di Claudio Gorlier
[dal “Corriere della Sera”, domenica 10 agosto 1969]

Dopo la prolungata aspersione di formalismo russo â— che ha fornito proposte as ­sai utili e, come accade in questi casi, incoraggiato una quantità di fiacche variazio ­ni sul tema â— tocca ora a quello americano, supposto che il termine si applichi al ­la cosiddetta «nuova criti ­ca ». Ecco dunque una raccolta antologica piuttosto etero ­genea, legata dal filo di per sé tenue di un simposio te ­nuto all’università del Texas, e introdotta con elusiva ra ­pidità da Mark Schorer, cri ­tico di primo piano egli stes ­so, anche se di indirizzo so ­stanzialmente diverso (J. C. Ransom, E. Olson, E. Vivas, K. Burke, Formalismo ame ­ricano, ed. De Donato, pp. 131, lire 1500).

Dei quattro studiosi rap ­presentati appartengono al fi ­lone più propriamente for ­malista, che si identifica ap ­punto con la « nuova critica », Ransom e Burke. Della « scuola di Chicago », presen ­tata a suo tempo in Italia da Feltrinelli con un’ampia antologia, fa parte Elder Ol ­son mentre Eliseo Vivas si colloca tra i discepoli, a no ­stro parere meno flessibili e originali, di Cassirer. L’eti ­chetta riflessa dal titolo appa ­re così abbastanza posticcia, tenuto conto del fatto che anche all’interno della « nuo ­va critica » sussiste una no ­tevole differenziazione.

Se la « nuova critica » americana si trova arroccata oggi in una serie di cittadel ­le accademiche, ciò non si ­gnifica che non abbia attra ­versato una fase militante: l’osmosi si rese possibile gra ­zie alla mobilità e alla di ­sponibilità delle istituzioni universitarie. E se la si può accusare di pedanteria o di una sorta di sclerosi; se, co ­me osserva giustamente il Tagliaferri nel suo penetran ­te volumetto L’estetica del ­l’oggettivo (ed. Feltrinelli, pp. 124, L. 1600) ha ereditato una serie di opinabili para ­digmi legati al concetto chiu ­so di tradizione e all’aristo ­cratica ipotesi di un declino di   valori, essa   ha lasciato un segno non trascurabile e messo a punto una serie di strumenti   alquanto incisivi.

Il formalismo dei « nuovi critici » presenta punti di contatto e punti di fuga ri ­spetto a quello russo o pra ­ghese. Tra i primi, l’atten ­zione portata ai problemi di struttura del testo preso in esame, alla coerenza organi ­ca (la « strategia » ) del te ­sto stesso, alla dinamica del ­le immagini e del linguaggio, al significato simbolico e ge ­stuale; la meticolosa indagi ­ne della metrica in poesia, se ­condo una pratica che si spinge peraltro molto indie ­tro, dai trattatisti del Cin ­quecento a Coleridge. Inol ­tre, la verifica del testo in ­tesa autonomamente, al di fuori e contro ogni contami ­nazione esterna, sotto un pro ­filo non di rado astorico, giacché il fatto letterario non tollera altre leggi che le pro ­prie. Tra i secondi, uno scar ­so soccorso chiesto alla filolo ­gia, all’analisi strettamente linguistica, per non dire ad ­dirittura grammaticale.

Il volume cui ci stiamo ri ­ferendo lascia soltanto intra ­vedere la definizione di al ­cune premesse indispensabi ­li; la formulazione della let ­teratura come azione simboli ­ca in Burke, il quale si ser ­ve di sussidi disparati, dalla psicanalisi alla sociologia e all’antropologia, onde fissar ­ne i termini; l’insistenza di Ransom sul valore conosciti ­vo dell’arte, che la critica deve chiarire essa pure attri ­buendosi una funzione, ap ­punto, ontologica. L’assenza di critici dell’importanza di Blackmur, Brooks, Warren, non consente la prosecuzio ­ne del discorso se non in ma ­niera indiretta, lasciando in ombra tutto un ventaglio di ipotesi di lavoro â— la poesia come linguaggio del parados ­so; la dimensione ironica; il concetto di tensione in poe ­sia â— e ignorando il caratte ­ristico rovescio della meda ­glia, cioè la preoccupazione metafìsica e diffidente dell’e ­lemento popolare e realisti ­co, peculiare di buona par ­te della « nuova critica ».

