di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 9 ottobre 1970]
Aleksandr Solgenitsin ha fatto la sua prima apparizione nel cielo della letteratura otto anni fa con il racconto Una giornata di Ivan Denisovic, a ragione si può, dunque, parlare di carriera folgorante. Pensiamo che i punti capitali della sua storia siano noti ai lettori, comunque ripetiamoli rapidamente: è nato nel 1917, si è laureato in fisica all’università di Rostov nel 1941, ha combattuto nell’ultima guerra e mentre si trovava ancora al fronte venne accusato di tradimento e mandato in un campo di con centramento. Il periodo del campo è stato determinante per la sua formazione d’uomo e per il suo lavoro letterario: senza questo dato, forse, Solgenitsin non sarebbe mai diventato lo scrittore che è.
Tornato dal confino nel 1956, riabilitato l’anno dopo, lo scrittore con il racconto famoso dee 1962 diventò il simbolo della nuova letteratura del disgelo: una formula di comodo e che soltanto in parte corrisponde alla verità. Così come sono improprie le altre, quella suggerita da Lukács in un saggio memorabi le, di rinnovatore del realismo socialista o, al contrario, quella di scopritore sovietico del realismo critico, già sostenuto da Sartre.
Suggestioni di comodo, come si è detto, e che riflettono piuttosto la difficoltà di definire e catalogare uno scrittore che, peraltro, si affida quasi per intero alle proprie ragioni interiori e ha trovato un modo abbastanza singolare di far coesistere nella sua pagina la fede nel socialismo e il bisogno di una profonda pulizia morale. Non è quindi uno scrittoreche fa della polemica o si preoccupa di rovesciare una situazione politica mava molto più in là: Solgenitsin è convinto che qual-siasi conquista dell’uomo debba partire dalla coscienza e chequalsiasi elevazione deve passare attraverso l’opera costante dell’intelligenza. «L’o dio e l’offesa non portano a niente. Sono i sentimenti più sterili che esistano. Dobbiamo elevarci e capire: abbiamo perso secoli o decenni, ci hannooffesi, umiliati, ma vendicarci, non dovremo mai. Non si deve », sono parole diun testo teatrale, appena tradotto da Einaudi, Candela al vento, ma non ci sono dubbi, chi parla è lo stesso Solgenitsin, facendo riferimento ai suoi diecianni di campo di concentramento e soprattutto alla verità che ha scoperto nel dolore e sotto il peso della ma lattia, della lebbra che mangia, che divora il cuore degli uomini. Sono, dunque, isen timenti attivi a guidare il suo lavoro di interprete e di scrittore, riallacciandolo alla grande letteratura del suo Paese.
*
Solgenitsin non contesta né glii avvenimenti né la storia in generale: di questo dato prende atto, convinto che per migliorare le cose non siano necessarie trasformazioni radicali ma soltanto delle ‘corre zioni’ che partano però dalla coscienza, dal rifiuto di fare del male, che si oppongano nettamente a tutta la rete di sovrastrutture e di menzogne cheâ— nel suo caso â— hanno caratterizzato il periodo staliniano. Ecco perché la sua situazione ideale, la situazione eterna è quella dell’ospedale, nella casa della malattia, precisa contropartita della casa del male, cioè, dei campi di concentramento. L’accusa è rivolta all’uomo che tradisce sestesso e a poco apoco trasferisce sugli altri le proprie colpe e stabilisce una rete di corruzione e di infezione.
Quando si dice che lo scrittore non si ferma alla denun cia, si vuol dire per l’appunto che getta lo scandaglio su un fondo molto più difficile e se greto, quello delle responsa bilità e delle colpe. L’inter pretazione che Lukács dà del l’opera prima di Solgenitsin è pertanto parziale e politica: non si tratta infatti di ripren dere il discorso sul socialismo dopo le aberrazioni di Stalin, bensì si tratta di allargare il discorso fino a riportarlo nei suoi giusti confini. Non con tano le maschere, le divise, non conta il posto che il per sonaggio occupa, no, per lo scrittore conta esclusivamente il modo con cui queste diver se funzioni vengono assolte.
Nello stupendo racconto che si intitola Alla stazione di Krecetovka questa geografia reale è disegnata in maniera inequivocabile e il dubbio che non lascerà più il tenente Zotov dopo la denuncia del l’altro personaggio, dell’altro protagonista è un dubbio mo rale. Nell’inquietudine di Zo tov riappare tutto un mondo che il socialismo tradito, o meglio la politica praticata stupidamente come una fede, aveva creduto di aver sepolto per sempre. E’ piuttosto una letteratura del dubbio questa che Solgenitsin ha il lustrato così bene nei suoi due grandi romanzi, Reparto C e II primo cerchio ma di cui aveva posto le premesse nei suoi racconti lunghi. Tant’è vero che una risposta con creta al dubbio di Zotov la troviamo in una delle pagine capitali di Reparto C: «Io da tempo rifletto, ma adesso in modo particolare, su questo problema: qual è, in fondo, il prezzo supremo della vita? Quanto si può pagare per essa, e quanto non si può? A scuola adesso si insegna: ‘La cosa più preziosa che l’uo mo possieda è la vita, essa gli viene data una volta sola’. Quindi, a qualsiasi prezzo ag grappati alla vita… Il ‘cam po’ ha aiutato molti di noi a stabilire che il tradimento, la rovina di persone buone e in difese è un prezzo troppo alto, che la nostra vita non lo vale. Quanto al servilismo, all’adu lazione, alla menzogna, le opi nioni del ‘campo ‘ erano di scordi, dicevano che è un prezzo accettabile. Forse è così.
