di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, martedì 7 ottobre 1969]

Nei paesi di campagna del ­l’alta Lombardia, che una volta venivano censiti per nu ­mero d’anime e di capi di be ­stiame, sussistono ormai solo le anime. I capi di bestiame sono scomparsi rapidamente in questi ultimi anni. Vi so ­pravvive soltanto qualche mucca da latte, qualche vi ­tello e, sempre più raro, il porco. Non più il bue, l’asino o il cavallo.

Per commemorare l’antica vita rurale che finisce quieta ­mente di giorno in giorno, so ­no andato a Cavona, dove non avevo più avuto occasio ­ne di metter piede da alme ­no quarant’anni: volevo vede ­re l’ultima coppia di buoi del paese e forse dell’intera pro ­vincia, prima che un nego ­ziante la caricasse sul suo furgone per portarla al mer ­cato.

Entrando nella piazzetta del paese, di colpo, mi venne in mente il Battista, un mio compagno di collegio uscito da quelle case e mandato dai genitori agli studi nella spe ­ranza, poi fallita, di farne un medico, un notaio o almeno un segretario comunale.

I buoi, per caso, erano di un suo parente, che me li la ­sciò stazzonare davanti alla stalla, mentre aspettavano il mercante legati per la cervice a un anello. Il contadino sta ­va fra le due bestie, accarez ­zandole sulla fronte, tra le corna, dove il pelo sembra la capigliatura corta di un bam ­bino, un po’ crespa, con la frangetta e qualche « rosa » biondeggiante sopra gli occhi.

Al momento in cui i buoi salirono sul furgone, l’uomo, quasi con dispetto, si asciugò gli occhi inumiditi. Gli do ­mandai allora, per distrarlo, come fosse finito il Battista.

« Quello così? » mi chiese facendo un cerchio con le mani intorno al capo.

« Sì » ammisi « quello che aveva la testa un po’ gros ­sa ».

« Altro che un po’ » rispo ­se. Poi, quasi che il parente gl’importasse meno dei buoi, aggiunse con indifferenza: « E’ morto in Russia, duran ­te la ritirata ».

*

Morto in guerra, pensai, come tanti altri della mia età. E lo rividi ragazzo, nel col ­legio di preti dove avevamo passato due anni insieme. Sta ­va sempre fermo in un angolo del cortile, con la sua testa smisurata sempre coperta, per pudore, d’un berrettone pelo ­so, estate e inverno. Il suo corpo era meschino, e il collo esile come uno stelo. Ave ­va i pomelli rossi da conta ­dino e gli occhi dolci ma mi ­nacciosi, quasi temesse sem ­pre qualche domanda sulla rarità della sua testa.

Benché fosse dei miei pae ­si, non potei diventargli ami ­co, tanto egli temeva in ogni compagno un dileggiatore. Mi divenne anzi nemico, reputan ­domi l’ispiratore d’una beffa che gli toccò soffrire. Due nostri compagni pensarono di fargli credere che la sua testa, già tanto grossa, fosse in aumento. Con aria preoccupa ­ta, cominciarono a guardar ­gliela tutt’intorno come per stimarne la nuova circonfe ­renza, indicandosi tra di loro i punti di maggiore espansio ­ne. Gli avevano infilato in ­tanto, di nascosto, un listello di cartone nel giro interno del berretto, di modo che ap ­pena il Battista se lo mise in testa, sentendo che gli anda ­va stretto si convinse della crescita del suo cranio ed eb ­be un momento di dispera ­zione, che divenne odio per i compagni quando si accorse dello scherzo.

Rifiutò da allora il mio aiu ­to nei compiti che non riu ­sciva mai a fare, e non mi rivolse più la parola per tut ­to l’anno. Alla riapertura del ­le scuole non tornò più in collegio.