Purtroppo il traduttore non ha reso un buon servi ­zio né agli autori né al let ­tore italiano. Accanto a so ­luzioni per lo meno dubbie (« testura » non risolve af ­fatto l’originale texture, os ­sia disegno, tessuto, struttu ­ra interna) ci si imbatte in autentici svarioni. Nel saggio di Burke apprendiamo, ad esempio, dell’esistenza, nel Macbeth di Shakespeare, di una « scena di Porter », men ­tre si tratta in realtà della celebre scena del portiere. In un territorio confinante o coincidente si colloca il più provocatorio critico e teorico della critica di lingua ingle ­se, il canadese Northrop Frye. Due suoi libri appaio ­no contemporaneamente in italiano (Anatomia della cri ­tica, ed. Einaudi, pp. 484, L. 1800; Cultura e miti del nostro tempo, ed. Rizzoli, pp. 119, L. 1400).

Con l’Anatomia, dal tito ­lo di un sapore indicativa ­mente seicentesco, Frye toc ­ca una sublimazione del for ­malismo, e fornisce una summa, una quintessenza della retorica, intesa nell’accezio ­ne più nobile. Questo libro complesso e talora soverchia ­mente complicato per l’esa ­sperazione del linguaggio tec ­nicistico, chiude un intero periodo di speculazione. Di ­fatti, se già i « nuovi criti ­ci » avevano tentato di dare una sistemazione scientifica e di sviluppare le premesse non sempre coerenti nella motivazione di fondo dei loro ispiratori (T. S. Eliot, I. A. Richards), Frye propone ad ­dirittura un nuovo Sublime.

Anche per Frye il punto di partenza resta la dimen ­sione simbolica dell’arte: di qui, però, egli si avvia per una esplorazione vastissima degli ingranaggi dell’esito let ­terario, che da una classifi ­cazione dei generi sfocia nel ­l’analisi del linguaggio e del ­la metafora, intesi come va ­rietà e pluralità. Nell’opera d’arte, ossia « di immagina ­zione », si tratta di enuclea ­re le costanti â— conoscitive e impersonali, vale a dire non soggettive e non auto ­biografiche o individuali â— di « un atto decisivo di liber ­tà spirituale, della visione della ricreazione dell’uomo ».

Riflessioni di questo gene ­re introducono a Cultura e miti del nostro tempo, un li ­bro decisamente più agevole dell’Anatomia, più discorsivo e non privo di qualche ele ­gante e persino salottiera di ­vagazione. Frye si rivela an ­che qui brillante investiga ­tore di problemi, di temati ­che, di miti contemporanei, e tocca i risultati più con ­vincenti quando affronta al ­cune costanti peculiari della cultura contemporanea, in particolare l’invito provoca ­torio dell’artista al lettore perché entri nel gioco, quasi in   uno   scambio tennistico.

Affiora peraltro in Frye un residuo romantico comune, del resto, all’ultimo Eliot: la nozione ottocentesca, filtrata attraverso nuove esperienze, di letteratura come piacere; il vagheggiamento di una ideale e purificatrice repub ­blica delle lettere. Qui si iscrive anche la polemica nei confronti della comunicazio ­ne di massa, vista non tan ­to come manipolazione, quan ­to come mostruosa dilatazio ­ne dello spazio letterario. Ma la forza propulsiva, la « vo ­racità » di Frye di cui ha par ­lato il Cesarani, restano ac ­quisizioni positive con le qua ­li è indispensabile e inevita ­bile fare i conti.

Visto 12 volte, 1 visite odierne.