di Virgilio Titone
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 4 maggio 1970]
Nella storia della cultura occidentale possono distin guersi due aspetti fondamen tali e variamente ricorrenti: la civiltà del libro e la civiltà della parola. Il libro diviene sacro nell’alto Medio Evo. Né solo perché tutto ciò che merita di essere conosciuto è contenuto nella Sacra scrittu ra, che è la parola di Dio e la sapienza rivelata, ma anche per un motivo di carattere pedagogico. Diversamente in fatti da quello che avveniva nelle scuole dell’età classica, il ragazzo delle scuole mona stiche o episcopali, che d’al tro lato nei secoli più oscu ri erano le sole di cui si potesse disporre, doveva impa rare a memoria il testo che andava recitando. Non impa rava a leggere per leggere, co me lo scolaro antico, ma im parava il Salterio o il Nuovo Testamento: un metodo d’in segnamento che potrebbe far pensare a quello ancor oggi in uso nelle scuole coraniche dei paesi musulmani.
Ne derivò un concetto nuovo della scuola, del libro e del maestro, che si accomunarono nella stessa venerazione.
II maestro, che presso i greci o i romani era stato uno schiavo o un morto di fame da tutti disprezzato, diviene il depositario della segreta scienza contenuta nella Scrittura: della scienza che è tutto perché indica la strada dell’eterna salvezza.
Il Medio Evo vive di questa venerazione, che dalla Scrittura si estende a ogni al tra forma di conoscenza: alla conoscenza del mondo fisico, della terra, dei cieli, degli animali, delle piante. Poiché i cieli e il filo d’erba parlano lo stesso linguaggio e rivelano la stessa divina sapienza, tutto ciò che possiamo conoscerne costituisce un tesoro nascosto, rivelatoci dai saggi antichi e che noi dobbiamo custodire. La scienza insomma è «sapienza » e gli stessi poeti non possono essere se non maestri di saggezza. Da ciò le enciclope die, i tesori, i tesoretti, come quelli di Brunetto Latini, i bestiari, i lapidari. Da ciò ugualmente il carattere allegorico di tanta parte della letteratura medievale: l’immagine per l’immagine o la poesia per la poesia sono concetti estranei alla mentalità medie vale.
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Diversa e opposta fu la concezione della cultura nel mondo classico, particolar mente presso i greci. Nel Fe dro di Platone – il più alto inno all’amore e anche la più bella prosa di tutte le lette rature – si afferma che ri spetto all’insegnamento o ai discorsi orali i libri o i discor si scritti, in verso o in prosa, « in metro o senza metro », debbono ritenersi come un gio co non del tutto degno del vero sapiente o al più, poiché nulla può sostituire la parola con cui un uomo vivo si ri volge ad altri uomini vivi, come una specie di promemoria. Quello che importa non è il ri sultato, ossia la sapienza che, come somma di denaro, possa mettersi da parte e servire per il futuro. Scrivendo o parlan do i greci hanno sempre pre sente il volto o l’aspetto e-sterno dei loro lettori o ascoltatori. Perciò il dialogo rimase la forma più nobile e comune della trattazione filoso fica e il teatro fu il più effi cace e popolare dei generi let terari. Perciò, ugualmente la virtù insegnata dai filosofi non può considerarsi un’astrazio ne. Non esiste in se stessa. Esi stono degli uomini che posso no dirsi virtuosi: l’anima che si fa bella e la cui bellezza risplende negli occhi e nella armonia o nell’armoniosa gra vità del gesto, dell’incedere, del modo di porgere o di par lare.
Quell’altra virtù invece, quella che si ricava dai libri, dalla Scrittura, dalla saggez za degli avi, può pensarsi in dipendentemente da tutte que ste cose, allo stesso modo e per gli stessi motivi per i qua li la santità, non meno del l’apostolato ideologico, può accompagnarsi alla bruttezza, alla deformità, al sudiciume. A testimoniare infatti le virtù di certi santi si ricorda che vissero coperti di pidocchi, e ugualmente può ricordarsi il sudiciume di non pochi famo si ideologi: per il Marx, per esempio, ne abbiamo la testi monianza ufficiale in un rap porto della polizia inglese.
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Ma esiste una relazione, ne cessaria o possibile, tra cose che sembrano tanto diverse, quali sono per l’appunto da un lato la sacralità del libro e dall’altro il rispetto che si deve al nostro corpo ed è poi quello stesso che dobbiamo ai nostri simili? Esiste. Anzi può affermarsi che è questio ne dello stesso ordine di fatti. La sacralità è anche e im plicitamente autoritarismo e quest’ultimo si impone o giu stifica in nome di principi universali o di un supposto interesse collettivo: dell’uma nità, quindi, e non del singolo uomo, o del futuro e non del presente. Sacro in realtà è nella storia ciò che rimanda all’altro. Gli antichi pagani non avevano al riguardo ec cessive difficoltà e gli impera tori romani si onoravano in vita come divinità. Ma a noi una tale immediatezza del di vino riesce inconcepibile. Il divino deve essere lontano e può esserlo o rimandandoci all’aldilà o trasferendo i pro blemi dei singoli all’intera col lettività futura, che in tal mo do diviene sacra e intoccabi le. Nell’uno e nell’altro caso, nel cristianesimo, cioè, e nel l’ideologia, l’individuo che ci sta davanti non c’interessa. In dividualmente può interessar ci la sua anima, ma sarebbe un’altra questione. Si deve an zi negare il corpo o negare il singolo uomo. La sacralità può quindi supporre così la cru deltà come la sporcizia.
