Il grande cortile

di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 21 gennaio 1970]

Un’immagine dell’estate scor ­sa. Affacciata a una finestra dell’antico palazzetto di via Martiri di Belfiore 37, nella cit ­tadina di P., l’ancor bella moglie dell’avvocato guarda ma ­linconicamente le seggiole vuo ­te e spagliate sull’acciottolato fatto soffice e silenzioso dalla folta erba fra pietra e pietra, mentre sull’unica occupata una vecchia lavora fitto a maglia senza mai guardare in su.

Fino a qualche anno fa era ben diverso. Tutti gli sguardi a quella finestra, e risolini, strizzatine d’occhio, parolette senza muover le labbra, che in fondo, signora, dica la veri ­tà, le facevano piacere. Maldi ­cenze, naturalmente, ma la mal ­dicenza non è forse una ma ­nifestazione, seppur negativa, d’interesse per il prossimo?, non è anch’essa una forma di solidarietà? Sissignori, si vive insieme, nello stesso palazzo, nella stessa via, nello stesso quartiere, non soltanto per par ­lare, guardandoci negli occhi, com’è bella!, com’è cara!, com’è elefante!, ma anche, e so ­prattutto, per parlare dietro le spalle, non s’è accorta di nien ­te?, non le sembra che la mo ­glie dell’avvocato la faccia or ­mai un po’ troppo sporca?, quel cugino che viene a trovarla tut ­te le volte che il marito è a Roma…

E ogni tanto quelle liti not ­turne che svegliavano tutto il palazzo. Mai che s’accendesse una finestra, ma era il segno, appunto, che stavano con l’orec ­chio incollato ai vetri, per non perdere una parola, svergogna ­ta!, sgualdrina!, hai fatto di me la favola della città!, in tri ­bunale ridono tutti, anche gli imputati!, e, la mattina dopo, la signora alla finestra a go ­dersi lo spettacolo del cortile affollato, non una seggiola vuo ­ta, tutto esaurito, mancava so ­lo l’applauso di sortita, quelle sì ch’erano belle mattine, si sentiva al centro dell’interesse universale, e in platea le spet ­tatrici, caduti di colpo i ran ­cori e le antipatie reciproci, si sentivano unite, amiche, sorel ­le, si sarebbero baciate e ab ­bracciate, strette com’erano nel ­l’ineffabile piacere comune ge ­nerato dalla maldicenza.

Com’era bello il mondo d’un tempo, diviso in mille, diecimila, centomila piccoli cortili, dove la moglie dell’avvocato, dell’ingegnere, del sindaco, del professore, del medico, del farma ­cista, del giudice conciliatore godevano a turno del loro meraviglioso quarto d’ora di so ­spetti, sussurri, di fantasie, erano le regine, le protagoniste, il balcone si dilatava in un palcoscenico, e, se c’erano i vasi di geranio e di cedrina, in un palcoscenico da serata di gala: una maldicenza gonfia e pro ­fumata d’amore, una volta la moglie dell’avvocato fuggì di casa, sparì, si diceva fosse an ­data con l’amante nel Libano, e subito la platea si divise in due; chi fantasticava su quel ­l’amore favoloso fra i cedri e gli olivi, chi si struggeva d’in ­finita pietà per l’avvocato rima ­sto solo, un brav’uomo, certo non un Adone, ma non meri ­tava quella fine. E i bambini? Sull’acciottolato soffice e silen ­zioso la commiserazione per quelle povere creature innocen ­ti rimbalzava come un’immen ­sa bolla di sapone la quale, scoppiando, lasciava un’enorme lagrima.

Com’era bello, com’era buo ­no il mondo quand’era diviso in centomila piccoli cortili!