Lo rividi due anni dopo, inaspettatamente. Ero « avan ­guardista », come tutti gli studenti dai quattordici ai di ­ciotto anni, quando si pas ­sava tra i « giovani fascisti » per meritare poi, con la mag ­giore età, l’entrata nei ranghi del partito. Gli « avanguardi ­sti » e i « giovani fascisti » venivano solitamente impie ­gati in servizio d’ordine pub ­blico durante le corse motociclistiche. Un autocarro li disseminava lungo il percor ­so di gara, perché presidias ­sero in qualche modo gli sboc ­chi delle strade di campagna gli incroci e le curve perico ­lose.

Con le brache grigioverdi alla zuava, le mollettiere ai polpacci, la camicia nera, la fascia intorno ai fianchi e il fez in testa, insieme ad altri sei o sette abbigliati al pari di me da mezzi turchi in os ­sequio al modello che il potere aveva imposto alle generazioni del « littorio », fui collocato nei pressi di Cavona, vicino a un incrocio.

Pochi contadini erano spun ­tati dalle siepi verso il paese, e si tenevano oltre il mar ­gine della strada in attesa del passaggio dei bolidi. Erava ­mo ancora in gruppo, quando dalla parte opposta, dove non c’erano sentieri e un bel bo ­sco nereggiava al fondo di un prato, arrivarono alcune sas ­sate. I ciottoli, evidentemente destinati alle nostre teste impennacchiate, sembravano pro ­venire dal nulla, perché nes ­suno appariva tra le piante. Ma il nostro caposquadra ca ­pì subito di che si trattasse. Raggiunse un altro gruppo di « avanguardisti » poco lonta ­no e con loro compì una ma ­novra di aggiramento. Presto, cacciati dal bosco, tre ragaz ­zetti di campagna ci vennero a finire tra le mani. Soprag ­giunse il caposquadra e li di ­chiarò in arresto, accusandoli di avere sediziosamente at ­tentato all’incolumità delle for ­ze nazionali.

I tre, energicamente trat ­tenuti, si dibattevano invano, e uno di loro, che aveva un berretto in testa, come im ­pazzito, si gettò per terra na ­scondendo la faccia nell’erba e coprendosi il capo con le braccia. Non c’era verso di rivoltarlo e di fargli mostrare il viso, quando, in cinque o sei, lo alzarono di peso e gli tolsero il berretto, riconobbi in lui il Battista.

Mi feci subito avanti dicen ­do che era un mio cugino, e chiesi che venisse liberato insieme ai suoi compagni.

« Come? » intervenne il ca ­posquadra « E’ un tuo cugi ­no? Con quella testa? »

« Sì » risposi. « E’ una di ­sgrazia: si tratta di un ma ­crocefalo ».

Quasi avessi pronunciato una parola magica, il capo ­squadra ordinò ai tre prigio ­nieri di andarsene di corsa e di ringraziare i loro santi che per quella volta li avevano sal ­vati.

Tentai di fermare il Bat ­tista un momento, ma torce ­va il volto pieno di lacrime, come alla vista del diavolo.

Appena fu mollato dalle ma ­ni che lo tenevano, si calò su ­gli occhi il berretto e fuggì dietro i compagni. Lo seguii con lo sguardo, finché lo vidi scomparire nel bosco.

*

Venni a sapere, alcuni anni più tardi, che suo padre, se ­gnalato dai fascisti della valle come avverso al regime, era espatriato clandestinamente in Francia. Feci allora il propo ­sito di andare a Cavona in cerca del Battista per dirgli che anch’io la pensavo come suo padre e forse come lui, per offrirgli la mia amicizia e fargli dimenticare lo scherzo del collegio. Un proposito che rinnovai più volte e poi di ­menticai, fino all’altro giorno, quando con l’intenzione di vedere gli ultimi buoi tornai a Cavona, e venni a sapere che il Battista era morto in Rus ­sia, che la sua povera testa si era reclinata sulla neve, in un giorno ormai così lon ­tano che neppure il suo pa ­rente se ne doleva più, né al ­tri, come d’un bue andato da gran tempo al suo destino.

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