di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 30 marzo 1969]
Ci sono dei momenti in cui sembra a noi fulmineamente aprirsi un minimo spiraglio, proprio un esile foro, una quasi impercettibile fessura, e ci mette in comunicazione con un mondo arcano, il quale potrebbe essere l’aldilà, potrebbe essere Dio ma non è Dio, potrebbe esse re il diavolo ma il diavolo non è. E questi spiragli consisto no in fatti quasi sempre di nessuna importanza pratica e di minime proporzioni, i quali tuttavia non si accordano con le leggi fisiche e con il buon senso. Di queste esperienze alcuni uomini ne hanno mol tissime, altri passano l’intera vita senza provarne neppure una. Io ne ho avute poche. Qui ricordo le più curiose.
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Da ragazzo, con due amici, ci si mise in mente di salire, in primavera, il Pizzo di Co ca. Senonché ci si incamminò troppo tardi, c’era moltissima neve, fatto è che si dovette bivaccare al riparo di un pietrone, in vicinanza di una ca scata, il cui suono â— ben pre sto si constatò nella immen sa pace notturna â— era tutt’altro che irregolare o con fuso. Anzi, ascoltandolo con attenzione, prese ad articolar si in un discorso di lingua ita liana (non dialetto) che però non riuscivo a decifrare. Solo dopo che i miei amici si fu rono addormentati, dal rom bo dell’acqua emerse, limpi dissima, una frase: « Se ritor ni te lo dirò, se ritorni te lo dirò, se ritorni te lo dirò… ». E così ascoltando e fantasti cando mi addormentai. Al ri sveglio â— si era già fatto giorno e i miei amici dormivano ancora â— subito tesi le orecchie e avvertii l’ininterrotto scroscio della cascata; ma era un suono indifferenziato. Chissà perché, non ebbi vo glia di raccontare il fatto agli amici. E, per uno scetticismo che ora rimpiango, non tornai più sul posto per ascoltare la promessa rivelazione. Adesso, temo, sarebbe troppo tardi.
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Dalle parti della Fiera Cam pionaria, a Milano c’erano dei prati incolti dove, negli anni cinquanta, portavo a correre i miei due cani. Molti ragazzi venivano là a giocare. Un gior no mi rimase impressa, non saprei dire perché, la seguen te immagine: su un piccolo rialzo erboso due bambine che mi volgevano la schiena, en trambe con una camicetta bianca, la più grande con gon na azzurra, la seconda con gonna verde, la prima coi ca pelli bruni a trecce, la secon da con una testa da monello rosso vivo. Erano ferme. A un tratto la più grande alzò il braccio destro lanciando, mi parve, qualcosa in aria. Era un palloncino, più piccolo dei normali, colore giallo, che sa lì verticalmente e ben presto scomparve. Tre anni dopo, sul medesimo rialzo erboso, vidi due bambine, vestite allo stesso modo, coi capelli del medesimo colore. E quella più grande a un tratto alzò il braccio destro lanciando, par ve, una cosa in aria. Era un palloncino giallastro che salì verticalmente, e ben presto di sparve.
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Nel silenzio della casa soli taria, mentre disegnavo, un pomeriggio di inverno, udii alle mie spalle una voce pla cida e di tono benevolo che chiamò: « Dino », in modo di stintissimo. Mi voltai, ma non c’era che Tobi, il barbone ne ro, il quale, accoccolato sul tappeto, mi stava fissando.
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Ancora un episodio di ca ni. A Firenze, in una via del centro di cui non conosco il nome, un mattino sereno di maggio, mentre sopravanzo un magnifico boxer che assomi glia, per aspetto e taglia, a un mio carissimo boxer (Na poleone) morto due anni pri ma, mosso quasi da un vago dubbio, pronuncio a bassa vo ce il nome: « Napoleone ». Di colpo il cane volge il capo fissandomi, senza emettere vo ce, senza rizzare il pelo della schiena come fanno i boxer irritati; e, poiché io cammi no più svelto, tira violente mente il guinzaglio, tenuto da una giovane signora, per se guirmi. Allora mi fermo e chiedo se per caso il cane si chiami Napoleone: si chiama Terry. Anche quando mi al lontano, il cane rinnova il ten tativo di seguirmi e stavolta si mette a guaire lamentosa mente.
