di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 giugno 1969]
Dal 1926, anno della soppres sione del « Becco Giallo » al 1931, l’umorismo e quella sua particolare, acerba forma ch’è la satira, non ebbero voce. Fe cero eccezione, come ho raccon tato, dagli ultimi mesi del ’28 al febbraio del ’29, i pochi nu meri del « Cianchettini » di Filiberto Scarpelli. Il « Travaso delle idee » s’era allineato, e Roma non trovava, non che l’ardire, la voglia di stampare un foglio men che ortodosso, aggiungendosi alla severità del la censura l’intransigenza d’un settimanale, « Gioventù fasci sta », maoisticamente intento a cercare nell’uovo il pelo che a quella fosse per caso sfug gito.
Una gara di zelo che impo neva pazienza e prudenza agli antichi collaboratori del « Bec co Giallo » ancora e sempre mordenti il freno: i Carcavallo, gli Smith, i Cavaliere, i Galantara, i Girus, i De Tor res, i quali, un giorno, ruppe ro gl’indugi e uscirono â— di rettore Vito De Bellis â— con un bisettimanale che avrebbe dovuto chiamarsi « Il Cupolo ne », di apparenti, modestissimi intenti, più dialettale che in lingua; ma all’ultim’ora gli cambiarono nome: « Marc’Aurelio », le sue diecimila copie an darono a ruba, se ne dovette ro stampare altre venti, un suc cesso, per quei tempi, straor dinario.
Il pubblico aveva subito an nusato aria di fronda, una fronda, intendiamoci, che spe cialmente nei primi mesi non andò oltre le segrete intenzio ni, ma niente quanto la ditta tura conferisce al lettore l’abi lità di cogliere quanto è scrit to fra le righe e la miracolosa facoltà di trovarvi non solo i minimi, travestiti significati che vi siano, ma soprattutto quel li che non vi sono, tanto for te, quando la libertà viene stret ta alla gola, è l’illusione che essa, di tanto in tanto, riesca a sussurrare una parola.
E’ per questo che i due mag giori fogli satirici italiani del millenovecento, « Marc’Aurelio » e « Bertoldo » prosperarono â— è la parola â— in tempo fa scista. Nascono tra lettori e redattori una intesa, una com plicità che inducono i secondi â— timorosi di deludere i pri mi â— a osare sempre di più. Gli antichi collaboratori del « Becco Giallo » si buttarono la prudenza dietro le spalle e non esitarono a pubblicare brani scelti dai « Pensieri » dell’impe ratore Marc’Aurelio.
« Frontone m’insegnò ad os servare di quanta invidia, di quanta malizia, di quanta ipo crisia sia intrisa la tirannide ». «Quanti che oggi ti portano alle stelle, domani ti copriranno di improperi ». Se i marinai, dicono corna del capitano, da co s’altro possono esservi spinti se non dal modo con il quale co stui provvede al buon viaggio della nave? ». « Soprattutto guàrdati dall’incesarire ».
Fu il canto del cigno. Tanto sonnecchiava la censura quan to vigile era « Gioventù fasci sta ». Quell’incesarire non le andò giù. Non era proprio a un novello Cesare che l’Italia aveva affidato le proprie sor ti? Un corsivo feroce segnò la fine del « Marc’Aurelio » o, al meno, come vedrete, di quel « Marc’Aurelio ». Il ministero della stampa e propaganda co municò a Vito De Bellis che avrebbe potuto evitarne la sop pressione soltanto licenziando i risorti antifascisti. De Bellis non li licenziò, li mise in di sparte, e sembrandogli un de litto far morire un bisettimana le con quarantamila copie di tiratura, ne tentò il salvatag gio.
In che modo? Chiamando i giovani. Eravamo noi. Vittorio Metz, Anton Germano Rossi, Vincenzo Rovi, fratello di Achille Campanile, il sottoscrit to e pochi altri. Io a quel tem po, dopo essere stato avven tizio alla Statistica giudiziaria e giovane di studio presso un avvocato, facevo il maestro elementare. Eravamo quattro fi gli, mio padre impiegato dello Stato: occorreva uno stipendio robusto; l’anno dopo la licen za liceale presi quella magi strale, seicentocinquanta lire al mese erano qualche cosa. Anzi, moltissimo se si pensa che al « Marc’Aurelio » lavoravo gratis.
Come gli altri giovani, del re sto. Ed ecco che improvvisa mente scoppia la nostra gran de giornata.
Arriviamo una mattina coi nostri pezzetti, coi nostri disegnini, li consegniamo in fretta e furia, e via di corsa, come ogni volta, perché trovarci in mezzo a quelli che allora ve nivano considerati i giganti del l’umorismo ci intimidiva trop po. Gentili, sì, con noi, ma di quella gentilezza che scen de dall’alto, pesante come un macigno, e noi, per non ri manerne schiacciati, ce la da vamo a gambe. Quel giorno, però, non potemmo. « Aspet tate » fa De Bellis, « vi devo parlare ». Parlare a noi che ve nivamo onorati, al massimo, d’un paterno scappellotto o d’una manatina sulla spalla? E che cosa ci si poteva dire? Cer to, nell’aria, c’era qualcosa di nuovo. Improvvisamente, la gentilezza s’era fatta più leg gera. Il vecchio Galantara mi disse: « Sai che sei bravo? ». Provai di nuovo a darmela a gambe.
« Fermo » gridò De Bellis, e lesse la lettera che aveva ri cevuto dal ministero della stampa e propaganda. « Avete capito, adesso, perché v’ho det to di restare? ». No, non avevamo capito. « Bene, voglio fa re un esperimento. Perso per perso, tanto vale provare. Dal prossimo numero il giornale lo fate voi. Tu, Metz, riempi una pagina e mezzo » « Con che cosa? » « Con quello che ti vie ne in mente ». « E se non mi viene? ». « Ti deve venire! ».
Metz non sapeva d’essere un vulcano, di poter riempire da solo non una pagina e mezzo, ma tutte le sei pagine del « Marc’Aurelio ». E Anton Ger mano Rossi? Aveva, questo gio vane votato a un destino di do lorose vicende accettate con una rassegnazione di cui una ostentata ironia rivelava tutta l’amarezza, aveva sulla punta della penna l’umorismo rivolu zionario della « Contronovella », anticipatrice di quei modi pa radossali che oggi sembrano una novità, e non lo sapeva. Vincenzo Rovi disse: « Sarà un disastro », ma gli si leggeva negli occhi la fiducia che sa rebbe stato un trionfo. « An che tu, Mosca, una pagina e mezzo » « Bene » esclamai con meravigliosa incoscienza.
«E noi vecchi cosa faremo? » domandò Smith, futuro sena tore comunista. « Scrivete qual cosa, senza firmare ».
Povero Galantara. Non po teva far niente. Un disegnato re si riconosce anche se non firma. Era la fine. Aveva più di settant’anni. « E io devo an darmene? ». « Tu puoi disegna re. Qui c’è la grazia », e De Bellis, che aveva scritto a Mus solini, gli porse la risposta:
« Il nemico Galantara, mio vec chio amico, può continuare a collaborare ». « Naturalmente » aggiunse De Bellis, « con la necessaria prudenza ». Galan tara rimase a lungo incerto, poi disappannò gli occhiali col fazzoletto e disse: « Va bene, rimango ».
« Soldi? » domandò uno dei giovani. « Soldi, si vedrà » ri spose De Bellis. « Tutti a casa, adesso, e domani i pezzi ».
E tutti via, di corsa, verso l’avventura.