Natalia Ginzburg. L’ho sposato per obbligo

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 25, giovedì, 20 giugno 1968]

Perché gli scrittori italiani hanno sempre tra ­scurato il teatro? Perché, negli ultimi anni, si son dati invece a scrivere commedie o trage ­die? Natalia Ginzburg, che ha vinto recen ­temente il premio Marzotto, è forse la per ­sona più indicata a rispondere. Fino al 1965 aveva scritto soltanto romanzi e racconti. Con « Lessico famigliare », nel ’63, aveva vinto il premio Strega. Tutto lasciava preve ­dere che la sua carriera di narratrice sarebbe continuata nella maniera più felice. E invece, all’improvviso, la Ginzburg ha cominciato a scrivere commedie. Da allora non ha più pubblicato nulla di narrativo. Si tratta di una conversione definitiva? Le ragioni che l’han ­no provocata sono letterarie e culturali?

Ginzburg – Mi fa rabbia quando in ­contro qualcuno, magari un amico, che mi dice: « Ecco, ora ci hai trovato gusto col teatro, hai avuto successo e non smetti più ». Non è vero. Io fra l’altro non credo che il successo, l’eu ­foria del successo, invogli a lavorare. Quando sono soddisfatta mi riposo, dormo.

Cancogni – E’ vero, però, che ha smesso di scrivere racconti?

Ginzburg – No, nemmeno questo. Tempo fa per esempio ne ho comincia ­to uno, lungo, una specie di romanzo. Solo che non mi veniva, allora ho smesso; così s’è trasformato in una commedia.

Cancogni – Anni fa, mi avessero det ­to che lei si sarebbe messa a scrivere per il teatro, avrei riso. Nessuno scrit ­tore più di lei mi sembrava lontano da questo genere. Avrei detto anzi che lo detestasse.

Ginzburg – Infatti è così. Non me ne importava nulla, ne ignoravo l’esisten ­za. Quando abitavo a Londra a volte ci andavo con Gabriele. Lui lo ama mol ­to e mi ci portava. Avevo visto Pinter per esempio; leggevo Cecov.

Cancogni– E Shakespeare?

Ginzburg – Forse non dovrei dirlo, ma lo confesso, non mi piaceva.

Cancogni – Non è un delitto. Anche a Charlot non piace. Ma che cos’è che le repugnava nel teatro?

Ginzburg – E’ la parola: ripugnanza. Ecco quello che m’ispirava il teatro fino a qualche anno fa. A questo pro ­posito mi ricordo dell’inchiesta pro ­mossa da Sipario con la domanda ri ­volta agli scrittori: perché non scrive ­te per il teatro? Risposi: perché mi ri ­pugna.

Cancogni – Viva la franchezza. Ma vorrei capire i motivi di questa ripu ­gnanza. Io non saprei spiegarli, eppu ­re sono sicuro che non si tratta di un fatto personale.

Ginzburg – Per me il teatro era un altro pianeta. Gli attori, i registi… un altro mondo. Forse la cosa che mi ri ­pugnava di più, se consideravo l’ipote ­si di scrivere una commedia, èrano le didascalie. Come si fa, mi chiedevo, a scrivere: « Salotto ammobiliato con gu ­sto, un tavolo, alcune poltrone, e alla finestra che dà sul giardino tende di chinz… ». Mi sembra bruttissimo, as ­surdo. Io quando scrivo un racconto penso a una certa atmosfera; del mobi ­lio di una stanza non m’importa nul ­la… Il tavolo, le sedie… che stupidaggi ­ni!

Cancogni – E allora come le è venu ­to in mente di scrivere la sua prima commedia Ti ho sposato per allegria.

Ginzburg – Ci sono stata costretta. Mi spiego: dopo l’inchiesta di Sipario ci fu qui a Roma un dibattito organizza ­to da Fersen, fra attori, registi e scrit ­tori. Gli attori erano arrabbiatissimi con noi. Perché non scrivete per il teatro? Chiedevano. C’era anche Ro ­molo Valli.

