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LETTERATURA: I MAESTRI: I cipressi di Bolgheri

13 Dicembre 2016

di Francesco Gabrieli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 30 agosto 1969]

Quante volte ci siamo sporti dal finestrino per riconoscerli e salutarli, traversando in tre ¬≠no la Maremma toscana! Ap ¬≠parivano e sparivano rapidamente, sembrando cosi dar ragione alla razionalistica do ¬≠manda che ogni tanto ci si riaffacciava, dacch√© ci rendem ¬≠mo conto che il duplice filare correva perpendicolare e non parallelo alla ferrovia: ¬ę Ma dove han trovato il tempo per tutti quei lunghi discorsi? ¬Ľ. Per vederli un po’ adagio, e da vicino, il modo pi√Ļ comodo sarebbe certo di andarci in macchina; ma la mia macchi ¬≠netta esce di rado dalla citt√†, per fisica inettitudine di chi la guida alle lunghe tirate extra ¬≠urbane. Perci√≤ non ci √® rima ¬≠sto che scendere da un trenino locale alla stazione di B√≤lgheri, e avventurarci a piedi per qual ¬≠che chilometro sulla Via Aurelia: non piccola audacia per un anacronistico viandante, camminare sul margine della pista consolare, al rischio ogni momento di esser ridotto come il povero gattino di cui avanza poco pi√Ļ dell’impronta sul ¬≠l’asfalto impietoso. Ma per amore dei cipressetti e della poesia, affrontiamo quel ri ¬≠schio: e ci sarebbe ben da go ¬≠dere la passeggiata, se non ci si dovesse guardare a ogni istante dal soffio micidiale. Le dolci colline maremmane si incurvano all’orizzonte, assalite ogni tanto da filari di cipressi che non sono per√≤ ancora quel ¬≠li da noi cercati; e sulla destra, corrono sempre i nostri cari treni, anche se non pi√Ļ ansi ¬≠mando come nel 1874. Brilla benigno in cielo un tiepido so ¬≠le, smorzato dalle nubi, e un fresco venticello incoraggia il pellegrino alla sua impresa.

Ecco alfine l’imbocco del via ¬≠le famoso. Poco oltre la cap ¬≠pellina ottagona, eretta da un conte Della Gherardesca sancto Guido Donoratici olim comiti ai primi del Settecento, il duplice filare prende l’abbrivo, e fila diritto per cinque chi ¬≠lometri fino al paesetto di B√≤l ¬≠gheri, che s’intravvede appena lass√Ļ. La fiumana ruggente non degna di un guardo lo spettacolo, e seguita a correre alla disperata. Voltandole al ¬≠fine le spalle, il viandante so ¬≠pravvissuto pu√≤ inoltrarsi si ¬≠curo nel mezzo della nuova via, e contemplare il superbo retti ¬≠filo, sgombro di uomini e di veicoli, che ascende in lieve pendenza alla lontana meta. Il fondo stradale, oggi pur esso asfaltato, spicca chiaro come una lama, inguainata nella sua cornice di verde; ai tronchi secolari, come gi√† ai tempi del poeta, un’amorosa cura alterna via via e intercala giovani vir ¬≠gulti, s√¨ da serbare all’insieme un aspetto immutato col pas ¬≠sare degli anni. Con che riposo l’occhio, avanzando per il viale deserto, segue la prospettiva fuggente, e l’orecchio gode del crescente silenzio, e l’odorato dell’amaro profumo di quelle bacche che la Titti non man ¬≠giava. A poco a poco, si dimen ¬≠tica che c’√® soltanto nonna Lucia ad aspettarci lass√Ļ; e quella lunga via silenziosa, or ¬≠lata di cipressi e lontanante dal fragore dell’oggi, pare ve ¬≠ramente un’orfica via all’Ade, un b√∂ckliniano accesso al pla ¬≠cido regno dei morti.

*

I vivi, purtroppo, ci riaffer ¬≠rano appena voltate le spalle a quel magico regno, appena riemersi alla pena e all’affanno quotidiano, di cui √® quasi sim ¬≠bolo la frenetica corsa sul ¬≠l’asfalto. La cappellina di San Guido non √® precisamente in asse col viale dei cipressi, e sorge oltre la strada pochi me ¬≠tri pi√Ļ in l√†. In asse col ret ¬≠tifilo arboreo, hanno invece da tempo innalzato un bene in ¬≠tenzionato cippo con una piramidina, recinto anch’esso da un doppio giro di cipressi. Bernardetta, Tiziana, Loris e com ¬≠pagni, oltre a imbrattare dei loro nomi la lapide coi versi d’attacco famosi, han provve ¬≠duto a ridurre tutta la piccola area a un immondezzaio di cartacce e bottiglie vuote. Ma c’√® di meglio: tra le firme e i cuori trafitti, spicca un ¬ę abbasso il trombone ¬Ľ di un ignoto contestatore letterario, con due inequivoche frecce convergenti sull’inciso nome di Gio ¬≠su√® Carducci.

