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LETTERATURA: I MAESTRI: Il male non c’√®

7 Gennaio 2017

di Cesare Garboli
[da: ‚ÄúLa stanza separata‚ÄĚ, Mondadori, 1969]

Visto che i Racconti ambigui di Enzo Siciliano sono ambi ¬≠gui fin dal ‘titolo, sar√† da mettere in crisi subito proprio la loro etichetta. Ambigue, dopo tutto, sono soltanto le sto ¬≠rie raccontate o inventate per forza, scritte senza piacere; mentre i racconti di Siciliano esibiscono troppo, semmai, la qualit√† opposta, cio√® si vede benissimo che Siciliano, quando scrive, si diverte. Si direbbe addirittura, per quello che si pu√≤ dire di un esordiente, che Siciliano appartenga a quel tipo raro di scrittori, che possiedono il dono, quando raccontano, di dimenticarsi, e cos√¨ finiscono col mettere nei loro libri tutta la vita che essi non vivono: ¬† tutto ci√≤ che loro, di se stessi, non sanno, o non vogliono sapere. C’√® nei racconti di Siciliano una libert√† ariosa, come se la realt√† delle cose raccontate da lui potesse ridursi a una sfoglia fantastica, appetitosa, mentre poi quella materia √® cos√¨ gre ¬≠ve, unta, e, perch√© non dirlo?, cos√¨ sgradevole. Ma a farla breve, siccome nulla √® meno ambiguo del piacere, e nulla pi√Ļ piacevole delle fantasie, sotto questo punto di vista i racconti di Enzo Siciliano non sono ambigui per niente.

Ma forse essi non sono ambigui in nessun modo. Fra l’al ¬≠tro, oggi che si ravvisa una generale tendenza scrittoria a confessarsi, a vomitare la propria anima, Siciliano, senza confessarsi, in compenso dice chi √®. Si tradisce. Ma prendiamo per buona, in via di ipotesi, la realt√† dell’etichetta, e vediamo. L’ambiguit√† di Siciliano, cio√® dei suoi racconti, sar√† osservabile a vari livelli: prendiamo l’aspetto pi√Ļ ovvio, subito appariscente, l’ambiguit√† della materia, o, se preferite, l’equivocit√† degli argomenti, giacch√© anche per Siciliano la forza dello spirito si misura sul metro della sua capacit√† a rischiarare le zone buie, in ombra, gli umidi sot ¬≠tosuoli dove si nascondono i mostri o crescono gli insetti. Sotto questo aspetto Siciliano sembra difettare molto in originalit√†. La materia di cui trattano le sue cinque prove si iscrive in un triangolo ormai canonico, quello secolare, decadente, che ha per vertici, rispettivamente, la carne – cio√® il sesso – la morte, e il diavolo. Viviamo in tempi nei quali le pi√Ļ estrose esplosioni di vitalit√† coincidono coi pi√Ļ tetri funerali, e Siciliano si sottomette quasi gioiosamente alla regola.

Una delle cinque storie si accentra intorno a un patetico caso di omosessualit√†, e finisce in un omicidio; un’altra potrebbe intitolarsi al deserto del sesso, dato che una zitella per vocazione vi sperimenta dolorosamente, in una stanza d’albergo, come poco siano amori gli amori di testa; un terzo racconto inscena tortuosi incesti psicologici… A que ¬≠sto pittoresco inferno Siciliano aggiunge poi, da intellettuale, la speculazione novecentesca sulla componente nevro ¬≠tica di questi mali, e mescola il tutto, o sbaglio, con aromi psicanalitici: il risultato, qua e l√†, specie in tre dei rac ¬≠conti, i primi in ordine cronologico (che rivelano, almeno secondo me, una mano non ancora registrata al meglio) potr√† forse dare l’impressione dell’intingolo, ma saporito, e stranamente leggero, come √® di quei cibi carichi che per√≤ non restano sullo stomaco.

Ma dunque l’ambiguit√† di Siciliano si ridurrebbe a ci√≤ che sfugge alla determinazione del collettivo, alle regole del ¬ę perbene ¬Ľ? Tutta la vita, allora, sarebbe ambigua. In questo senso, sempre sventagliando sui lineamenti esterni, sar√† perci√≤ da rifiutare l’accostamento avanzato da Bassani, mi pare, in un’intervista, fra la materia narrativa di Sici ¬≠liano e quella dei racconti di Moravia.