Cancogni – Brutto segno. Non dico Romolo Valli; lui anzi è bravissimo. Dico la richiesta. Non le pare che si ­mili inviti siano privi di senso? Come chiedere: perché non scrivete romanzi umoristici o romanzi storici? Se gli scrittori avessero sentito il bisogno di scrivere delle commedie lo avrebbero fatto da un pezzo. Non le pare?

Ginzburg – Sì, ma ora mi lasci rac ­contare. Un giorno venne da me Adriana Asti. Era la sola attrice che conoscevo, era un’amica. Io non farei mai l’attrice; non saprei nemmeno re ­citare la Vispa Teresa; mi vergogne ­rei. Ma della Asti ero amica. E anche lei mi fece la stessa domanda: perché non mi scrivi una commedia?

Cancogni – Perché non se le scrivo ­no da loro questi attori? Un tempo usava, credo.

Ginzburg – Lei, l’Asti, si contentava che io le scrivessi un atto unico. Così mi resi conto che c’era una richiesta, che forse valeva la pena di pensarci.

Cancogni – In Italia non c’è teatro. Da che cosa dipenderà? Se ne dicono tante, la società, l’ideologia… lei che cosa pensa?

Ginzburg – Penso che sia per il lin ­guaggio. Noi italiani siamo poco fami ­liari col linguaggio parlato. E invece per il teatro è necessario. Dopo l’invi ­to dell’Asti mi provai con una comme ­dia. Fu una falsa partenza. Però mi resi conto che il linguaggio dopotutto non era l’ostacolo che immaginavo. Veniva abbastanza naturalmente, sen ­za sforzo.

Cancogni – E’ strano; lei fra l’altro usa così poco il dialogo nei suoi rac ­conti.

Ginzburg – Non è sempre vero. Nelle Voci della sera per esempio c’è molto dialogo.

Cancogni – E dopo il primo tentati ­vo?

Ginzburg – S’arriva a Ti ho sposato per allegria. Era l’estate del ’65.

Cancogni – Come le venne l’idea?

Ginzburg – Tutto nacque da una bat ­tuta: « Il mio cappello dov’è? ».

Cancogni – E’ la prima battuta della commedia, è Pietro che lo chiede a Giuliana, la moglie.

Ginzburg – Sì, ma lei non sa come mi venne in mente. Fu al tempo del ­l’inchiesta di Sipario. Io fra l’altro, per dimostrare l’assurdità del dialogo di teatro, chiedevo: che cosa si risponde ad esempio, se uno ti chiede: « Dov’è il mio cappello? ». Ebbene, provai a ri ­spondere, credo per scommessa, non sapendo assolutamente dove sarei an ­data a finire. E di battuta in battuta la storia cominciò a nascere. Mi diverti ­vo. Avevo la sensazione che non fosse teatro ma mi divertivo.

Cancogni – Sì, il teatro c’entra poco, diciamo la verità. Ti ho sposato per al ­legria, è un susseguirsi di racconti. Perché non li ha scritti direttamente nella loro forma?

Ginzburg – In realtà sono dei rac ­conti. La Asti però ne rimase molto contenta. C’era una sola copia del ma ­noscritto, quella che le avevo dato, e lei per non perderla ci dormiva sopra. Poi andò a finire nelle mani di Gian ­franco De Bosio, che allora dirigeva lo Stabile di Torino. De Bosio incaricò Salce della regìa, e così si arrivò alla prima, nel teatro di Santa Vittoria d’Alba, in Piemonte, con la Asti prota ­gonista. In realtà a Santa Vittoria si trattava di un anteprima; la vera pri ­ma si ebbe la sera dopo ad Alba. Fu un trauma per me, quello era un vero teatro, grande, con un pubblico nume ­roso. Alla fine dello spettacolo sentii i commenti, non tutti favorevoli. Ricor ­do soprattutto quello di un signore an ­ziano: « Temi vecchi per un teatro nuovo », disse. Me ne sono ricordata per un pezzo. Poi si andò a Torino, poi a Milano.

