di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 gennaio 1969]
Chi legga i documenti del nuovo cristianesimo o soltanto si fermi un attimo a considerare lo spirito di certe proteste e le fiammate delle rivendicazioni d’ordine religioso non potrà fare a meno di registrare un dato costante di tutte queste manifestazioni: l’oblio del mistero, il silenzio sull’al di là, sull’invisibile, insomma su quanto fa più gelosa e segreta la nostra partecipa zione spirituale. Fino a ieri eravamo stati abituati a con centrare la parte più cospicua del dialogo nel regno delle ombre e alla fine ci si era convinti della necessità di stabi lire il rapporto principale fra noi e gli altri attraverso la immagine di Dio, di un Dio che bisognava ricreare conti nuamente dentro di noi e che nasceva dal confronto e dall’esame delle nostre colpe, di quanto omettevamo nell’ambi to della responsabilità religiosa. Oggi fra noi e gli altri non ci sono più intermediari di questo genere e ci si illude che la partita debba essere giuocata e risolta sul piano della realtà visibile, e soltanto su questa.
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Che si tratti di un’illusione è evidente e non basta con trobattere che col vecchio sistema dell’intermediario segre to e invisibile non si è modificato nulla, anzi che il mondo ha continuato sulla strada della rovina e del disordine. E’ evidente, cioè, che il male non poteva venire solo dalla parte del mistero, da ciò che non sappiamo e non conosciamo ma che pure ognuno di noi sente e non riesce ad eliminare. Il male non derivava dall’ospite non invitato che il più delle volte teneva il posto del Dio nascosto e segreto.
Il male appartiene anche a noi, il male è il frutto di quello che noi non abbiamo fatto o non abbiamo voluto accettare o abbiamo finto di non vedere. Ciò che stupisce in questa generale resa di con ti è proprio l’assenza assoluta di un esame di coscienza, il voler buttare tutte le responsabilità sulle spalle degli altri in modo da tenere le rivendi cazioni e le proteste su un terreno pulito, sgombro, sopratutto non raggiungibile dalla prima idea di confronto e di analisi. Non nascondiamo celo, nel gesto di chi accusa senza aver fatto prima un atto di coscienza, senza aver guar dato se per caso il posto di accusati non spettasse proprio a noi c’è un grosso margine di sopraffazione e di violen za, c’è l’eco della domanda-alibi di Caino. D’altra parte è sufficiente dire che, date le circostanze, non è più tempo di fare distinzioni ma è sol tanto necessario passare alla azione, limitarsi a dire di no?
Ecco perché a volte si ha la sensazione che questi nuo vi cristiani siano soltanto dei cristiani delusi dallo stesso cristianesimo e privi di spe ranza, privi di carità, convinti come sono che tutto deb ba essere risolto sul piano della realtà visibile. Così si ha ancora l’impressione che nessuno creda più all’altra parte, al mondo dell’invisibile dove le nostre azioni per appunto dovrebbero essere giudicate, vagliate e finalmen te perdonate.
Una volta tolta di mezzo la figura del Giudice, è chiaro che gli strumenti siano di versi, come diversi dovranno essere gli scopi. Infine ne consegue che ogni forma di pre sunzione resti in tal modo più che convalidata. Un po’ come se si dicesse: là dov’è fallito Dio, l’uomo riuscirà.
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Non più preghiera, non più penitenza, non più nulla di ciò che apparteneva all’econo mia autentica del cristiano. Una volta abolito qualsiasi rapporto d’ordine interiore, le soluzioni restano per forza esclusivamente politiche. Pro babilmente siamo gli spetta tori di una trasformazione, di quella che per Aron è la ter za trasformazione della no stra religione, in cui la figura dell’uomo sostituirà completa mente quella di Dio: di qui la nostra sorpresa e il nostro smarrimento. Ciò non toglie che la concezione stessa del cristianesimo, ridotta ai con fini della realtà, non ne sof fra e non sia, almeno nei giuochi dei riflessi immediati, fortemente depauperata.
Il cristianesimo visibile e che punta tutte le sue carte su delle realizzazioni concre te potrà fare a meno dell’al tra parte, del mondo del mi stero? O non diventerà piut tosto un elemento fra gli altri nel processo di rinnovamento della società? La stessa do manda ci riporta a quel pa trimonio nascosto di cui non si hanno né dati né notizie d’alcun genere ma senza del quale il cristianesimo, inteso come comunione dei Santi, muore.
