I Settant’anni di Sergio Solmi celebrati da Eugenio Montale e Carlo Bo

[dal “Corriere della Sera”, domenica 14 dicembre 1969]

Uomo e poeta
di Eugenio Montale

I settant’anni di un uomo che sia destinato a lasciar traccia di sé sono quasi sem ­pre festeggiati come un fe ­lice « giro di boa », non in vista del raddoppio (non sia ­mo ancora giunti all’età mediadei 140), ma come l’augurio che non consideriamo conclusa la loro attività. Ciò ha un particolare significato nel caso di uomini, e nella fattispecie di scrittori, che si siano adagiati e quasi riplasmati nel moule del tempo. Da questi c’è sempre qualcosa di buono o di cattivo da aspettarsi. Ma nel caso di Sergio Solmi simile adegua ­mento temporale dice assai poco. Chi come me lo conosce da quarant’anni non può dire che le lunghe stagioni abbiano, nonché scalfito, neppur toccato il suo dono naturale che è di vedere senza essere visto e di essere pre ­sente come può esserlo un fatto o meglio un dono di natura. Se è un dono la chiaroveggenza, il vedere prima degli altri e meglio degli altri ciò che si nasconde nelle molte nebulose che ci hanno oscurato lo sguardo, possia ­mo dire che Solmi abbia avuto questo dono fin dai suoi primi anni.

Suo padre era uno studioso di alto valore, morto troppo presto e ora noto solo agli eruditi; la sua tradizione fa ­miliare conta uomini di elevata formazione culturale; i suoi studi, classici e poi giu ­ridici, possono aver inciso in qualche modo nella sua for ­mazione; ma tutto questo non spiega il fatto che Solmi come nessun altro può muo ­versi nel labirinto degli erro ­ri e degli orrori del nostro tempo senza mai perdere il filo della direzione giusta. Come uomo di pensiero non poteva provare avversione al ­le varie forme del presunto decadentismo contempora ­neo perché egli ne aveva in se stesso anticipato e bruciato i motivi. Se non v’è com ­prensione senza un minimo di distacco si può dire che in Solmi il testimone di parte e il giudice sono riuniti in una sola persona. Ciò spiega il carattere della sua critica letteraria     che   non   è mai « drammatica » come quella del suo brillantissimo coeta ­neo Giacomo Debenedetti, non è mai antagonistica ri ­spetto alla materia, all’auto ­re esaminato.

Sergio Solmi che alcuni re ­pertori d’intento informativo indicano come un crociano di non stretta osservanza (né poteva esserlo un amico di Gobetti) non ha mai ac ­cettato o rifiutato in toto le conclusioni dello storicismo in cui è nato e cresciuto, ma si è sempre tenuto alla larga da ogni tentazione categoria ­le. Non ha mai dimenticato che l’arte in quanto oggetto formato è anche un fatto fi ­sico, materiale. Non si è mai chiesto che cosa sia l’arte, ma dove essa appaia e con quali tratti specifici. Poeta egli stesso, traduttore mira ­bile, dotato di un timbro tut ­to suo (ma troppo frettolo ­samente ascritto alla frateria dei critici puri, quelli che cre ­dono di comprendere ciò che l’artista ha espresso senza avere conoscenza razionale dei suoi cosiddetti contenuti) Solmi ha sempre lavorato non a monte (come oggi si dice) ma a valle delle opere esami ­nate, ha posto su esse il suo sismografo senza pretendere che questo registrasse con ­clusioni già anticipate.

Tanti anni sono trascorsi e non ho mai appurato se Sol ­mi debba qualcosa (e quan ­to) a quella grande stagione dell’Illuminismo che secondo alcuni sarebbe la matrice del ­la nostra odierna infelicità. Se ciò fosse vero, com’è pro ­babile, troverebbe conferma l’onnivora curiosità del nostro grande essayist verso forme di speculazione e di scienza che vanno dalla psicanalisi alla patasofia, dalla fanta ­scienza ad ogni forma di te ­rapia iniziatica. Chi si avvi ­cina a quest’amico di Mon ­taigne e di Leopardi, di Alain e di… Jarry e spera di sor ­prenderlo e di comunicargli nuove e sorprendenti espe ­rienze si trova subito spezza ­te le armi che aveva in ma ­no. Solmi non è mai impre ­parato a nulla, ha sempre qualcosa da insegnare. Uomo mite, ricco di humour (sa ­ranno una sorpresa poesie ed epigrammi tuttora inediti), uomo scarso di voce e di ge ­sti, è stato anche, quand’era il caso di esserlo, un uomo impegnato nella vita civile. Incarcerato dai nazisti nel ’44 ha saputo dileguarsi in modo addirittura metapsichico, un segreto che lui solo conosce. Non ha mai tenuto a esibirsi, a farsi vedere. E immagino quale sarà il suo stupore ac ­corgendosi che oggi molti penseranno a lui e al suo del tutto involontario esempio.

________________

Fuori mischia
di Carlo Bo

Chi â— fino a qualche tem ­po fa â— si fosse divertito a leggere i nomi dei due procuratori autorizzati a fir ­mare gli assegni della Com ­merciale avrebbe avuto una curiosa sorpresa, quella di trovare il cognome del no ­stro grande saggista, critico e poeta, Sergio Solmi.
Non è, d’altronde, un dato trascurabile nell’ambito del ­la stessa valutazione lette ­raria. L’esser rimasto fuori della mischia, libero da im ­pegni giornalistici o acca ­demici, ha consentito a Sol ­mi un agio e un’autorità che altrimenti avrebbero sopportato l’affronto o i li ­miti e i condizionamenti della professione del letterato. La stessa bibliografia del critico sta a confermare la costante necessità delle sue scelte e illumina la na ­tura dei suoi interventi che sono tutti legati da una pas ­sione indiscutibile e da una profonda vocazione poetica.