Poi vennero i settimanali e fu il terremoto. Mandarono tut ­to all’aria. I mille cortili crol ­larono, dei buoni acciottolati erbosi dove rimbalzavano le grandi bolle di sapone non son rimasti che pochi sassi sparsi come granellini di polvere nel ­lo sterminato, unico cortile ch’è il mondo d’oggi, popolato d’una folla innumerevole che non si cura più di quelle creature ve ­re, fatte di carne e d’ossa ch’erano la moglie dell’ingegnere, dell’avvocato, del giudice con ­ciliatore, del cugino rubacuori, degli amanti creduti fuggiti nel Libano e non sono che a Ro ­ma, in un alberghetto dell’Eur, già pentiti. No, niente più di tutto questo. Il posto delle crea ­ture vere è stato preso dai miti, da personaggi-simbolo che, per averli a portata di mano, vicini come nei piccoli cortili d’una volta, chiamiamo col nome di battesimo, come li conoscessimo così bene da dar loro del tu, anzi neppure il nome, addirittu ­ra il nomignolo, Margaret è di ­ventata Meg, ha visto com’è cambiata? (possiamo parlarne in treno, in aereo, a Milano, a Parigi, a New York, con le persone più sconosciute, il mon ­do non è forse divenuto un uni ­co, sterminato cortile?), s’è mol ­to ingrassata, mi sembra molto malinconica, non le dà l’impres ­sione che si sia stancata del fotografo?, pensa ancora a Townsend, che amore fu quel ­lo!, si ricorda l’addio nel par ­co?, piangevano tutti e due, una cosa indimenticabile, la più bel ­la del mondo!

Povera signora di via Marti ­ri di Belfiore 37, chi fa più ca ­so alle tue fughe nel Libano? Ora la mangiatrice d’uomini è una sola, Brigitte Bardot, in quelle sue ville sul mare, cir ­condate da siepi altissime, non così fitte però che i fotografi non riescano, talvolta, a co ­glierla, in ignara nudità, sotto le ombre e le luci del sole che, filtrato dagli alberi, la rende simile a un leopardo. Nessun fotografo, mai, povera signora, verrà a cercare di coglierti nel tuo alberghetto dell’Eur. Chi più s’accorge di te e delle tue meschine avventure?

Giganti passano e ti schiac ­ciano: Catherine Deneuve della quale non si sa se divorzi da Da ­vid Bailey perché costui la tra ­disce e la maltratta o perché in ­namorata di Truffaut, il grande regista. Ma è poi davvero gran ­de? Non importa. Tutti i registi sono grandi. Passano Onassis, Jacqueline, la Callas. Passano Mina e Milva, alte dalla ter ­ra al cielo, con brandelli di nu ­vole impigliati nei lunghi ca ­pelli. Sophia Loren, o dell’amor materno. La regina Fabiola col suo grande cruccio. La fidanza ­ta di Barnard, simbolo dell’amo ­re folle, il famoso chirurgo vola come le rondini radendo col petto i campi di grano. Come finirà la sregolata ed infelice principessa di Savoia, portata dal vento come una foglia ca ­duta già in primavera? Il cielo da una parte si tinge dei me ­ravigliosi colori del tramonto della Lollo, dall’altra di quelle dell’aurora di Britt Ekland, mentre Liliana e Leopoldo, ama ­reggiati, lasciano per sempre il Belgio.

Ma sono miti, ma sono favo ­le, le cui vicende trascorrono troppo lassù perché possano te ­nerci uniti in un sentimento di piacere, o di riprovazione o di pietà. La moglie di Barnard non ci muove a compassione co ­me ad essa muoveva i suoi ca ­sigliani la buona signora Giu ­liana, nel cortile del casamen ­to di viale Mazzini 53, una mo ­glie perfetta, se lui era diven ­tato qualcuno lo doveva anche a lei, e non è scappato, l’inco ­sciente, con una ragazzina di diciannove anni, che gli po ­trebbe essere figlia?

Ahimè, la signora Giuliana è inutile che s’affacci alla fine ­stra per ricevere l’applauso di solidarietà. Non troverebbe nes ­suno. Per la gente qualunque non c’è più interesse, anche se fugge nel Libano o venga uc ­cisa durante un’orgia. Tutta la pietà o tutto l’orrore vengono assorbiti da Sharon Tate, e so ­no una pietà e un orrore di carta, che durano quanto lo sfogliare le pagine d’una ri ­vista.

Avvocato, la smetta con le li ­ti notturne. Nessuno più incolla l’orecchio alla finestra. Tutti gridano. «Silenzio! », vogliono dormire.

Visto 7 volte, 1 visite odierne.