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LETTERATURA: I MAESTRI: Il «Marc’Aurelio »

22 Gennaio 2012

di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 giugno 1969]

Dal 1926, anno della soppres ­sione del « Becco Giallo » al 1931, l’umorismo e quella sua particolare, acerba forma ch’è la satira, non ebbero voce. Fe ­cero eccezione, come ho raccon ­tato, dagli ultimi mesi del ’28 al febbraio del ’29, i pochi nu ­meri del « Cianchettini » di Filiberto Scarpelli. Il « Travaso delle idee » s’era allineato, e Roma non trovava, non che l’ardire, la voglia di stampare un foglio men che ortodosso, aggiungendosi alla severità del ­la censura l’intransigenza d’un settimanale, « Gioventù fasci ­sta », maoisticamente intento a cercare nell’uovo il pelo che a quella fosse per caso sfug ­gito.

Una gara di zelo che impo ­neva pazienza e prudenza agli antichi collaboratori del « Bec ­co Giallo » ancora e sempre mordenti il freno: i Carcavallo, gli Smith, i Cavaliere, i Galantara, i Girus, i De Tor ­res, i quali, un giorno, ruppe ­ro gl’indugi e uscirono â— di ­rettore Vito De Bellis â— con un bisettimanale che avrebbe dovuto chiamarsi « Il Cupolo ­ne », di apparenti, modestissimi intenti, più dialettale che in lingua; ma all’ultim’ora gli cambiarono nome: « Marc’Aurelio », le sue diecimila copie an ­darono a ruba, se ne dovette ­ro stampare altre venti, un suc ­cesso, per quei tempi, straor ­dinario.

Il pubblico aveva subito an ­nusato aria di fronda, una fronda, intendiamoci, che spe ­cialmente nei primi mesi non andò oltre le segrete intenzio ­ni, ma niente quanto la ditta ­tura conferisce al lettore l’abi ­lità di cogliere quanto è scrit ­to fra le righe e la miracolosa facoltà di trovarvi non solo i minimi, travestiti significati che vi siano, ma soprattutto quel ­li che non vi sono, tanto for ­te, quando la libertà viene stret ­ta alla gola, è l’illusione che essa, di tanto in tanto, riesca a sussurrare una parola.

E’ per questo che i due mag ­giori fogli satirici italiani del millenovecento, « Marc’Aurelio » e « Bertoldo » prosperarono â— è la parola â— in tempo fa ­scista. Nascono tra lettori e redattori una intesa, una com ­plicità che inducono i secondi â— timorosi di deludere i pri ­mi â— a osare sempre di più. Gli antichi collaboratori del « Becco Giallo » si buttarono la prudenza dietro le spalle e non esitarono a pubblicare brani scelti dai « Pensieri » dell’impe ­ratore Marc’Aurelio.

« Frontone m’insegnò ad os ­servare di quanta invidia, di quanta malizia, di quanta ipo ­crisia sia intrisa la tirannide ». «Quanti che oggi ti portano alle stelle, domani ti copriranno di improperi ». Se i marinai, dicono corna del capitano, da co ­s’altro possono esservi spinti se non dal modo con il quale co ­stui provvede al buon viaggio della nave? ». « Soprattutto guàrdati dall’incesarire ».

Fu il canto del cigno. Tanto sonnecchiava la censura quan ­to vigile era « Gioventù fasci ­sta ». Quell’incesarire non le andò giù. Non era proprio a un novello Cesare che l’Italia aveva affidato le proprie sor ­ti? Un corsivo feroce segnò la fine del « Marc’Aurelio » o, al ­meno, come vedrete, di quel « Marc’Aurelio ». Il ministero della stampa e propaganda co ­municò a Vito De Bellis che avrebbe potuto evitarne la sop ­pressione soltanto licenziando i risorti antifascisti. De Bellis non li licenziò, li mise in di ­sparte, e sembrandogli un de ­litto far morire un bisettimana ­le con quarantamila copie di tiratura, ne tentò il salvatag ­gio.