Ho sorriso pensando alla in ¬≠dignazione con cui avrei letto una tale dichiarazione a venti anni. Oggi, con tanti anni di pi√Ļ, m’√® parso che l’ombra di Enrico Thovez, paradossalmen ¬≠te cara a quei miei stessi car ¬≠ducciani vent’anni, mi ammic ¬≠casse maliziosamente: ¬ęE al ¬≠lora, come la mettiamo? ¬Ľ. Non so se l’ignoto contestatore aves ¬≠se mai letto II pastore, il greg ¬≠ge e la zampogna, che per primo non spense certo, ma rese pi√Ļ attento e critico il mio giovanile entusiasmo per il poeta (ammetto facilmente, e non me ne vergogno, che la generazione cui appartengo √® stata forse l’ultima a entusia ¬≠smarsi per la poesia carduccia ¬≠na). Certo da allora, e per tutta una ben lunga via, il nostro gusto ha imparato a distingue ¬≠re fra le troppo squillanti fan ¬≠fare epico-storiche, e la musica soave del sogno, del virile rim ¬≠pianto e della malinconia, in cui cerchiamo oggi di prefe ¬≠renza la poesia dell’ultimo Omerida. Ancor poco innanzi, avvolto e dolcemente commos ¬≠so dal suo paesaggio, in quel ¬≠l’ambiente che egli am√≤ e rese famoso con una poesia fors’anche troppo nota, altri suoi versi mi venivano alle labbra, meno gualciti dalle antologie ma non perci√≤ meno belli, anzi sen ¬≠z’altro, per me, esteticamente superiori: ¬ę Dolce paese, onde portai conforme… ¬Ľ, ¬ę Colli to ¬≠scani, e voi pacifiche selve d’o ¬≠livi… ¬Ľ (quanti, fra chi qui leg ¬≠ge, sono in grado di continua ¬≠re?): senza sassate ai cipressi n√© ai manzoniani, senza facili macchiette scherzose, senza po ¬≠lemiche, ma con la stessa con ¬≠tenuta commozione, lo stesso pudico amor del passato, che palpitano nelle strofe migliori di Davanti San Guido. Per nostro conto, diremo semplice ¬≠mente di aver imparato da Carducci ad amare la vita, e anche, s√¨, ad accettare la mor ¬≠te: in accenti tutt’altro che da trombone, amico contestatore, ma certo a te e a troppi altri sconosciuti, egli si augur√≤ lo accompagnasse al passo che Omero e Dante passarono la voce della figlia diletta, e in ¬≠voc√≤ il sacro riso della poesia prima di essere avvolto dal ¬≠l’ombra.

Quegli stessi suoi versi noi vorremmo arridessero un gior ­no alla nostra fine, suggellan ­do la fedeltà di una vita.

*

Di ritorno per l’Aurelia, ap ¬≠prodiamo a una trattoria di transito, ove i clienti sono pre ¬≠gati con apposito cartello di non togliersi la camicia duran ¬≠te i pasti: e una eletta di si ¬≠gnori del volante, dai camio ¬≠nisti ai turisti di gran classe, affronta con pari entusiasmo le tagliatelle alla bolognese. Mi domando ogni quanto tempo capiter√† l√¨ qualcuno con vari chilometri di strada nelle gam ¬≠be, fattisi per salutar da vicino i cipressi del vecchio trombone. Ahim√®, questa vanitosa indivi ¬≠dualistica nota, questo pervi ¬≠cace nostro ripugnare alla so ¬≠ciet√† di massa! Il bello, ha scritto di recente Arturo Jemolo, sar√† in avvenire indisso ¬≠lubilmente legato all’utile, non ci sar√† pi√Ļ posto n√© gusto per una bellezza in s√©: lasciateci almeno, ultimi Mohicani di una civilt√† a misura umana, venerarne le superstiti e sem ¬≠pre pi√Ļ rare vestigia, inchi ¬≠nandoci al poeta dei nostri verdi anni, rinfrancandoci in lui da un’arte e una societ√† in cui non ci raccapezziamo pi√Ļ.

 

 


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Bart