Dos Passos è morto a Baltimora

di Claudio Gorlier
[dal “Corriere della Sera”, martedì 29 settembre 1970]

Baltimora, 28 settembre. Lo scrittore americano John Dos Passos è morto stamane a 74 anni nel suo appartamen ­to a Baltimora, dove abitava con la moglie Elisabeth. Era malato di cuore da diversi an ­ni e sabato era stato dimesso dall’ospedale del « Buon Sama ­ritano ». (AP)

John Dos Passos era l’ultimo dei grandi sopravvissuti della densissima stagione letteraria americana fra le due guerre: sopravvissuto anche nella pate ­tica accezione del termine, in quanto sembrava destino co ­mune della sua generazione di procedere ormai, dopo la gran ­de fiammata iniziale, strasci ­cando il passo. Pure, di un mo ­mento eccezionalmente ricco della narrativa americana egli era stato un protagonista, e se ­condo certa critica, specie fran ­cese, il personaggio di punta.

Nato a Chicago nel 1896, Dos Passos veniva come quasi tutti gli scrittori e i poeti america ­ni del periodo dal Middle West, dalla più tipica metropoli degli Stati Uniti, nel bene e nel male, ma era l’unico a non vantare una discendenza anglosassone. Il padre infatti, un avvocato di Nuova York, era figlio di un immigrato portoghese, e questa origine lo scrittore non man ­cò mai di rivendicare; nell’età matura essa contribuisce forse a spiegare, per una sorta di reazione tutt’altro che rara, il suo acceso nazionalismo.

Laureato ad Harvard nel ’16, Dos Passos era venuto in Eu ­ropa per studiare architettura, ma la prima guerra mondiale mandò a monte i suoi progetti. La partecipazione al conflitto costituì una scelta non rara per un intellettuale americano, non in quanto risultato di una inclinazione semplicemente av ­venturosa o estetizzante, ma, come nel caso di Hemingway o â— in sede teorica â— di De ­wey, di una riflessione che si credeva politica. La guerra con ­tro gli Imperi Centrali, insom ­ma, era « giusta ». Sul fronte francese, Dos Passos fu autista di ambulanze e partecipò o as ­sistette a combattimenti san ­guinosi.

Il primo libro, mai tradotto in italiano, pubblicato nel 1917 in edizione addolcita perché ri ­tenuto troppo aspro e ripub ­blicato di recente negli Stati Uniti in edizione integrale, non a caso si intitolava Iniziazione di un uomo. L’iniziazione l’ave ­va fornita appunto la guerra, e già allora si intuiva che nel fuoco di quella esperienza sta ­vano consumandosi le illusioni. Ne diede una conferma risolu ­ta Tre Soldati, apparso nel 1921,

Tre soldati, scritto secondo strutture abbastanza tradizio ­nali, contiene già due elementi peculiari della narrativa di Dos Passos: non esistono pro ­tagonisti di spicco, ma una folla di individui in drammati ­co movimento; il linguaggio rompe deliberatamente con ogni andatura letterariamente sorvegliata, per farsi sfronta ­tamente inelegante, spezzato, intessuto di gergo. Il suo no ­do tragico non si risolveva sol ­tanto nella rappresentazione della morte e della degrada ­zione dell’uomo chiamato ad uccidere e ad essere ucciso. Si trattava piuttosto, per il com ­battente, a qualsiasi nazione appartenesse, di domandarsi che cosa si trovava « dietro » la guerra, e a trarne le con ­seguenze superando il pregiu ­dizio, la facile propaganda, la imposizione della disciplina.

Si comprende dunque che Tre soldati contenesse già i motivi di fondo di Si cambia a Manhattan, pubblicato nel ’25, forse il primo romanzo ame ­ricano che abbia per protago ­nista più che per sfondo la me ­galopoli, qui Nuova York. In apparenza, Si cambia a Ma ­nhattan metteva a fuoco il do ­loroso problema dei reduci; in pratica, al centro del libro sta ­va la riscoperta paradossale dell’America da parte dei sol ­dati di ritorno dall’Europa, la angosciosa rivelazione del suo volto ossessivo, anonimo, e in sostanza nemico. Ciò che Sherwood Anderson, perdendosi spesso nei meandri di una dub ­bia metafisica, aveva fatto per la provincia, distruggendo il luogo comune della idillica con ­vivenza della piccola comunità, Dos Passos lo trasferiva nella grande città, cogliendo la di ­mensione distorta e umiliata dell’esistenza dell’individuo co ­mune vittima dei suoi ingra ­naggi.