Mi fermo un istante su questo punto perch√© potrebbe aprirsi, intorno alla personalit√† di un esordiente, una di quelle vie critiche storte, che per la loro parvenza di verit√† √® poi cos√¨ difficile rettificare. Smentisce l’accostamento, in primo luogo, il fatto che i racconti di Moravia sono concepiti in un sol colpo, pensati da cima a fondo, in tutta la loro intelaiatura, in un istante, mentre i racconti di Siciliano si snodano a serpente, situazione da situazione, se ¬≠condo tempi, ritorni, variazioni indefinite; ma soprattutto la ¬ę scrittura ¬Ľ di Siciliano, che meno di qualsiasi altra potrebbe adattarsi a una materia narrativa di tipo moraviano. Cos√¨ per sommi capi, la materia di Moravia esige quella prosa che ben conosciamo, insieme robusta e fles ¬≠sibile, saldamente articolata anche nei suoi percorsi segreti, precisa anche nelle sfumature, dritta al suo scopo, cos√¨ come vediamo certi tennisti rivelare la qualit√† aggressiva del loro gioco anche nei lobs, o nelle palle smorzate; mentre tutt’altro che vigorosa, la prosa di Siciliano, piena di vezzi e ricca di isterie, ora frascheggia con gli aggettivi, ora ci ¬≠vetta coi verbi, e sempre divaga, querula e rumorosa – non sta mai zitta, la prosa di Siciliano – simile alle motorette negli ingorghi, sempre ilare, sempre su di giri, insomma una prosa che recita costantemente la parte della femmina. Niente da spartire, dunque, con la prosa moraviana, che somiglia piuttosto ¬† al ¬† maschio, ¬† elastico marciare ¬† di uno squadrone.

Ma ci√≤ che √® pi√Ļ curioso, √® che la prosa di Siciliano non soltanto non si adatterebbe alla materia moraviana, ma, in certo modo, non si adatta nemmeno alla materia di Sici ¬≠liano: cos√¨ ambigua, cos√¨ ovviamente equivoca. E qui, c’√® da chiedersi se le qualit√† stilistiche di Siciliano non ci stiano per svelare l’intrigo di una vocazione. Perch√© un partito tecnico cos√¨ singolare, e cos√¨ schiettamente originale, per una materia ormai tanto degna di archivio? Situazioni, personaggi, perfino i paesaggi, tutto, nei racconti di Sici ¬≠liano, incita alla depressione e al disgusto; e depressione e disgusto, invece, sono continuamente contraddetti da una naturale, per niente artefatta ilarit√† scrittoria, da qualcosa di simile a un irrefrenabile risolino. Si ha l’impressione che tra i temi d√¨ Siciliano, i grandi e luttuosi temi decadenti, assimilati nel loro aspetto pi√Ļ ovvio, torbido e fascinoso, i’ la sua prosa innocente, sempre in festa, come una giovi ¬≠netta di paese, ci sia una specie di ricambio, un luogo di vitalit√† reciproca. E vien fatto di pensare: se quella defi ¬≠cienza di originalit√† fosse a sua volta un partito tecnico? o almeno la componente di un partito tecnico doppio, am ¬≠biguo? E seguitando a riflettere, dove li ambientiamo, d’i ¬≠stinto, dove siamo portati a collocarli, sociologicamente, i grandi miti del decadentismo? In ceti aristocratici? L’aristocrazia √® decadente per definizione, sotto questo punto di vista non interessa nemmeno i letterati. I beni e i mali del decadentismo, i suoi mostri fascinosi, se li √® fagocitati tutti la borghesia, non c’√® davvero bisogno di ripetere una canzone cos√¨ vecchia. Propaggini di decadentismo altero e ribelle, tra picaresco e psicotico, √® vero che approdano oggi n quelle rive di veduta amara, fra barattoli e rifiuti, insom ¬≠ma ai luoghi abbandonati del sottoproletariato. Ma in ogni caso, un ceto √® rimasto, letterariamente, immune; il ceto pi√Ļ sbiadito, pi√Ļ conformista, che sta sempre alla ribalta e non ci sta mai, dove la letteratura dei grandi malesseri, o delle grandi rivolte, poco poteva pescare, tanto si sa che sopra di esso qualsiasi estro di scrittore potr√† esercitarsi, tutt’al pi√Ļ, in variazioni tonali, a tempera cechoviana, o in alchimie satiriche, all’acido gogoliano.