Cancogni – E lei continuava ad assi ­stere? Non provava imbarazzo?

Ginzburg – Sì, ma nello stesso tempo mi piaceva. Gli attori hanno un modo loro di parlare; io credo che un autore capisca quello che ha scritto solo quando lo sente detto dagli attori.

Cancogni – Così lei crede che il regi ­sta capisca un testo più di quanto l’ab ­bia capito l’autore? I registi non ne dubitano. Per loro, si sa, l’autore non esiste. Adesso si stanno impadronendo anche dell’opera. La Traviata non è mica di Verdi, è di Visconti…

Ginzburg – C’è del vero però nelle loro pretese. Io per esempio credevo d’avere scritto una cosa noiosa… e in ­vece a sentirla recitare… Il regista in ­somma mette in un testo quello che gli manca. Io penso che abbia il dirit ­to di farlo. Lui sa meglio di me quello che ci vuole per il pubblico, perché le mie parole arrivino allo spettatore.

Cancogni – Certo, il regista conosce le ragioni teatrali; ragioni che a lei in ­teressano così poco che nemmeno si cura di conoscerle. In sostanza lei con ­tinua a essere una narratrice che scri ­ve dei racconti che poi mette nelle mani di un regista perché ne faccia teatro. O mi sbaglio?

Ginzburg – Forse è proprio così.

Cancogni – Il teatro continua a es ­serle estraneo come una volta.

Ginzburg – Sì, però ora ci vado, sono amica di attori, oltre all’Asti, la Giannotti, la Modugno, la Ceccarelli, Cundari, Davoli…

Cancogni – Tutti attori giovani, colti, intelligenti, immagino; dei letterati in ­somma; i divi, i mostri sacri, i gigioni, i veri attori insomma, quelli mi pare che nel suo elenco non figurino.

Ginzburg – C’è la Monica Vitti. Lei è una diva, molto brava e simpatica.

Cancogni – Sarà; lo dicono molti; io purtroppo non riesco a separarla dai film di Antonioni; lasciamo perdere.

Ginzburg – Sì, ma credo che lei c’en ­tri poco con quei film che non ci si sia mai trovata a suo agio…

Cancogni – Lo spero per lei. Conti ­nuiamo. Ora lei frequenta il teatro. E che cosa le piace soprattutto?

Ginzburg – Cecov in testa, di gran lunga…

Cancogni – Mi rallegro, è l’unico che piaccia anche a me. Però mi sembra che le piacesse già prima di fare la sua esperienza col teatro. Non ha im ­parato molto direi…

Ginzburg – Prima lo leggevo soltan ­to, ora vado anche a vederlo… Le Tre sorelle è la cosa che preferisco, poi Zio Vania e il Giardino dei ciliegi.

Cancogni – Come quando si limitava a leggerlo… Io preferisco sempre la lettura… Non le pare che gli attori ita ­liani gridino troppo? Perché si agitano così? Cos’è: un omaggio al tempera ­mento mediterraneo?

Ginzburg – Credo che lo facciano perché hanno paura di annoiare… Ca ­pita anche agli scrittori del resto. Se uno si lascia prendere da questa pau ­ra, alza il tono. Io per me ho una rego ­la: se quando scrivo mi diverto, allora continuo, sempre sullo stesso tono, senza forzare… e sono convinta che anche il lettore o lo spettatore sì di ­vertirà. Appena comincio ad annoiar ­mi, smetto.

Cancogni – Saggia teoria. E dopo Ce ­cov? Che cosa pensa di Shakespeare? Dica la verità però.

Ginzburg – Devo confessare che non lo conosco a fondo.

Cancogni – L’ha letto però.

Ginzburg – L’ho letto tutto natural ­mente… ma non ci sono entrata den ­tro.

