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LETTERATURA: I MAESTRI: Il grande cortile

17 Aprile 2018

di Mosca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 21 gennaio 1970]

Un’immagine dell’estate scor ¬≠sa. Affacciata a una finestra dell’antico palazzetto di via Martiri di Belfiore 37, nella cit ¬≠tadina di P., l’ancor bella moglie dell’avvocato guarda ma ¬≠linconicamente le seggiole vuo ¬≠te e spagliate sull’acciottolato fatto soffice e silenzioso dalla folta erba fra pietra e pietra, mentre sull’unica occupata una vecchia lavora fitto a maglia senza mai guardare in su.

Fino a qualche anno fa era ben diverso. Tutti gli sguardi a quella finestra, e risolini, strizzatine d’occhio, parolette senza muover le labbra, che in fondo, signora, dica la veri ¬≠t√†, le facevano piacere. Maldi ¬≠cenze, naturalmente, ma la mal ¬≠dicenza non √® forse una ma ¬≠nifestazione, seppur negativa, d’interesse per il prossimo?, non √® anch’essa una forma di solidariet√†? Sissignori, si vive insieme, nello stesso palazzo, nella stessa via, nello stesso quartiere, non soltanto per par ¬≠lare, guardandoci negli occhi, com’√® bella!, com’√® cara!, com’√® elefante!, ma anche, e so ¬≠prattutto, per parlare dietro le spalle, non s’√® accorta di nien ¬≠te?, non le sembra che la mo ¬≠glie dell’avvocato la faccia or ¬≠mai un po’ troppo sporca?, quel cugino che viene a trovarla tut ¬≠te le volte che il marito √® a Roma…

E ogni tanto quelle liti not ¬≠turne che svegliavano tutto il palazzo. Mai che s’accendesse una finestra, ma era il segno, appunto, che stavano con l’orec ¬≠chio incollato ai vetri, per non perdere una parola, svergogna ¬≠ta!, sgualdrina!, hai fatto di me la favola della citt√†!, in tri ¬≠bunale ridono tutti, anche gli imputati!, e, la mattina dopo, la signora alla finestra a go ¬≠dersi lo spettacolo del cortile affollato, non una seggiola vuo ¬≠ta, tutto esaurito, mancava so ¬≠lo l’applauso di sortita, quelle s√¨ ch’erano belle mattine, si sentiva al centro dell’interesse universale, e in platea le spet ¬≠tatrici, caduti di colpo i ran ¬≠cori e le antipatie reciproci, si sentivano unite, amiche, sorel ¬≠le, si sarebbero baciate e ab ¬≠bracciate, strette com’erano nel ¬≠l’ineffabile piacere comune ge ¬≠nerato dalla maldicenza.

Com’era bello il mondo d’un tempo, diviso in mille, diecimila, centomila piccoli cortili, dove la moglie dell’avvocato, dell’ingegnere, del sindaco, del professore, del medico, del farma ¬≠cista, del giudice conciliatore godevano a turno del loro meraviglioso quarto d’ora di so ¬≠spetti, sussurri, di fantasie, erano le regine, le protagoniste, il balcone si dilatava in un palcoscenico, e, se c’erano i vasi di geranio e di cedrina, in un palcoscenico da serata di gala: una maldicenza gonfia e pro ¬≠fumata d’amore, una volta la moglie dell’avvocato fugg√¨ di casa, spar√¨, si diceva fosse an ¬≠data con l’amante nel Libano, e subito la platea si divise in due; chi fantasticava su quel ¬≠l’amore favoloso fra i cedri e gli olivi, chi si struggeva d’in ¬≠finita piet√† per l’avvocato rima ¬≠sto solo, un brav’uomo, certo non un Adone, ma non meri ¬≠tava quella fine. E i bambini? Sull’acciottolato soffice e silen ¬≠zioso la commiserazione per quelle povere creature innocen ¬≠ti rimbalzava come un’immen ¬≠sa bolla di sapone la quale, scoppiando, lasciava un’enorme lagrima.

Com’era bello, com’era buo ¬≠no il mondo quand’era diviso in centomila piccoli cortili!

