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LETTERATURA: I MAESTRI: Il tempo della «Voce »

25 Ottobre 2013

di Carlo Bo
[da “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

La storia delle riviste letterarie e di cultura dei primi anni del secolo è da qualche anno tema di attualità. Stu ­diosi, critici, osservatori del costume hanno scelto come campo di esercitazione le annate del « Leonardo », della « Voce », della « Ronda » e, a poco a poco, la curiosità si è tramutata in moda. Quanto durerà?

La domanda se la pone Giuseppe Prezzolini che, come tutti sanno, è stato uno dei protagonisti dei movimenti più vistosi d’allora e senza dubbio il maggior imprenditore di cultura del secolo: situazione abbastanza rara in un paese, dove gli scrittori badano ai fatti loro e solo da poco tempo sembrano fare qualche sforzo per lavorare in comune. Con quale successo, è forse presto per dirlo.

Prezzolini è troppo scettico, troppo abituato a giuocare per prendere sul serio la domanda che ci siamo fatti prima. Egli, cioè, non vuole compromettersi in nessun modo sul futuro e sulla capacità di resistenza di questa moda; ha però una buona dose di conoscenza delle cose del mondo per dire apertamente: approfittiamo della moda per mettere qualche puntino dove va messo e per restituire â— fin dove è possibile â— il clima di quel tempo.

Così è nato questo grosso volume che, su suggerimento di Cesare Angelini, si intitola Il tempo della « Voce » ed è frutto della collaborazione di due case editrici: anche la coedizione Longanesi-Vallecchi è una novità e mi sembra opportuno segnalarla. A voler scherzare, si potrebbe dire che perfino nella scelta degli editori, il Prezzolini ha inteso rifarsi al clima vociano.

Il libro è composto di una breve introduzione, disincan ­tata ma non del tutto, ironica ma con qualche grossa ri ­serva, e di una larghissima scelta di documenti che Prezzolini conserva negli archivi americani. Per la precisione, 222 documenti (lettere dirette o frammenti di lettere) sui tremila che lo scrittore è riuscito a salvare attraverso gli ostacoli ed inciampi della sua lunga odissea. Vale la pena di ricordare che nella sua qualità di imprenditore e spesso di amministratore (soprattutto per la « Voce ») egli ha avuto facilitata la strada, per cui non solo il caso gli ha consentito di essere, fin dai tempi dell’azione, un po’ lo storico, il confidente di tutti personaggi più o meno illustri che sono passati nelle redazioni delle due riviste fiorentine.

Stando così le cose l’antologia non poteva che essere ra ­gionata: ogni gruppo di lettere, almeno ogni volta che entra in scena uno di quei personaggi con una lettera, Prezzolini la fa precedere da una noterella o da un ritrat ­tino, più o meno intero, più o meno imparziale. Li defi ­nisce « istantanee » e si preoccupa di ricordarci che tutte le immagini fotografiche hanno, sì, il merito della immedia ­tezza e della sincerità, ma vanno sempre riportate in un quadro più ampio e viste alla luce della storia. Ora questo mi sembra il punto più difficile da realizzare : Prezzolini è padrone della materia, al punto da giocare, passando da una fotografia all’altra, armato dei suoi umori dialettici e â— diciamolo pure â— avvelenato da quel gusto del nulla, da quel fondo di disperazione che lo domina ormai da tanti anni, per lo meno da quando ha smesso di agire, e cioè da quando ha lasciato la «Voce ». Facile per il protago ­nista e il concertatore, la cosa diventa estremamente ardua per gli altri, per chi subisce la posizione dello spettatore a cose fatte: nel nostro caso, di tutti quelli che si avvicinano alle pagine della Voce o soltanto al clima di quel tempo senza unità di misura personale.

Anzi, col sussidio di una educazione diversa e soprattutto con gli insegnamenti della storia stessa. È lecito aggredire il lavoro degli uomini della « Voce » con l’esperienza del poi? È stato fatto â— in modo rigoroso da Angelo Romano nella sua antologia della « Voce » che costituisce il secon ­do volume della Cultura italiana del ‘900 attraverso le ri ­viste, pubblicata dall’Einaudi â— ma con risultati che la ­sciano perplessi e in fondo non convincono.

Prezzolini trova la radice di quel tempo in una comune passione per le idee e subito dopo spiega il fallimento del gruppo con l’incapacità a portare avanti quella passione, sino a farne un modo di vita. Al contrario, i risultati posi ­tivi andrebbero cercati nei contributi personali nelle pagine di poesia che quelle riviste hanno pubblicato, quasi sempre in contrasto col gusto del momento e soprattutto negli in ­terventi politici, nelle prese di posizione. Secondo Prezzolini, bisognerebbe mettere l’accento su clima di competi ­zione, di esame reciproco, insomma sul clima critico dove la verità era cercata e non nascosta o attenuata. Una posi ­zione di privilegio, dove gli amici non avevano paura di dirsi le cose come stavano, senza veli e senza accomoda ­menti e che in seguito non si è più ripetuta, per colpa della nostra secolare abitudine all’abbellimento delle nostre im ­magini.

Non è questo il luogo per accettare una discussione tanto impegnativa, basti per il momento riconoscere una grossa porzione di verità nella interpretazione prezzoliniana del tempo della «Voce ». La guerra, il dopoguerra, la nascita di riviste come la « Ronda » spostarono di molti gradi gli interessi delle nuove generazioni. Perché la « Voce » tor ­nasse di moda ci sono voluti molti anni, altri sconquassi mondiali e la grossa crisi di coscienza che ha accompagnato la caduta del fascismo e la nascita della Resistenza. La si condanni e si cerchi di giustificarla storicamente, non importa: conta invece il fatto che la « Voce » è sentita ancora oggi come cosa viva, come una delle belle possibi ­lità della nostra cultura.

L’album delle istantanee è veramente ricco: incontriamo subito Papini e Croce, Amendola e Salvemini e spesso in posizioni nuove, inedite, originali. Troviamo Bergson, di cui Prezzolini si diverte a documentare la scarsa forza di profeta politico, Einaudi che dà consigli di buona ammini ­strazione, Dino Grandi che chiede di leggere Blondel, Palazzeschi morso dalla tarantola dell’attivismo (c’è addirit ­tura una suo programma di rivista) e ancora Gentile, Graf, Farinelli, Medardo Rosso che ha scritto senza dubbio le lettere più vive del volume. Senza contare gli scrittori che si dicono per definizione « vociani », Boine, Rebora, Sbar ­baro e certi scrittori ancora in ombra o giovanissimi come Cardarelli, Saba, Bacchelli. Ce n’è per tutti i gusti, ben in ­teso dico per chi ama aprire ogni tanto i cassetti segreti e si diverte a vedere come era fatto dietro le quinte lo spet ­tacolo di ieri.

Spettacolo triste o allegro? Prezzolini â— manco a dirlo – si dichiara scontento, fedele alla sua regola dell’inquietu ­dine a tutti i costi. A noi sembra â— nonostante tutto, nono ­stante il gravissimo oltraggio del tempo, un di più di re ­torica che stupisce gli spiriti di vocazione critica (è vero che si trattava pur sempre di giovani sui trent’anni) soprat ­tutto nonostante il seguito così diverso della storia per molti di quei vociani – un tempo ricco di stimoli e di speranze, un clima che non ha perduto, a distanza di tanto tempo e di cui la maggior parte dei protagonisti è passata nell’om ­bra, le sue ragioni, la sua luce. Vi par poco?

11 gennaio   1961.


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Bart