Cancogni – Insomma non le va. Del resto non piaceva nemmeno a Tolstoi. Si ricorda il famoso aneddoto? Un giorno il vecchio Tolstoi sedeva in giardino fra gli ospiti. Uno gli chiese chi fosse il giovane simpatico, con la barba e gli occhiali a pince nez, che si teneva timidamente da parte. E Tol ­stoi: « Ma come, non lo conosce? E’ Anton Pavlovic Cecov. I suoi racconti sono stupendi. Peccato che scriva an ­che delle commedie ». E l’ospite: « Co ­me sono? ». E Tolstoi: « Esecrabi ­li. Addirittura peggio di Shakespeare ».

Cancogni – Scherzi a parte qual è il dramma di Shakespeare che le piace di più?

Ginzburg – Sogno di una notte di mezza estate, direi.

Cancogni – Il più letterario. Lei dice di non entrare in Shakespeare. Che co ­sa glielo impedisce?

Ginzburg . Forse il suo barocco. Si può dire?

Cancogni – Perché no. E Molière?

Ginzburg – Sì. Ma Goldoni mi piace di più, lo confesso. Goldoni mi piace da morire. La bottega del caffè, I quattro rusteghi. Sì anche Marivaux. Moltissimo De Musset, Il faut qu’une porte sit ouverte ou fermée, On ne ba ­dine pas avec l’amour. Racine no, Corneille nemmeno. Pirandello? Se dico che non mi piace mi sbraneranno. De ­vo confessare che preferisco quello delle novelle. Non lo capisco molto. Però Vestire gli ignudi m’è piaciuto assai. Forse perché lo faceva la Asti. Il personaggio, la ragazza, mi piace. Invece tutto quello che c’è di macchi ­noso intorno, no. Lo stesso si dica per Brecht. Mi piace per esempio L’anima buona di Sezuan. Mi piace la parte fan ­tastica, non quella ideologica. Vorrei concludere: nel teatro non capisco la macchina e i simboli.

Cancogni – Il teatro è soprattutto macchina e simboli; questo vuol dire che non le piace il teatro.

Ginzburg – Ma Goldoni mi piace, e lui è semplicissimo.

Cancogni – Infatti i teatranti lo snobbano.

Ginzburg – E Cecov?

Cancogni – Dicono che non è teatro. Ora però ci siamo perduti per strada. Lei ci stava parlando della sua carrie ­ra. Dopo Ti ho sposato per allegria che cosa fece?

Ginzburg – Ho scritto L’inserzione che non è mai stata rappresentata. Ora però la daranno in Inghilterra. La metterà in scena Lawrence Olivier. Questo è stato un colpo di fortuna dia ­bolico. Non so nemmeno io com’è av ­venuto. Era stata tradotta in inglese e la moglie di Olivier l’ha presa per far ­la alla radio. E lui, dopo, la farà in teatro. Ne sono ancora sbalordita. In teatro succede così. Tutto avviene per caso. Prenda La segretaria che è l’ul ­tima mia commedia. Un giorno incon ­tro per caso il direttore del Durini a Milano. Lui mi chiede se avevo qual ­cosa. E io gli ho dato La segretaria. Lui ha chiamato Salce che era dispo ­nibile e così La segretaria è andata in scena. Senza quell’incontro forse sa ­rebbe ancora nel cassetto. Anche con L’inserzione è successo qualcosa del genere. L’anno scorso la mandai al Premio « Marzotto ». Me n’éro dimen ­ticata; ed ecco che mi danno il premio. Ora la rappresenteranno in Inghil ­terra.

Cancogni – Sono felice di questi suc ­cessi, ma temo che di questo passo lei debba essere considerata perduta per la narrativa.

Ginzburg – Niente affatto. Le ho già detto che non mi piace che si dica così. Mi sento sempre una narratrice, credo di avere ancora delle cose da di ­re, e non vorrei che si pensasse che sono passata al teatro perché travolta dalla crisi del romanzo. Io non ci cre ­do affatto a questa crisi. D’altra parte, per me, il procedimento teatrale non è molto diverso, nella sostanza, da quel ­lo narrativo. Parto da un personaggio, che è quasi sempre una donna, da una situazione. E la vicenda cresce, svilup ­pando quello che c’è dentro questi da ­ti iniziali. Spesso al personaggio do l’aspetto fisico e i caratteri di una persona di mia conoscenza, anche se non c’entra con la storia; così mi riesce più facile dialogare con lui. Per esempio quando scrissi Ti ho sposato per alle ­gria, avevo davanti il viso di Adriana Asti.

