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LETTERATURA: I MAESTRI: I taccuini di Cecchi: Il sogno

10 Marzo 2015

di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, 17 dicembre 1968]

Tra il 1950 e il 1960.

Firenze. Non so da che cosa dipenda che, ogni volta che torno a Firenze, mi sembra di posare il piede su un suolo elettrizzato. Ripenso a quanto Nietzsche diceva dell’alacre atmosfera fiorentina; di quell’aria austera ed eccitante come un vino che negli anni abbia perduto ogni peso, e si sia sublimato in puro aroma vitale. Né più né meno di un vecchio cavallo, né più né meno di uno stanco mulo delle salmerie, un mulo in attesa di riforma, ma che ancora una volta sente le fanfare.

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Se la gente sapesse esattamente quello che deve fare, quello che corrisponde alle sue doti. Ma il guaio è che questo si impara solo facendo, e nel fare senza sapere si consuma (ci si accorge di aver consumato) la vita.

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Promessi Sposi. Oltre che da tante altre cose di maggiore significato, la natura eccezionale, e in un certo senso unica, d’un romanzo, anzi d’un poema, come I Promessi Sposi, risulta anche da questo: che la sua genesi e il perfezionamento, sembrano, dico sembrano, perfino prescindere da quelle condizioni di solitudine, di mistero, di libertà e di completo isolamento interiore che si direbbero inseparabili dalla creazione di un’opera d’arte. Dal 1820 al 1840, sembra che il Manzoni abbia lavorato « in pubblico », con un monte di consiglieri, referendari, ecc. Vien da richiamarsi alla costruzione di certi grandi poemi epici del Cinquecento; che fa pensare a quella di opere di pubblica utilità e decoro.

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Le donne, nell’accostarsi all’età matura, scuoprono, azzardano la loro « disponibilità ». Forse è lo stesso degli uomini; ma le donne, in fondo, sono più onestamente disperate. Hanno sempre sentito parlare dell’amore; hanno creduto di indovinare che deve essere qualche cosa di importante, di grave: non morire senza averlo visto in faccia. Più che una conquista, un atto di gioja, è l’abbracciarsi dei naufraghi.

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Patimento dei genitori. Quanto devono aver patito i nostri genitori: cercare di ricostruire queste scene silenziose e inconfessate quando si stava a Montebuoni d’estate (io dovrò avere avuto sei o sette anni) e una mattina col babbo e uno o due dei fratelli si andò per una lenta passeggiata, forse verso l’Impruneta. Il babbo già un po’ obeso, con le sue abitudini sedentarie; già con le sue modeste aspirazioni di indipendenza; e i suoi pensieri chiusi, piuttosto neri. Io suonavo un’ocarina che mi ero comprata; un motivo di sei o sette note che mi sarò inventato, sempre lo stesso; o mi sarò raffazzonato. Sempre le stesse, per quei colli assolati, ore e ore; per mio conto da una parte, e gli altri bambini che strascicavano i piedi nel polverone. Il babbo non diceva nulla. Anche oggi, se ripenso a quei luoghi, sento il suono dell’ocarina nel solleone; e ho « rimorso » di quella muta pazienza.

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Musica del (Boris); forse per goderla ben bene, bisognerebbe essere pieni di pidocchi, puzzo di candele di sego. Tonache frittellose; e i capelli a treccia di donna, come quelli dei pope.

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In talune epoche il senso del rapporto individuale col mondo non trova più sostegno in un’idea religiosa (o civica) che lo esprima ed esaurisca in assoluto, e nella quale le aspirazioni, i dolori particolari, siano appagati nel concetto d’una verità ed una giustizia trascendente. E d’altra parte, codesto senso del rapporto individuale, non è fiduciosamente inserito e inquadrato in un contatto, per cui la necessità e la vocazione dell’individuo si realizzi sul piano sociale e nazionale. L’individuo non ha più la istintiva convinzione di far parte di un solido organismo politico ed economico, che gli dia da vivere e al tempo stesso lo difenda; che, in altre parole, gli assicuri quel minimo margine economico e civile in cui la vita può essere ancora accettata. In questa solitudine, per questo spavento di solitudine, religiosa e sociale, l’individuo accetta tutto; anche i credi più demenziali.

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Montale-Flora. Il peggior servizio che un critico possa rendere, per la sua deficienza, è quando riduce un poeta e un artista nei suoi oggetti; come io feci da ragazzo per Kipling, e come fece Flora per Montale, e lo catalogò in una strana serie di uccelli impagliati: uccelli ricercati; che bisognava andare a frugarli, con i loro nomi, col fruscellino. E sembrava un negozio di cappellini da signora; senza naturalmente le teste che gli avrebbero dovuti portare.

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La cosa terribile è che, un certo momento della vita, ci si accorge che tutta la rettorica è vera (quello che dicono i vecchi, le loro massime, i biscotti, gli slogans umanitari, patriottici, ecc.).

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Il cinematografo non dà un’espressione. Dà un effetto, e per questa ragione un film non si rivede volentieri; ciò che infine aveva da dire si trova spiaccicato sulla tela, già risolto.

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L’ideale: di vivere in un mondo di competenti.

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Nel Verdi inferiore è rima ­sto del Milano non riassorbi ­to, non digerito, non eliminato. L’unico che ci riuscì in tutto fu Manzoni: nonostante che non facesse che parlare di Milano.

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Una delle cose più lamen ­tevoli e grottesche, nei tempi in cui viviamo, è la smania di rifare ogni volta, a ogni mutar di tendenze, il proces ­so sommario a tutta la cul ­tura. Ma è il corso naturale della storia, si dirà: della sto ­ria che, attraverso l’azione e il pensiero, è in continuo rie ­same e messa a punto. Se co ­sì, bisogna pur ammettere che si tratta d’una storia che, per una ragione o per l’altra, s’è tremendamente nevrastenizzata.*

Si è tanto adoperata la mac ­china fotografica per « piglia ­re » la realtà, captarla, fer ­marla, derubarla: a poco a poco la macchina fotografica si è trasformata nel mitra.

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Sogno. Mi pareva che tor ­navo da fuori, e davanti a casa (ma non questa che abi ­tiamo) era l’apparato fune ­bre; ma strano, sul carro, la cassa non sarebbe stata che ritta. « Va bene », dicevo fra me; « vuol dire che lo met ­teranno per ritto ». Sentivo che era roba per me; ma non mi faceva impressione; segui ­tavo a fare ciò che dovevo fare, fra quelli di casa. Detti qualcosa a Masolino: nean ­che allora decifrai che cos’era, ma sempre tranquillo; gli dis ­si: « ricordati qualche volta di me ». Curioso che mi pa ­reva che, in quell’atto mede ­simo, e nel dire quelle paro ­le. avevo coscienza del mio essere calmo: di sentire la sorte con una tenerezza viri ­le, come imminente, inevita ­bile ma non spaventosa. Ho tardato troppi giorni a regi ­strare questo sogno; se n’è perso il mistero.


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Bart