*
«C’è poi un altro prezzo: per la conservazione della vita pa gare con tutto ciò che dà alla vita colori, aroma ed emozio ne? Ricevere la vita con la digestione, la respirazione, la attività muscolare e cerebrale e basta. Diventare uno sche ma ambulante. Non è un prez zo eccessivo? Non è una presa in giro? Conviene pagarlo? Dopo sette anni di naja e sette di ‘campo’ â— due volte sette anni, due volte un ter mine fiabesco o biblico â— essere privato anche della ca pacità di sapere dov’è l’uomo e dov’è la donna, non è questo un prezzo smodato? ».
Come si vede, la questione è posta qui in termini com pletamente diversi e presup pone un accertamento di na tura spirituale. Non è rifiuta ta soltanto la categoria poli tica, la categoria simbolica mente rappresentata dal «Dio Certificato », cioè dall’appro vazione dell’autorità ma an che quella dell’uomo inteso come pura espressione fisiolo gica. Il punto centrale resta, dunque, quello del «sapere », del «conoscere »: due ragioni che vanno molto al di là del comportamento e dell’opportunità utilitaria.
Non ci sono dubbi: le sue scoperte sono maturate lenta mente, prima negli anni della delusione (quando per un’ac cusa del tutto falsa venne get tato in un campo) e poi nel quotidiano confronto con i compagni di umiliazione e di dolore. Se c’è un’accusa â— e c’è tremenda per gli autori della vergogna staliniana â— questa accusa salta fuori piut tosto da queste domande, da questi motivi apparenti di con versazione, da questi discorsi d’occasione che non dalle rap presentazioni del male. Solge nitsin non giuoca con gli stru menti fisici dell’orrore, al pari di altri scrittori che sono stati i grandi narratori e accusatori del regime concentramentale e qui si dimostra la sua sapien za di scrittore. Non ha avuto mai l’ambizione di farsi l’il lustratore, l’organizzatore di una truce e spietata rappre sentazione: senza rinnegare il peso e la lezione della sua grande tradizione letteraria, ha proceduto come un Camus a registrare gli effetti della «pe ste », di quella peste partico lare che in tempo di pace ha perfezionato e sanzionato i delitti della guerra.
Il mondo che ci appare alla fine di queste costanti appros simazioni ai delitti dell’uomo (precisamente, a ciò che l’uo mo non fa per arginare il la voro del male) è un mondo ben diversamente regolato da quello comunemente praticato nella stagione dell’assoluta violenza interiore e perfino da quello quotidiano della ripre sa o del «disgelo », tanto per servirci di un termine obbli gato nell’ambito di una pole mica letteraria che fatalmente impicciolisce i veri problemi. C’è il mondo degli uomini abbandonati a se stessi, senza più stimoli morali, senza una coscienza vigile e responsabile e dall’altra parte ci sono quel le che un tempo si chiamava no virtù, cioè sentimenti attivi, sentimenti responsabili, frutto di meditazione e di dolore della coscienza.
Altro infatti non è l’inse gnamento de La casa di Matrjona che è poi un insegna mento indiretto quale è quel lo che quotidianamente ri ceviamo da chi divide con noi la vita e verso cui spesso sia mo ciechi e sordi: «E sol tanto allora… mi emerse din nanzi l’immagine di una Matrjona che non avevo compre so, persino vivendo a fianco con lei.
« Davvero! Ogni isba aveva il suo maiale! Ma lei non lo aveva. Che cosa c’è di più fa cile che allevare un porcellino avido, che al mondo altro non si riconosce se non il cibo! Fargli il pastone tre volte al giorno, vivere per lui, e poi scannarlo e avere il lardo.
« Ma lei non lo aveva…
« Non si curava delle mas serizie… Non si affannava a comperare le cose e poi cu stodirle più della propria vita.
« Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo com preso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il vil laggio.
« Né la città.
« Né tutta la terra nostra ».
Vale a dire, senza la giusti zia del cuore il mondo non ha senso e diventa preda del «cancro », l’altra categoria vi sibile ed eterna di Solgenitsin. E’ una lezione memorabile e a cui purtroppo da moltissimi anni nessun scrittore ci ha più saputo ricondurre. E’ anche una piccola lezione religiosa che ci arriva da un mondo che passa per aver sostituito un’idea politica alla fede e non smette di stupirci. Ci stu pisce perché contraddice la verità ufficiale continuamente esaltata nei «certificati » e so prattutto vanifica e mette in un’insuperabile crisi di ridi colo la letteratura dissacrante che fiorisce nei paesi occiden tali o tout court la lettera tura che si dissocia dalla sorte spirituale dell’uomo e si adat ta al metro della farsa proprio nel momento in cui domina la tragedia.