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Platone e le scuole medieva li rappresentano per il nostro Occidente le due forme stori che estreme dell’umano o con creto e dell’astratto o sacra le. La cultura occidentale nel corso dei secoli si è più o me no avvicinata all’uno o all’al tro di questi limiti. Ma sem pre è possibile osservarvi la medesima analogia tendenzia le: alla sovrapposizione dog matica (o ideologica) sulla realtà corrisponde il bisogno di sovrapporre l’astratto al concreto o l’anima al corpo o l’umanità all’umano. L’umane simo fiorentino, per esempio, combatté l’aristotelismo scolastico, ma analogamente difese la ricchezza o il risparmio borghese – basterà in propo sito ricordare L. B. Alberti -, e, soprattutto col Ficino, esal tò la bellezza e l’amore in for me non dissimili dalle greche.
Questo è il motivo per cui nella rivoluzione di questi ul timi anni, la più vasta e radi cale della nostra storia dopo quella operata dal Cristianesi mo, l’esaltazione del nudo o della libertà sessuale si ac compagna alla rivolta contro l’accademismo o le ideologie: i nemici sono i partiti, i pro fessori e i tabù sessuali.
Naturalmente il più delle volte di tutto ciò non si è con sapevoli. Lo spirito della rivo luzione opera in tutti noi, ma, come spesso accade, me no che negli altri in coloro che se ne credono i veri in terpreti o gli annunziatori: nel nostro caso i filosofi, da Sar tre a Marcuse, e la maggior parte dei movimenti studente schi, che hanno creduto di dar ne un’interpretazione ideologi ca o anzi marxistica. Né hanno capito che questa loro rivolu zione non potrebbe non tra dursi in una reazione: non so lo per il fatto che la conqui sta del potere determina sem pre la necessità di mantenerlo con la violenza e l’oppressio ne, ma soprattutto perché rea zionaria deve necessariamente ritenersi la natura dello Sta to – di ogni Stato -, dei partiti, delle ideologie, che, ri volgendosi alla collettività e non all’individuo, debbono riferirsi a una media del costu me, della morale, dell’intelli genza e quasi a quel minimo comune – sempre moralistico e perciò sempre reazionario – che costituisce l’anima delle folle. I popoli sotto questo ri guardo sono infatti assimila bili a una folla.
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Una risposta a “Il libro e l’ideologia”
Mi piace ricordare, dopo la lettura di questo testo di grande profondità, ricco di interesse, lucido e di alto contenuto storico-filosofico, ciò che ebbe a dire Ignazio Silone, a proposito dell’ideologia. Egli scrisse, ne “L’avventura di un povero cristiano”: “Le ideologie non meritano che raramente l’importanza che ad esse si attribuisce. Il più delle volte sono maschere, alibi, o ornamenti […].La spiritualità di un serio movimento di popolo non si esaurisce mai nell’ideologia”.
L’ideologia quasi sempre, a mio modesto avviso, tende a coinvolgere le masse e sovente si dimentica dell’individuo. Io “sto” con l’individuo, che va valorizzato, in modo da dare il suo miglior contributo a tutti. Nella massa non di rado l’individualità viene soffocata, diviene anonima e subisce un trascinamento (talvolta anche pericoloso) che annulla la potenzialità singola. È altresì vero che l’individuo non deve isolarsi dall’umanità, dall’uomo, dal gruppo, ma deve guardare ad essi come prospettiva di miglioramento per il vivere sociale, politico, religioso, umano, ecc., offrendo liberamente il meglio di se stesso, non facendosi mai “fagocitare” dall’impeto della massa stessa.
Per quanto riguarda il libro, parrebbe inutile ragionare sulla sua importanza. Diceva Plinio il Vecchio: “Non c’è libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare”. Ma attenzione anche a ciò che si legge. Dobbiamo avere immancabilmente la consapevolezza delle nostre capacità di filtrare, di mettere in discussione, di ragionare con la propria testa, giacché il leggere passivamente, subendo ciò che si legge, può farsi pericoloso. Ricorderei, qui, quanti popoli, nei secoli, per aver letto certe teorie scaturite dai libri ed avendole assorbite quasi supinamente, si son trovati schiavizzati nella dittatura. Scriveva polemicamente Mencio: “Se avete intera fiducia nei libri, sarebbe meglio non avere libri”. Forse qui si rasenta un troppo forte pessimismo, ma quale fondo di verità in queste parole!