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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Verri e Malebolge

28 Marzo 2012

di Alfredo Giuliani
[da “Quindici”, numero 3, agosto 1967]

Nel n. 3 1960 della rivista « Il Verri », a conclusione di un suo articolo su « Struttu ­ralismo e critica letteraria », Paolo Valesio proponeva l’ipotesi di un critico « linguista che sappia anche, a tempo opportuno, dimen ­ticarsi di essere linguista ». C’è da dire subito che il recente fascicolo del « Verri » (il 24 della nuova serie), interamente dedicato allo strutturalismo linguistico, non è fatto con l’in ­tenzione di verificare una simile ipotesi, ma ha lo       scopo di presentare un panorama delle ri ­cerche scientifiche dell’indirizzo strutturalista nella linguistica. I contributi, presentati da Luciano Anceschi, sono di Heilmann, Lepschy, Valesio, Martinet, Herdan e Fronzaroli. Il let ­tore abituale del « Verri », se non è uno spe ­cialista, dovrà cavarsela decodificando il fasci ­colo a modo suo. Noi abbiamo scelto di leg ­gerlo sotto la rubrica: ” il mistero del fone ­ma ” (e s’intende che la scelta è del tutto arbi ­traria).

Per gli strutturalisti la lingua è « una forma che organizza una sostanza ». Alcuni aspetti della forma sono stati chiariti.
La nostra scrittura alfabetica è un sistema ” fonologico ” di trascrizione mediante il quale una indefinita varietà di suoni prodotti dai parlanti viene ridotta a un inventario rappre ­sentabile con poche decine di simboli. In real ­tà la nostra scrittura non rappresenta i ” suo ­ni ” ma è costituita di ” fonemi ”, unità con ­venzionali puramente formali che combinan ­dosi e opponendosi tra loro determinano le parole, i quali « rappresentano » o « mani ­festano » i suoni. Ogni lingua scritta ha un suo proprio sistema fonologico, ma tutte sono simboliche rispetto alla pronuncia. La parola cane pronunciata da un uomo, dal punto di vista del suono (ossia dal punto di vista fo ­netico), sarà più vicina alla parola pane pro ­nunciata dallo stesso uomo che non alla parola cane pronunciata da una donna. Ma per con ­venzione la lingua scritta non tiene conto di queste distinzioni. Quello che conta è la picco ­lissima differenza ” fonematica ” tra la p e la c. Nell’articolo di G. C. Lepschy, « La scuola linguistica di Praga », dove sono chiaramente riassunte le tesi dei Principi di fonologia di Trubeckoj con piacevoli esempi italiani, tro ­verete tra l’altro la semplice spiegazione del perché l’ormai scomparso venditore ambulante giapponese non distingueva tra cravatte e clavatte (la r e la l in giapponese sono varianti facoltative e non fonemi diversi).

L’articolo di André Martinet, « Arbitrarietà linguistica e doppia articolazione », è estrema- mente problematico e sembra sollevare molti interrogativi. Premessa l’autonomia dei fonemi in rapporto al significato particolare di cia ­scuna parola, un segno linguistico è una unità a doppia faccia, un « sistema » che combina un’espressione fonica con un contenuto se ­mantico. Anche certi tratti prosodici (come l’intonazione) sono unità a doppia faccia. Essi hanno lo stesso potere distintivo dei fonemi (in spagnolo pasé, io passai, è percepito come distinto da paso, io passo, perché appartiene a un altro schema accentuativo, e la distin ­zione fonematica non entra mai realmente in gioco). Nei parlanti l’espressione fonica tende a coincidere col contenuto semantico (la pro ­sodia evoca direttamente l’oggetto del messag ­gio; questo spiega perché la conoscenza « pu ­lita », fonematico-semantica di una lingua stra ­niera ci permette più di trasmettere messaggi che di recepirne). Ma il linguista scarta i fatti prosodici, come marginali (propri più al « lin ­guaggio » che alla « lingua » determinata), e si tiene ai segni e ai fonemi che garantiscono la stabilità, la precisione arbitraria della lin ­gua. Questa, col suo ferreo sistema, « tiene continuamente sotto controllo la nostra atti ­vità mentale ».

