬≠re ¬Ľ dice la donna con molta buona grazia. ¬ę Glielo regalo ¬Ľ. Heine ringrazia, prende il fico, lo gusta lentamente da intendi ¬≠tore. ¬ę Mai mangiato un pi√Ļ buon fico, sembra impastato con pasta dolce e ambrosia. E’ una terra benedetta da Dio questa dove crescono simili frutti ¬Ľ.

Il sole √® ormai disceso dietro le montagne, ma √® ancora cal ¬≠do. Il duomo √® a poca distan ¬≠za, Heine decide di entrarci. Oh, delizia, oh, refrigerante frescura. ¬ę Si pu√≤ dire del cat ¬≠tolicesimo ci√≤ che si vuole √Ę‚ÄĒ pensa tra s√© e s√© il poeta √Ę‚ÄĒ ma √® una religione che ha te ¬≠nuto conto delle grandi calure estive; quei nostri templi nudi, senza le belle statue ricche di broccati e di ori che si vedo ¬≠no qui irradiano freddo anche nella stagione della canicola ¬Ľ II duomo √® pressoch√© deserto; qua e l√† si vedono solo alcune vecchiette; alcune inginocchia ¬≠te pregano con gli occhi rivolti al cielo, altre, sedute sui ban ¬≠chi, si riposano.

All’uscita dal tempio, nell’a ¬≠ria che comincia a imbrunire, il suo sguardo si posa su una torre rotonda, che alberga mol ¬≠ti gufi e un buon numero di soldati austriaci invalidi, pro ¬≠babilmente reduci dalle batoste napoleoniche. Heine √®, s√¨, un poeta, ma ama mangiar bene e torna difilato alla sua locan ¬≠da per ordinare al cuoco una cena luculliana.

Ma quanto √® bella Trento! Egli non esita a dire che se non avesse avuto impellenti ragioni per proseguire il suo viaggio verso il sud, sarebbe senz’altro rimasto l√¨: avrebbe passato il tempo a contempla ¬≠re gli sciami di belle ragazze, che passavano per le strade, e di cui specialmente ammira ¬≠va il regale portamento, ben degno delle figlie di un’antica ed eletta razza. ¬ę Amavo √Ę‚ÄĒ egli scrive √Ę‚ÄĒ quelle deliziose creature come la poesia ¬Ľ. E gli torna in mente un’antica cronaca in cui si narrava che al tempo del Concilio, le giovani donne e le fanciulle andavano a gara a fare gran sfoggio d’eleganza, forse per farsi sem ¬≠plicemente ammirare o forse per disporre gli animi dei pa ¬≠dri conciliari a una maggiore indulgenza, a uno spirito pi√Ļ aperto. Vani sforzi. Fra le teste cattoliche e quelle prote ¬≠stanti, non si sa quali fossero le pi√Ļ dure.

Alla locanda Grand’Europa Heine trova un pranzo da re, e mentre √® intento a gustare un eccellente stufato, ecco en ¬≠trare tre sonatori ambulanti. Uno era un aoccidentone gigan ¬≠tesco e portava, ben chiuso nel suo astuccio, un violoncel ¬≠lo adatto alle sue rispettabili dimensioni; il secondo aveva un aspetto vagamente brigan ¬≠tesco e teneva in mano con gran riguardo un oboe; chiu ¬≠deva la comitiva una graziosa ragazza munita di un’arpa e con una purpurea rosa, leggia ¬≠dramente infilata tra gli acerbi seni. Dopo le rituali riverenze al colto e all’inclita, i tre attaccarono un brano del Barbiere di Siviglia con somma gioia di Heine. La ragazza aveva una bella voce di soprano leggero, s’accompagnava con l’arpa e gli altri non sfi ¬≠guravano.

Heine se la gode. Egli spera di ascoltare per l’eternit√† la musica rossiniana e si augura che gli spregiatori della musi ¬≠ca italiana ascolteranno all’in ¬≠ferno nient’altro che le fughe di Sebastiano Bach, a meno che non si convertano tempe ¬≠stivamente a Rossini, al quale rivolge una toccante preghie ¬≠ra: ¬ęRossini, divino maestro, non far caso ai miei sciagurati connazionali, che ti rimproverano di non avere pensieri gra ¬≠vi e pesanti. Il fatto √® che essi non s’accorgono della profon ¬≠dit√† del tuo pensiero perch√© sai coprirlo di rose e di scin ¬≠tillanti voli di variopinte far ¬≠falle. Ecco tutto ¬Ľ.

E aggiunge che, per capire la moderna musica italiana, bisogna avere dinanzi agli oc ¬≠chi il popolo del paese, il suo cielo, il suo carattere, le sue espressioni, le sue pene e, in ¬≠somma, tutta la sua storia. Di qui, certi passi in cui predo ¬≠minano i toni bassi e tristi per lasciar intendere il lancinante corruccio contro la dominazio ¬≠ne straniera, gli improvvisi squilli degli ottoni per mani ¬≠festare l’entusiasmo per la libert√†, mentre certi fini ricami di violini e di flauti sembrano un’invocazione di aiuto; ecco il vero significato di queste melodie. ¬ęPer fortuna, le stolte guardie di Sua Maest√† Apo ¬≠stolica ritengono il tutto una delle solite buffonate all’ita ¬≠liana ¬Ľ.

Oh, come Heine amava l’Ita ¬≠lia e detestava l’Austria! Ma egli √® sicuro che non tarder√† il giorno in cui l’Italia sar√† cos√¨ forte e unita e concorde per cacciar via una volta per sempre la ¬ę marmaglia soldatesca che oggi la fa da padrona ¬Ľ e la rimander√† a casa sua. ¬ę E’ questione di tempo ¬Ľ √Ę‚ÄĒ dice in cuor suo √Ę‚ÄĒ e se anche ci vol ¬≠lero molti anni, il presagio del poeta fin√¨ con l’avverarsi.


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Bart