L’operazione iniziata con Si cambia a Manhattan proseguì, in un arco di tempo abbastan ­za ampio, con i tre romanzi della trilogia U.S.A., rispettiva ­mente Il quarantaduesimo pa ­rallelo (1930), Millenovecentodiciannove (1932), Un mucchio di quattrini (1936). Scrivendo negli anni della depressione e del crollo economico e in segui ­to in pieno new deal rooseveltiano, Dos Passos si distingue ­va da altri scrittori di quegli anni, per esempio un Heming ­way, per la totale abolizione dell’eroe, per il tentativo di ri ­fiutare una storia individuale immergendo invece il personag ­gio, con la scansione della sua grigia vicenda quotidiana, nel ­l’ambiente e nel movimento di una serie infinita di gesti col ­lettivi che ne consacravano le frustrazioni, la resa, l’impossi ­bilità di realizzarsi liberamen ­te, sia nel lavoro, sia nella ama ­ra tregua del giorno festivo consumato al parco dei diver ­timenti.

Fu allora che Dos Passos mise a fuoco una nuova tecnica narrativa destinata a lasciare traccia anche in Europa, come appare dal ciclo dei Chemins de la liberté di Sartre. Egli introdusse l’angolatura della camera eye, cioè dell’obbiettivo, montando i suoi romanzi a so ­miglianza di un genere cine ­matografico, precisamente il newsreel, o documentario. In questo senso, Dos Passos si ri velò uno dei più aperti sperimentatori, staccandosi dal mo ­dello di una narrazione affidata a un flusso spazio-temporale in senso tradizionale. Egli cercava di catturare così da un lato il ritmo spezzato ma incalzante della vita dell’individuo, assai prossimo ai « tempi » di fab ­brica; dall’altro di ricondurre sulla pagina la realtà nella sua essenza insieme visiva, tattile, si direbbe persino olfattiva e uditiva.

Va da sé che la presenza di Dos Passos, il richiamo che esercitò sui lettori americani ed europei, furono condizionati dalla problematica sociale. Lo scrittore si impegnò personal ­mente in attività polìtiche, sia come militante nelle associa ­zioni letterarie radicali, sia co ­me partecipante attivo a scio ­peri, a dimostrazioni politiche sul fronte dell’estrema sinistra. Cesare Pavese, traduttore del Quarantaduesimo parallelo, lo intese appunto sotto questo pro ­filo.

Il giudizio mancava di au ­tentico fondamento, giacché Dos Passos e molti dei suoi amici radicali non si erano mai posti delle precise alterna ­tive e una effettiva chiarifica ­zione ideologica. Il rifiuto non preparava la rivolta, dai Tre soldati a Un mucchio di quat ­trini, ma denunciava un disa ­gio, registrava dei fallimenti, é proponeva, in definitiva, un distacco o una fuga.

Queste debolezze aiutano a spiegare il declino di Dos Pas ­sos (e di Hemingway), la sua apparente conversione al lea ­lismo, spinta in anni recenti fino all’adesione a gruppi poli ­tici di estrema destra e all’a ­vallo fornito al maccartismo. Le ultime testimonianze lette ­rarie, dall’autobiografia A mez ­zo secolo a La bella vita, lo confermano, insieme agli scial ­bi réportages sulla seconda guerra mondiale, alle confor ­mistiche presentazioni degli scritti di Paine e di Jefferson.

Dos Passos, che aveva rice ­vuto nel 1967 il premio Feltri ­nelli dell’Accademia dei Lincei, meritava prima, a ben vedere, il riconoscimento. Raffreddati gli entusiasmi e chiariti gli equivoci, va schiettamente am ­messo che il suo contributo alla letteratura degli Stati Uniti per almeno un ventennio non si può liquidare perentoriamen ­te. Almeno in parte, ciò che milioni di lettori hanno scorto in lui egli si era sforzato di darlo al meglio di sé, pagando un prezzo non indifferente.

Visto 20 volte, 1 visite odierne.