*

Solmi nacque a Rieti nel dicembre ’99 dal professor Edmondo, che gli studiosi di Leonardo ricordano ancora per i suoi studi. Trasferitosi assai presto a Torino, la sua formazione ha fortemen ­te risentito del clima intel ­lettuale della città negli anni della guerra e dell’imme ­diato dopoguerra, quella dei maestri brevettati e l’altra â— forse più insidiosa â— dei maestri segreti che andava ­no da Gramsci, Gobetti ai suoi coetanei (ricorderemo Debenedetti e Montale, con i quali avrebbe dato vita a una rivista in gran parte viva ancor oggi, Primo tem ­po). Se per avere un’indica ­zione di massima è indispen ­sabile fare il nome del Cro ­ce, come quello dello spiri ­to che più degli altri ha for ­temente impressionato il gio ­vane Solmi, va aggiunto su ­bito che tale lezione è stata quasi subito opportunamen ­te corretta ed arricchita da quelle che erano le aspira ­zioni del critico. Si direbbe che questo doppio registro abbia condizionato il Solmi lungo l’intero arco dei suoi studi, per cui la sua pagina perfettamente costruita e af ­fidata a un ragionamento che non mostra quasi mai dubbi o incertezze non sfug ­ge a diverse sollecitazioni, ad altre curiosità, mostran ­do così di essere il frutto di una meditazione critica che non ha mai rifiutato né le nuove voci né le sugge ­stioni del momento. Nulla di prestabilito, al contrario la scelta dei temi vuol di ­mostrare quanta libertà ab ­bia animato il critico Solmi nelle sue ricognizioni.

Già nelle brevi apparizio ­ni della rivista torinese era possibile distinguere il Sol ­mi e per la completa auto ­nomia delle sue approssima ­zioni e per il rigore con cui sapeva spostare l’asse dalla pura curiosità del momento a quelle che per lui costitui ­vano le norme di un codice critico, verificato giorno per giorno e mai negativo. Lau ­reatosi nel 1923 in legge, po ­co dopo entrava in banca dove sarebbe rimasto fino a due anni fa.

Ma continuiamo la nostra rapidissima ricognizione fra i titoli più importanti della sua storia. Del 1930 è il sag ­gio su II pensiero di Alain che avrebbe subito acquista ­to un valore paradigmatico per la sua figura di critico e di saggista. Nel divario fra il punto di partenza â— Croce â— e quello del suo primo approdo â— Alain â— va per l’appunto riconosciu ­to lo sforzo fatto per arric ­chire la propria figura inte ­riore. La letteratura france ­se, va appena notato, avreb ­be costituito per Solmi il campo delle sue più profon ­de sperimentazioni; infatti dodici anni dopo era in gra ­do di raccogliere ne La sa ­lute di Montaigne e altri scritti di letteratura france ­se il frutto di molti anni di lettura, diventando un mae ­stro per i giovani del tem ­po e un esempio per la pu ­lizia, la dignità e soprattut ­to la coerenza intellettuale. La sua scheda critica si chiu ­de per ora con Scrittori ne ­gli anni, del 1963, dove l’al ­tra       immagine del critico coinvolto negli umori delle stagioni appariva nettissima.

Accanto all’opera del cri ­tico e del saggista non va taciuta quella del poeta. An ­che qui il Solmi, grazie an ­che alla sua straordinaria capacità di non lasciarsi confondere da suggestioni di scuola o di moda, ha sapu ­to portare fino in fondo, con una logica interiore che corrisponde esattamente al rigore del critico, un’espe ­rienza poetica che non con ­sente confronti o derivazio ­ni da altri. Fine di stagione del 1933, Poesie del 1950, Levania del 1956 e Dal bal ­cone del 1968, a cui va rife ­rito e non già come comple ­mento, il recentissimo Qua-derno di traduzioni (nelle edizioni Einaudi) sono i do ­cumenti di un itinerario personalissimo, dove fra l’altro sarà facile riconosce ­re gli stimoli, le esitazioni, insomma la particolarissima psicologia del poeta.

*

La scheda non sarebbe completa se non ricordassi ­mo l’edizione ricciardiana del Leopardi e la direzione della Rassegna d’Italia e og ­gi la cura di molti volumi della casa Adelphi. Così co ­me sarebbe ingiusto saltare quelle notizie che servono a far capire meglio un uomo proverbiale per la sua se ­gretezza e per l’elegante « di ­strazione ». Solmi è stato antifascista, combattente del ­la Resistenza e nella sua fa ­mosa fuga dalla caserma del ­le brigate nere di via Ro ­vello dobbiamo rilevare un tratto che illumina anche lo studioso e il poeta. La ­sciato per un momento li ­bero dai suoi aguzzini, il Solmi chiese dove fosse l’u ­scita e se la squagliò. Que ­sto è stato sempre il suo modo di comportarsi anche in letteratura: presente e li ­bero, padrone di se stesso e in grado di giudicare le de ­bolezze e i « vuoti » degli al ­tri. Proprio per questo, sen ­za mai venire meno alla re ­gola del riserbo e della pru ­denza, insomma fuor della mischia, è arrivato più in là degli altri, senza aver pagato scotti di nessun ge ­nere, arbitro dei suoi lun ­ghissimi e intensi approcci alla verità poetica.

Visto 13 volte, 1 visite odierne.