In che modo? Chiamando i giovani. Eravamo noi. Vittorio Metz, Anton Germano Rossi, Vincenzo Rovi, fratello di Achille Campanile, il sottoscrit ­to e pochi altri. Io a quel tem ­po, dopo essere stato avven ­tizio alla Statistica giudiziaria e giovane di studio presso un avvocato, facevo il maestro elementare. Eravamo quattro fi ­gli, mio padre impiegato dello Stato: occorreva uno stipendio robusto; l’anno dopo la licen ­za liceale presi quella magi ­strale, seicentocinquanta lire al mese erano qualche cosa. Anzi, moltissimo se si pensa che al « Marc’Aurelio » lavoravo gratis.
Come gli altri giovani, del re ­sto. Ed ecco che improvvisa ­mente scoppia la nostra gran ­de giornata.

Arriviamo una mattina coi nostri pezzetti, coi nostri disegnini, li consegniamo in fretta e furia, e via di corsa, come ogni volta, perché trovarci in mezzo a quelli che allora ve ­nivano considerati i giganti del ­l’umorismo ci intimidiva trop ­po. Gentili, sì, con noi, ma di quella gentilezza che scen ­de dall’alto, pesante come un macigno, e noi, per non ri ­manerne schiacciati, ce la da ­vamo a gambe. Quel giorno, però, non potemmo. « Aspet ­tate » fa De Bellis, « vi devo parlare ». Parlare a noi che ve ­nivamo onorati, al massimo, d’un paterno scappellotto o d’una manatina sulla spalla? E che cosa ci si poteva dire? Cer ­to, nell’aria, c’era qualcosa di nuovo. Improvvisamente, la gentilezza s’era fatta più leg ­gera. Il vecchio Galantara mi disse: « Sai che sei bravo? ». Provai di nuovo a darmela a gambe.

« Fermo » gridò De Bellis, e lesse la lettera che aveva ri ­cevuto dal ministero della stampa e propaganda. « Avete capito, adesso, perché v’ho det ­to di restare? ». No, non avevamo capito. « Bene, voglio fa ­re un esperimento. Perso per perso, tanto vale provare. Dal prossimo numero il giornale lo fate voi. Tu, Metz, riempi una pagina e mezzo » « Con che cosa? » « Con quello che ti vie ­ne in mente ». « E se non mi viene? ». « Ti deve venire! ».

Metz non sapeva d’essere un vulcano, di poter riempire da solo non una pagina e mezzo, ma tutte le sei pagine del « Marc’Aurelio ». E Anton Ger ­mano Rossi? Aveva, questo gio ­vane votato a un destino di do ­lorose vicende accettate con una rassegnazione di cui una ostentata ironia rivelava tutta l’amarezza, aveva sulla punta della penna l’umorismo rivolu ­zionario della « Contronovella », anticipatrice di quei modi pa ­radossali che oggi sembrano una novità, e non lo sapeva. Vincenzo Rovi disse: « Sarà un disastro », ma gli si leggeva negli occhi la fiducia che sa ­rebbe stato un trionfo. « An ­che tu, Mosca, una pagina e mezzo » « Bene » esclamai con meravigliosa incoscienza.
«E noi vecchi cosa faremo? » domandò Smith, futuro sena ­tore comunista. « Scrivete qual ­cosa, senza firmare ».

Povero Galantara. Non po ­teva far niente. Un disegnato ­re si riconosce anche se non firma. Era la fine. Aveva più di settant’anni. « E io devo an ­darmene? ». « Tu puoi disegna ­re. Qui c’è la grazia », e De Bellis, che aveva scritto a Mus ­solini, gli porse la risposta:

« Il nemico Galantara, mio vec ­chio amico, può continuare a collaborare ». « Naturalmente » aggiunse De Bellis, « con la necessaria prudenza ». Galan ­tara rimase a lungo incerto, poi disappannò gli occhiali col fazzoletto e disse: « Va bene, rimango ».
« Soldi? » domandò uno dei giovani. « Soldi, si vedrà » ri ­spose De Bellis. « Tutti a casa, adesso, e domani i pezzi ».
E tutti via, di corsa, verso l’avventura.


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Bart