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Questo invece è un feno meno abbastanza frequente. In pieno giorno, basta fer marsi sul bordo di un viale molto frequentato e osservare gli automobilisti che passano a grande velocità. Quasi tutte le macchine contengono una persona sola. Comunque, la presenza umana si direbbe limitata a chi guida; se altri sono a bordo, non si distin guono. E le persone al volante, uomini e donne, guardano davanti a sé, fissi, qualcuno con qualche tic nervoso che gli increspa le labbra. Ed ecco improvvisamente voi vi accorgerete con stupore che, alla guida di tante macchine diverse, continua a passare la stessa persona, uomo ancor giovane, donna ancor giovane, assolutamente anonima e cristallizzata, con la medesima espressione atona e quasi perduta. Due o tre secondi. E poi voi distinguerete ancora il ragazzo, il taxista, l’autista padronale, il commesso viaggiatore e così via. Per un brevissimo spazio di tempo cioè, i nostri simili, immersi nella febbre di andare, di andare, si trasformano in automi tutti rigorosamente uguali, che non appartengono più a questo mondo. È una sensazione abbastanza orribile. A me è capitata molte volte.
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Il 16 aprile 1953, ore due e venti del mattino (lo so perché in quel tempo tenevo un diario). Rincasavo solo, a piedi, nella via Canonica a quell’ora deserta. Odo alle mie spalle un passo che si avvicina, frettoloso, di uomo, a quanto potevo intuire. Un passo che si approssima die tro di noi dà sempre un certo fastidio. A quell’ora poi. Ma non volevo mostrarmi nervo so. Mi voltai solo quando l’i gnoto era a non più di quat tro cinque metri. Ma non vidi anima viva. Né c’erano anditi o nascondigli dove l’individuo potesse essersi repentinamente rintanato. (Il suono dei passi, inutile aggiungere, si era in terrotto di colpo).
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Molti molti anni fa avevo perso la testa per una ragaz za che, poi me ne resi conto, si divertiva a tormentarmi; e perciò non mi sfuggiva, anzi, mi provocava con incredibili astuzie per poi deludermi con maggiore soddisfazione. Una notte, assillato da gelosi pensieri, non seppi resistere, e la chiamai al telefono per la millesima volta. E lei mi ri spose, e non sembrava nep pure irritata, ciò che mi riem pì di meraviglioso sollievo, anzi era di buon umore e mi diceva cose gentili. Ero, così, al settimo cielo, quando tra di noi due intervenne una vo ce lontana (ciò che non è ra ro a motivo di fortuiti con tatti) che aveva però un tono strano, quasi di estrema di sperazione, quasi venisse dall’oltretomba, e sommessamen te ripeteva una frase sola: « E lasciala perdere, sì, lasciala perdere, sì, lasciala perdere… ». Io chiesi a lei: « Tu senti nien te? ». « No, perché? ». « Non senti, sotto, una voce? ». « No, io non sento niente ». « Ma non fai mica uno scherzo? ». « Che scherzo! Io non sento niente. Sei matto, per caso? ». (Lei, così abituata alle bugie, in quel momento però non mentiva). E quella voce con tinuava, desolata: « E lasciala perdere, sì, lasciala perdere, lasciala perdere… ».
Allora io dissi: «No, scusa, qui c’è proprio uno che parla sotto, metti giù che adesso richiamo ». Misi giù la cor netta. Rifeci il numero. Lei non rispose. Richiamai. Nien te. Non rispose mai più.
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L’ultima, che qui cito, è la più poetica, e forse la più in quietante. Nell’ottobre 1938, al parco di Monza, verso il crepuscolo di una giornata gri gia, arrivò una lunga folata di vento, cosa insolita in que sta plaga lombarda. Dagli al beri si staccarono migliaia e migliaia di foglie, le quali mu linarono a mezz’aria, a somi glianza dei branchi innume revoli di storni al principio della primavera. Quand’ecco, la nuvola di foglie, roteando in vortice, assunse una forma precisa e indubitabile, divenne un simulacro umano che si divincolava nell’aria grigia e alzava le braccia alternativamente al cielo, come invocando. Da escludere potesse trattarsi di una combinazione fortuita. Era proprio un fan tasma, ben delineato, che si angustiava per un grande do lore, o paura (suo, o di noi tutti?). Il ricordo mi tornò più volte, dopo che fu scop piata la guerra.