Il Novecento fu fascista?

di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 4, giovedì, 25 gennaio 1968]

Un amico premuroso della verità ci fa osservare che sul n. 135 della Storia d’Italia edita dai Fratelli Fabbri
appa ­re una valutazione assai dubbia del movimento di Stracittà che faceva capo a Massimo Bontempelli e aveva il suo organo ufficiale di esplicazione nella rivista 900: « Se quella di Stra ­città non era vera gloria, ma trionfo della piaggeria e del servilismo, altret ­tanto fallimentare, almeno da un pun ­to di vista pratico, era la situazione di Strapaese ». Prima di tutto vorremmo osservare che l’articolo sui movimenti culturali di Stracittà e di Strapaese, sul 900 di Bontempelli e sul Selvaggio di Maccari, è svolto assai bene: se non altro dal punto di vista di un’informazione essenziale e di un’indagine tan ­genziale (ai fini cioè di una storia ci ­vile d’Italia che tragga lumi e contri ­buti dalla storia della cultura e delle idee letterarie); secondariamente, la frase in questione è rivolta agli uomi ­ni di Stracittà e non già a 900 in quan ­to rivista autonoma; terza considera ­zione la detta frase è un commento esplicativo (quasi in chiave di discor ­so indiretto) di una canzoncina che appariva sul Selvaggio del 31 luglio 1934, quando 900 aveva chiuso le pub ­blicazioni da cinque anni: « Alle ruote del tuo carro / non è mancato il grasso né l’unto. / Feluca in testa e lauro al tabarro / t’hanno servito di tutto punto… ».

Niente di male, dunque. Eppure non ci sentiamo del tutto tranquilli. Trattandosi di una pubblicazione a ca ­rattere divulgativo, non era forse male avvertire il lettore che l’accusa di piaggeria e di servilismo nei con ­fronti del regime fascista non trova riscontro nei fascicoli di 900; o, perlo ­meno, ha quel riscontro minimo e in ­dispensabile che s’identificava nel do ­vere di pagare un dazio ai gabellieri della censura: si veda, per esempio, – sul n. 5, l’articolo di Emilio Bodrero, La statua sepolta, che ripropone un tema che era nato col fascismo e che era, d’altra parte, continuamente rie ­cheggiato dal Selvaggio: l’originalità italiana della rivoluzione fascista, lad ­dove tutti gli altri partiti traevano ar ­gomento da modelli stranieri.

Il redattore della Storia d’Italia ri ­corda che già dal 1927 II Selvaggio ave ­va puntato su nomi quali Morandi, Carrà, Rosai, De Pisis. Ma sulle pagi ­ne di 900 si trovano anche, riprodotti, un disegno di Rosai e un’incisione di Carrà. Considerazione che non è anco ­ra esauriente: bisognerebbe vedere quale era il Carrà, quale il Morandi, quale il Rosai che II Selvaggio propo ­neva. Certo non si trattava più del Carrà o del Morandi metafisici, ma di artisti che erano già rientrati nell’or ­dine, che potevano produrre ancora cose valide, ma nell’ambito di un’eco ­nomia nazionale e autarchica. Erano insomma quel Morandi e quel Carrà che, consapevoli o meno, si avvicina ­vano alla cifra del novecentismo pitto ­rico, nato ancor prima di quello lette ­rario bontempelliano, ma che agì in ogni modo su di esso e anzi ne costi ­tuì il solo coerente fondamento estetico. Il Carrà, il Morandi, il Rosai pro ­pugnati dal Selvaggio erano altresì quelli che potevano trovare una giu ­stificazione nel realismo magico di 900: « Per ora, i pittori che più attrag ­gono i nostri gusti di novecentisti, che meglio corrispondono con la loro alla nostra arte, sono i pittori italiani del Quattrocento: Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca. Per quel loro realismo preciso, avvolto in una atmo ­sfera di stupore lucido, essi ci sono stranamente vicini ».

Oggi si parla molto affrettatamen ­te di arte fascista; un certo gusto fascista, tra realistico e metafisico, fiorì anche fuori d’Italia, e bisogna ammettere che quando Bontempelli sosteneva che il novecentismo doveva diventare un fatto di costume, oltre ­ché estetico, dava prova di una singo ­lare astuzia. Il novecentismo era già, o stava diventando, un fatto di costu ­me, e Bontempelli aveva buon gioco a far credere che fosse 900 o fossero co ­munque Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca, ad averlo determinato.

Potremmo dire che le battaglie più belle contro un certo pompierismo culturale fossero state condotte da Soffici, ma non sul Selvaggio, bensì molti anni prima, al tempo della Voce, tra il 1908 e il 1913 (si ricordi il volu ­me di Scoperte e massacri), perché il ruolo di Soffici sul Selvaggio subirà una paurosa involuzione di allinea ­mento politico: e meno male che c’era Maccari a ristabilire l’equilibrio.

Così pure, quando abbiamo letto, nello stesso articolo, che fu II Selvag ­gio a opporsi, nel 1935, al disegno di far dipendere gli orientamenti cultu ­rali dalle direttive politiche ( « Questa proposizione non è da noi condivisa affatto. La politica è frutto della cul ­tura e non viceversa »), ci siamo subi ­to ricordati di quanto Bontempelli as ­seriva, non già in 900, ma prima anco ­ra nella Donna del Nadir (pagine rac ­colte nel ’24 e ripubblicate nel ’28: nel pieno della polemica col Selvaggio): « L’Arte e la Filosofia possono ammi ­rare, sotto un aspetto storico, e anche poetico, il potere politico; ma debbono fargli sentire sempre ch’esse non pos ­sono essere soggette ad alcun potere di natura costituita e pratica; fargli capire che non si aiuta la Poesia ».

Ed è un fatto: che né in 900 né in certi articoli coraggiosissimi scritti tra il ’36 e il ’38 Bontempelli si disco ­sto mai da questo principio. E’ vero che nel n. 1 di 900 si riconosce la pre ­cedenza della politica in quell’istitu ­zione di costume novecentista alla quale si accingevano ora « l’arte e il pensiero puro »; ma si tratta di una precedenza cronologica e non già di una dipendenza pratica. Su un punto almeno Bontempelli aveva le idee chia ­re: il novecentismo non passava dalla politica alla cultura; esistevano bensì tanti novecentismi paralleli: lettera ­rio, figurativo, etico, politico e perfino religioso (il sentimento del mistero). Il che non significa certo negare che Bontempelli fosse, allora, fascista, né significa affermare che 900 abbia costi ­tuito un’esperienza positiva in sé o in funzione dell’opera futura di Bontem ­pelli. In ogni modo dobbiamo ammet ­tere che i nomi di Kaiser, di Joyce, di Ehrenburg avevano, in quella rivista, un loro senso, almeno simbolico.

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