di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 18 settembre 1970]
Aveva gli occhi liquidi, trasparenti, un celeste palli do, un lago immobile.
Il dottore perse qualche secondo in quella luce così strana, poi le domandò:
– Perché l’ha fatto?
– Per purificarmi.
– Come?
– Ora mi sento più legge ra, potrei volare. Sono felice.
– Adesso il diavolo sta distante â— continuò la ragaz za â—. E’ laggiù.
– Dove?
– In fondo al parco, die tro il cancello. Ha paura di me: sono pura.
– E’ un brutto affare que sta scottatura â— mormorò il medico.
La ragazza continuava a tenere le palme delle mani aperte. Erano ricoperte di bolle, di flittene, tese dal sie ro. Anche il dorso delle ma ni era ustionato, ma in gra do minore.
– Non sentiva male?
– Sì, ma la voce mi dice va: â— Se ti vuoi salvare, de vi bruciare la tua carne, le mani che hanno toccato il diavolo.
– Di dove proveniva la voce?
– Dall’alto.
– Come le è venuto in mente il termosifone?
– E’ stata la voce a indi carmelo. In questa stagione bollono. Facevo finta di ave re freddo. Premevo le palme; quando non ne potevo più tornavo a letto. Riprendevo forza, la voce mi animava. Più mi bruciavo, più mi av vicinavo alla purezza. Il dia volo digrignava i denti, in cendiava gli occhi. Io preme vo di più le mani sul termo sifone.
– E’ stata una lotta â— ammise il medico.
– Ho vinto io â— sorrise la ragazza â—. Le infermiere non se ne sono accorte!
-E quanto è durata?
– Da stamani presto.
– Alcune ore.
– Sì.
– Dobbiamo medicarla â— disse il medico rivolto alla infermiera â—. Il pericolo è l’infezione. L’ustione non è molto estesa; il pericolo è che si infetti. Va trattata co me una ferita. L’esame delle urine tutti i giorni; non se ne scordi.
*
Il medico punse le bolle tese di un liquido sieroso. Gli venne in mente quel dopo pranzo d’estate quando quel la malata, la Bitossi, arrivò al manicomio. Fu lui a ricever la, era di guardia. Le cicale forsennate cantavano per tut to il parco.
Se mi ricordo bene il diavolo era suo marito. Me lo confessò lei.
– Sì, lo sanno tutti.
– Quando vi vedete?
– La notte. Ma anche di giorno.
– Ha avuto figli?
– Tanti, tanti.
– Come ha gli occhi?
– Chi? il diavolo?
– Sì.
– Rossi.
– Rossi?!
– Per il fuoco.
– E’ peloso?
– No. Ha la pelle liscia come un bambino.
– E’ bruno?
– Nero, i capelli neri; le cornettine come due riccioli.
– Come lo conobbe?
– Si presentò una notte.
– Era vestito?
– Macché. Nudo! â— e la ragazza esplose in una risata irreale, simile a cristalli in frantumi. E fu qui che il me dico si accorse che anche la sua voce era diversa, squil lante ma recitata, di un uni co tono, versi ripetuti distrat tamente a memoria.
Il medico continuava a pungere le flittene. La ragaz za non pareva sentisse dolo re; anzi aveva sul volto un che di esaltazione gaudiosa.
– Le faccio male?
– No. E’ una grande gioia tornare puri.
– Prima di sposare il dia volo, lei era…
– A tredici anni avevo già persa l’innocenza.
– Lui venne dopo.
– Sì.
– Che scuole ha fatto?
– Stavo per diventare mae stra quando cominciarono le voci, mi arrivavano da die tro le spalle, dall’alto, a vol te ingiuriose, a volte invece gentili, invitanti. Apparivano e sparivano anche dei volti; c’erano dei maledetti. Poi ven ne lui, il diavolo. Allora si chiarì tutto. Veniva di notte. I miei genitori facevano fin ta di non accorgersi che ave vo tanti figli. Non so perché un giorno mi portarono qui.
Il dottore era chino al suo lavoro. Ma contemporaneamente aveva in mente il viso della ragazza, gli occhi di una trasparenza rara, un celeste acquoso, un colore immobile come in quel ghiacciaio contemplato tanti anni fa, quando era negli alpini, una luce di indifferenza, frequente negli occhi di delin quenti abituali. Le guance erano molli e di un pallore come ce l’hanno le donne ci nesi.
– Non sapevo che il dia volo avesse gli occhi rossi!
– Li ha accesi, due braci.
– Di notte, quando veni va, di che parlavate?
– Stava pochi secondi. Sentivo la vampa.
– E spariva?
– Sì, ma ritornava, ecco me! Era mio marito. Ho avu to tanti figli.
– Dove sono?
– Li tiene lui. Io li fac cio e lui li porta via.
– Sono diavolini?
La ragazza invece di ri spondere rise in quel modo speciale, una mescolanza di ghigno e tensione gioiosa.
– Mi raccomando â— mor mora il medico rivolto alla infermiera â—. Come una fe rita, non deve infettarsi; an tibiotici ogni dodici ore – Poi, rivolto alla Bitossi, alla ragazza:
– Mi piacerebbe sapere come parla un diavolo.
– Non parla. Mi guarda con gli occhi di brace e sof fia. Io capisco.
Il medico depositò sulla scottatura le strisce di garza sterile. â— La può fasciare lei â— disse all’infermiera. E alzò il viso sulla Bitossi.
Quel colore di occhi! una luce immobile, uguale a quel ghiacciaio che aveva contem plato quando era giovane.
Il medico domandò all’in fermiera che cura faceva la ragazza.
L’infermiera elencò alcuni psico-farmaci.
L’infermiera voleva scusar si: â— Non è stato possibile indovinare che si voleva scot tare. Ogni tanto si avvicinava al termosifone come fosse in freddolita, e se ne tornava tranquillamente a letto. Ce ne siamo accorte che era troppo tardi.
La Bitossi interruppe: â— Non ha nessuna colpa. Mi ha dato una felicità. Ora mi sen to pura, leggera, felice. Il diavolo è sempre più lonta no. Stanotte dormirò â—. E aggiunse con quella voce astratta: â— Voi non cono scete la bellezza di sentirsi puri.
Il medico sospirò un sa luto e prese la via del reparto n. 9; doveva fare la visita anche in quello.
Per arrivarci si doveva scendere un lungo scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto.
Il medico avanzava e con tinuava ad avere davanti a sé gli occhi della Bitossi: « Provocano disagio, preferi rei non averli visti, averli già dimenticati ».
La caporeparto del 9, ap pena lo scorse, gli venne incontro, e cominciò a elencare le novità.
Il vecchio medico tenten nava la testa dicendo sì, automaticamente, ancora con la mente alla Bitossi.
E d’un tratto, dentro di sé, amaramente, con un profondo senso di solitudine:
« Naturale che mettono a disagio. Sono lontani da noi, nemici della tenerezza uma na. Sono gli occhi della paz zìa ».