Poi vennero i settimanali e fu il terremoto. Mandarono tut ¬≠to all’aria. I mille cortili crol ¬≠larono, dei buoni acciottolati erbosi dove rimbalzavano le grandi bolle di sapone non son rimasti che pochi sassi sparsi come granellini di polvere nel ¬≠lo sterminato, unico cortile ch’√® il mondo d’oggi, popolato d’una folla innumerevole che non si cura pi√Ļ di quelle creature ve ¬≠re, fatte di carne e d’ossa ch’erano la moglie dell’ingegnere, dell’avvocato, del giudice con ¬≠ciliatore, del cugino rubacuori, degli amanti creduti fuggiti nel Libano e non sono che a Ro ¬≠ma, in un alberghetto dell’Eur, gi√† pentiti. No, niente pi√Ļ di tutto questo. Il posto delle crea ¬≠ture vere √® stato preso dai miti, da personaggi-simbolo che, per averli a portata di mano, vicini come nei piccoli cortili d’una volta, chiamiamo col nome di battesimo, come li conoscessimo cos√¨ bene da dar loro del tu, anzi neppure il nome, addirittu ¬≠ra il nomignolo, Margaret √® di ¬≠ventata Meg, ha visto com’√® cambiata? (possiamo parlarne in treno, in aereo, a Milano, a Parigi, a New York, con le persone pi√Ļ sconosciute, il mon ¬≠do non √® forse divenuto un uni ¬≠co, sterminato cortile?), s’√® mol ¬≠to ingrassata, mi sembra molto malinconica, non le d√† l’impres ¬≠sione che si sia stancata del fotografo?, pensa ancora a Townsend, che amore fu quel ¬≠lo!, si ricorda l’addio nel par ¬≠co?, piangevano tutti e due, una cosa indimenticabile, la pi√Ļ bel ¬≠la del mondo!

Povera signora di via Marti ¬≠ri di Belfiore 37, chi fa pi√Ļ ca ¬≠so alle tue fughe nel Libano? Ora la mangiatrice d’uomini √® una sola, Brigitte Bardot, in quelle sue ville sul mare, cir ¬≠condate da siepi altissime, non cos√¨ fitte per√≤ che i fotografi non riescano, talvolta, a co ¬≠glierla, in ignara nudit√†, sotto le ombre e le luci del sole che, filtrato dagli alberi, la rende simile a un leopardo. Nessun fotografo, mai, povera signora, verr√† a cercare di coglierti nel tuo alberghetto dell’Eur. Chi pi√Ļ s’accorge di te e delle tue meschine avventure?

Giganti passano e ti schiac ¬≠ciano: Catherine Deneuve della quale non si sa se divorzi da Da ¬≠vid Bailey perch√© costui la tra ¬≠disce e la maltratta o perch√© in ¬≠namorata di Truffaut, il grande regista. Ma √® poi davvero gran ¬≠de? Non importa. Tutti i registi sono grandi. Passano Onassis, Jacqueline, la Callas. Passano Mina e Milva, alte dalla ter ¬≠ra al cielo, con brandelli di nu ¬≠vole impigliati nei lunghi ca ¬≠pelli. Sophia Loren, o dell’amor materno. La regina Fabiola col suo grande cruccio. La fidanza ¬≠ta di Barnard, simbolo dell’amo ¬≠re folle, il famoso chirurgo vola come le rondini radendo col petto i campi di grano. Come finir√† la sregolata ed infelice principessa di Savoia, portata dal vento come una foglia ca ¬≠duta gi√† in primavera? Il cielo da una parte si tinge dei me ¬≠ravigliosi colori del tramonto della Lollo, dall’altra di quelle dell’aurora di Britt Ekland, mentre Liliana e Leopoldo, ama ¬≠reggiati, lasciano per sempre il Belgio.

Ma sono miti, ma sono favo ¬≠le, le cui vicende trascorrono troppo lass√Ļ perch√© possano te ¬≠nerci uniti in un sentimento di piacere, o di riprovazione o di piet√†. La moglie di Barnard non ci muove a compassione co ¬≠me ad essa muoveva i suoi ca ¬≠sigliani la buona signora Giu ¬≠liana, nel cortile del casamen ¬≠to di viale Mazzini 53, una mo ¬≠glie perfetta, se lui era diven ¬≠tato qualcuno lo doveva anche a lei, e non √® scappato, l’inco ¬≠sciente, con una ragazzina di diciannove anni, che gli po ¬≠trebbe essere figlia?

Ahim√®, la signora Giuliana √® inutile che s’affacci alla fine ¬≠stra per ricevere l’applauso di solidariet√†. Non troverebbe nes ¬≠suno. Per la gente qualunque non c’√® pi√Ļ interesse, anche se fugge nel Libano o venga uc ¬≠cisa durante un’orgia. Tutta la piet√† o tutto l’orrore vengono assorbiti da Sharon Tate, e so ¬≠no una piet√† e un orrore di carta, che durano quanto lo sfogliare le pagine d’una ri ¬≠vista.

Avvocato, la smetta con le li ¬≠ti notturne. Nessuno pi√Ļ incolla l’orecchio alla finestra. Tutti gridano. ¬ęSilenzio! ¬Ľ, vogliono dormire.

 


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Bart