Martinet lamenta che « per quel che riguar ­da l’esame della realtà psichica integrata nella struttura linguistica, non abbiamo niente che costituisca l’equivalente di quello che è la fo ­nologia sul piano dei suoni »; non c’è una disciplina paralinguistica che studi la realtà psichica dei fonemi prima della loro integra ­zione « nei quadri linguistici » (una specie di ” fonetica del profondo ”?), una disciplina che consenta di « trattare con un certo rigore i fatti semantici indipendentemente dai loro sup ­porti formali ».

Questa istanza di Martinet è precisamente contraria a quella che ha guidato la fonolo ­gia (la quale ha studiato solo i « supporti for ­mali » dei fatti sonori della lingua). Se il si ­gnificato comincia a nascere prelinguisticamente, allora il fonema (ammesso che esista come tale) ha funzionalmente un senso e la sua pura formalità è un concetto da rivedere.

Come appare da questo articolo di Martinet e dagli altri contributi, né i fatti semantici, né la descrizione strutturale della grammatica i (nonostante la brillante teoria di Noam Chom ­sky) hanno raggiunto i chiari risultati della fonologia. Sembrerebbe che la semantica e la grammatica attendano ancora, e forse invano, il loro Trubeckoj.

In questi giorni è uscito anche il quarto fascicolo di « Malebolge » (contrassegnato da un bel quadratino arancione sulla prima di copertina in luogo dei soliti cerchietti). La grafica della rivista è molto piacevole, ele ­gante senza lusso; le pagine delle poesie sono da sfogliare anche se non avete passione di leggerle (si può cominciare, a ritroso, dalle più « facili », quelle del catalano Joan Brossa in prima apparizione italiana, e risalire attra ­verso Luso, Spatola, Porta e Costa fino a quelle di Balestrini che sono le più « diffi ­cili »).

Il pezzo più rilevante del fascicolo, oltre alla recensione di Celli dell’Ebreo negro di Spatola e una brillante lettura in cui s’è eser ­citato Costa su poesie « animalesche » di Mon ­tale e Porta, ci è sembrato decisamente « Pro ­legomeni a un saggio sulla combinatorietà » di Giorgio Luso. E’ un discorso che si può prendere alla lettera o considerare una esatta fantasia sul vocabolario, un po’ alla Borges. Luso propone di realizzare « il catalogo com ­binatorio totale di fonemi, parole, sintagmi, proposizioni » di una lingua determinata. Il 1 catasto dei fonemi di tutte le lingue cono ­sciute (operazioni che Luso giustamente affida ai fonologi), grazie al principio della combinatorietà, potrebbe aiutare la fonetica strut ­turale a penetrare il mistero di queste par ­ticelle e potrebbe avere conseguenze pratiche non trascurabili. [Se poi disponessimo anche del « dizionario dei morfemi » suggerito dal Linguista Laszlo Antal â— cfr. Problemi di significato, Silva, 1967 â— potremmo portare il mistero dei fonemi a un grado di notevole perspicuità; infatti i « morfemi sono, per definizione, quelle parti o successioni di una lingua che hanno un significato, cioè una re ­golarità d’uso non deducibile dalle qualità fisiche dei loro fonemi costitutivi »].

Una mappa combinatoria delle parole (pa ­rolario) si configurerebbe come la somma uni ­versale delle possibilità di dire di una lingua; se questo lavoro venisse svolto per tutte le lingue, « potremmo reperirvi non soltanto ogni opera letteraria realmente compiuta o parti ­colarmente ideata, ma anche tutte le opere let ­terarie e tutti i discorsi che nella realtà non hanno avuto luogo e che erano e sono possibili ». Il catasto avrebbe utilizzazione scien ­tifica (la ricerca scientifica potrebbe ridursi a un controllo del repertorio); dal punto di vista letterario esso renderebbe superflua l’in ­venzione letteraria che si avvalga soltanto di parole contenute nel lessico di base. Luso esa ­mina poi il catasto combinatorio di sintagmi e proposizioni, la struttura combinatoria in periodi, ricava dal suo studio la « formula combinatoria del discorso » nonché le « for ­mule combinatorie dell’opera letteraria » e propone alcune ipotesi sulla poetica combina ­toria. Dopo questo saggio i contributi stra ­nieri pubblicati in appendice al fascicolo ri ­sultano puramente archeologici o inoperativi (tranne quello, del resto sommario e didasca ­lico, di Abraham A. Moles).


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