Qui s’innesta l’inconscia scaltrezza di Siciliano. Capace di distinguere fin dagli inizi la sua strada, Siciliano ha fatto un mazzo, fior da fiore, di tutto il giardino decadente, e l’ha trapiantato di peso su un suolo che fino a oggi √® sempre stato ai margini di quel giardino: ¬† ¬† sull’orto della piccola borghesia. Il risultato √® sorprendente. Di l√† dalla rete di protezione, vivacchiando di sementi rubate, sono nate cin ¬≠que pianticine che non somigliano ad altre, che non hanno antecedenti. Cinque nature tutt’altro che malate, ma piut ¬≠tosto, insieme, felici e mostruose, ignobili e buffe. Provate a immaginarvelo da voi, del resto, questo tipo di vegeta ¬≠zione: che cosa verrebbe fuori, mettiamo il caso, da un or ¬≠dine di problemi thomasmanniani sinceramente, profonda ¬≠mente vissuti al livello delle tre camere e cucina? I rac ¬≠conti di Siciliano hanno questo sapore francamente mai gustato.

Vorrei cercare di spiegarmi meglio. La novit√† dei rac ¬≠conti di Siciliano non dipende tanto dal fatto che casi di psicologia decadente siano ambientati in alloggi che sem ¬≠bravano destinati a un perpetuo esilio dalla vita, o comun ¬≠que destinati a ospitare soffocanti storie destituite di vita; la novit√† di Siciliano dipende dal fatto che proprio l’ottica dello scrittore √® insieme decadente e piccolo borghese, nel senso che Siciliano guarda a quei temi, tratta quei miti, dal punto di vista di una piccola borghesia oggettivamente indi ¬≠viduabile, ma anche individuata creativamente, con tutta la gioia della scoperta: ¬† una piccola borghesia molto data ¬≠bile, anzi precisamente databile, la piccola borghesia del miracolo, del benessere, quella che ha fatto della propria ambiguit√† il proprio strumento di forza, quella che allinea per ogni dove, fra cento macchinoni lussuosi, le sue mille strafottenti utilitarie, la piccola borghesia arrogante, che sale alla vita, che partecipa al pasto, che sta per farcela, che, dopo tanto barcamenarsi, forse ha vinto. E si capisce allora perch√© Siciliano riproponga i motivi canonici del decadentismo, aggiungendovi, di suo, un sentimento quasi balzacchiano del denaro: perch√© la piccola borghesia √® finalmente in grado di viverla anche lei, l’ambigua vita dello spirito! Ma si capisce anche l’ilarit√† di quella prosa, che smentisce il tema: mentre lo scrittore elargisce alla popo ¬≠lazione anonima dei suoi impiegati, delle sue professioniste, dei suoi squallidi poveri diavoli il pasto che era loro vietato, mentre li rende partecipi della ¬ę vita ¬Ľ, nello stesso tempo insinua un sospetto, fischietta un interrogativo, finge di non capire, divaga, e poi ammicca come chi la sa lunga, si fa beffardo: ma √® chiaro, la sua ottica √® decadente, ma r anche piccolo borghese, √® anche ¬ę italiana ¬Ľ, quei grandi miti sono una balla, una balla da privilegiati, un’enorme turlupinatura. Scemo chi ci crede, ha l’aria di dire Sici ¬≠liano, o, meglio, ha l’aria di chiederselo: perch√© Siciliano ama quei privilegi, ama, anzi vuole, lui proprio, l’ambigua vita dello spirito, e teme di perderle, le sue belle e tenebrose tentazioni di decadente. Come sarebbe sciapa, la vita, senza di loro, senza i tortuosi andirivieni dell’anima! Come sarebbero insignificanti, le cose, se fosse vero quello che la prosa di Siciliano, cos√¨ ilare, cos√¨ furbesca, mostra, lei s√¨, di sapere: che il male non c’√®, che niente √® ambiguo. Dun ¬≠que la scrittura di Siciliano sarebbe pi√Ļ intelligente di lui? Ma certo, ma certo… Capire ci√≤ che non si vuole capire, che non si vorrebbe o non ci si aspetta di capire, questo √® ridere.

(1963)

 

 


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Bart