A questo patrimonio si rial laccia senza possibilità di equi voci uno degli spiriti più alti del nostro tempo, il sacerdote cattolico Divo Barsotti che da anni porta avanti una sua bat taglia, senza rumori, senza mai aver preteso di diventare né un rinnovatore né una bandiera. Si prenda il nuovo volume del suo diario, Parola e silenzio, pubblicato dall’editore Vallecchi, per passare di colpo in un altro mondo, alla luce di una verità sentita e pagata giorno per giorno, dal di dentro. Non che il Barsotti ignori quella che è la vicenda che gli si muove intorno e di cui non è uno spettatore ma attore, soltanto che egli im mette questa lezione in un con testo più vasto, dove i limiti sono segnati, da una parte, dalla sua anima e, dall’altra, dalla immagine stessa di Dio.
Non si tratta di lettura fa cile, il nostro palato abituato ormai alle droghe della vio lenza stenta a cogliere quelli che sono i fermenti e le in quietudini e sopratutto i dolo ri del Barsotti. Si ha la sen sazione che il dramma â— che non è soltanto suo ma è del mondo in cui vive ed opera e della Chiesa in cui milita nel silenzio e con la pazienza intatta dei suoi primi anni â— sia sempre tenuto sotto la pa gina.
Chi legge ne intravvede le ragioni, ne avverte il peso e sconforto ma è messo piut tosto sulla sponda d’approdo. Per servirci di un’immagine, il lettore vede venirsi incon tro un’anima che ha fatto la sua guerra e onestamente ren de conto di quello che ha superato, del molto che non ha vinto. Insomma c’è tutto e non soltanto una parte del processo del nuovo cristiano. Sopratutto non si fa di que sto processo che coinvolge tutti noi un’arma di offesa, non ci sono accuse valide se prima queste accuse non sono state rivolte a noi stessi. Allo stesso modo i dolori provati, sperimentati quotidianamente non si trasformano mai in proteste, rivendicazioni. « Tut ta la vita sarà soltanto mori re… Umiliazioni su umiliazio ni â— e non c’è fine â— mai. Basterebbe forse questo per esser sicuri che Dio esiste ed opera. Troppo inconcepibile e assurdo sarebbe tanto dolore, troppo gratuito se non fosse Dio a volerlo. Se viene da Dio ha un senso e veramente è magnifico dono di amore â— ma soltanto se viene da Lui. E non può venire che da Lui ».
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Come si vede, il viaggio è intero, non è stato interrotto. Dio resta il punto d’arrivo e resta anche quando l’oriz zonte sanguina per l’ingiusti zia e la violenza. Ma lo resta nel mistero che la fede ri scatta, lo resta nel silenzio.
E il Barsotti, più avanti, ri torna su questa idea: « Vive re nel rapporto con gli altri il mio rapporto con Dio â— puramente. Che il mio atto nell’ascoltarli, nel parlare con loro, nel vivere con loro sia l’atto della mia contemplazio ne divina â— non ordinato a questo, non prolungamento di questo, ma questo atto me desimo. Per il mistero dell’In carnazione divina vivere la coincidenza perfetta della vita umana con la vita di Dio. Né la vita di Dio deve sospen dere la vita di Dio, limitarla, mortificarla. Non più passag gio dall’una all’altra, ma l’una e l’altra insieme ». Il che equi vale non già a fare dell’uomo il sostituto di Dio, come certa teologia della realtà apparen te consiglia, ma l’immagine di Dio.
Il cristianesimo senza que sto dato di equilibrio costan te non si salva, non avrebbe ragione di fronte ad altre ideo logie (se peraltro ne fosse una) dotate di forza pratica, di possibilità di realizzazione immediata. Il cristiano può appoggiare, può consentire con gli altri ma ci sarà sempre un momento in cui questo con fronto col mistero dovrà av venire. Né si pensi che una posizione come questa del Barsotti porti fatalmente alla rassegnazione: « Tutto quello che avviene è adorabile. Non la rassegnazione ma l’adora zione e la gioia ». Ecco per ché la conclusione resta in tatta nello spirito della fede: « La vita della Chiesa non è semplicemente una storia. Ac canto al carattere profetico di una spiritualità che insiste sul motivo della edificazione del Regno, dell’associazione del l’uomo al lavoro del Cristo, mi sembra di dover insistere nel carattere mistico della spiritualità cristiana ». Con un codicillo che oggi corre il ri schio di suonare ridicolo: « Nessuna mortificazione, nes suna umiliazione sarà mai troppo grande. Non avrai mai ragione di lamentarti, mai di chiedere a Dio di esser ri sparmiato… »
Qui mi pare che sia rista bilita la legge della corrispon denza uomo-Dio e ristabilita nell’atto stesso di riconoscere ferma l’idea del mistero, in somma della parte che spetta a Dio. Siamo, dunque, molto lontani da un certo cristiane simo nuovo o ripetuto in cui non solo la parola di Dio di venta patrimonio comune de gli uomini ma anche il suo silenzio, il segno di quello che non sapremo mai e che aspet tiamo di conoscere domani, non oggi, non ora.