Cancogni – E le idee? L’impianto ideologico? Si dice che senza questi in ­gredienti non ci sia teatro. Moravia per esempio è di questo parere: non c’è teatro senza ideologia, dice. Egli ri ­tiene anzi che se gli italiani hanno po ­ca passione per il teatro è per la loro indifferenza alle idee.

Ginzburg – Io non so che cosa dire. Non ho idee o programmi in mente quando scrivo. Né intendo dare signi ­ficati ai fatti, alle cose. L’ideologia non m’interessa. Moravia avrà anche ragio ­ne: io un teatro di idee non lo so fa ­re. Ho altre preoccupazioni semmai. Quando si scrive un racconto, se va male, ci rimette solo l’autore. Una commedia coinvolge molte altre perso ­ne, l’impresario, il regista, gli attori. Fa paura pensare che se fallisce va male per tutti. Sono soldi che si perdo ­no.

Cancogni – E che cosa pensano del suo nuovo lavoro le persone che le so ­no più vicine, Gabriele, i figli, gli ami ­ci?

Ginzburg – Quando scrissi Ti ho spo ­sato per allegria, Gabriele era in Au ­stralia. La lesse al ritorno. Non gli di ­spiacque. Disse però che non era asso ­lutamente teatro. Ora mi segue, vuole leggere via via che scrivo, mi consi ­glia. Lui ha una certa esperienza di teatro. Mi consiglia il taglio di una scena ad esempio. Io però non vorrei.

Cancogni – Crede che il teatro abbia delle sue leggi, che si debba conoscer ­le, e rispettarle?

Ginzburg – Sono partita credendolo: ora penso che sia un’idea sbagliata. Credo che queste leggi non ci siano. E’ come per la narrativa. Esistono in proposito delle regole? Io le ho già detto ne conosco solo una: non annoia ­re. Quando scrivendo la noia mi pren ­de, allora smetto. Torniamo però alle persone che mi stanno vicine, a ciò che pensano del mio teatro. I miei figli ne dicono corna. Ci sono abituata. Dicono che le mie commedie sono da dormire in piedi, Carlo, lo storico, è il più severo.

Cancogni – La consiglia di tornare alla narrativa?

Ginzburg – No; di smetterla addirit ­tura; anche nella narrativa dice che non valgo un soldo. E’ molto severo. Andrea, l’americano, è meno duro, an ­che lui però non m’approva molto. La più buona di tutti è Alessandra. Lei è una mite. Abita a Firenze e ogni volta che c’è una prima parte viene a tro ­varmi. Si va al teatro insieme. Lei è buona.

Cancogni – E gli amici scrittori?

Ginzburg – Elsa Morante quando les ­se Ti ho sposato per allegria, s’indignò. Mi telefonò per dirmi che non le pia ­ceva affatto. Credevo che anche lei pensasse che non era teatro. Invece no; non le piaceva in nessun senso. Ora è diverso. L’inserzione e La segre ­taria le sono abbastanza piaciute. Chi invece m’ha sempre incoraggiato, sin dal principio, è Sandro De Feo. Gli piacque Ti ho sposato per allegria e il suo consenso mi dette molto fiato.

Cancogni – E ora che cosa sta scrivendo?

Ginzburg – Ho già scritto un atto e mezzo di una nuova commedia che ha un titolo provvisorio: Paese di mare. Preferisco non raccontarne la trama. I personaggi sono quattro: due uomini e due donne. In genere nel mio teatro c’è una sovrabbondanza femminile. Qui invece c’è un certo equilibrio. La sto scrivendo per la Guarnieri.

Cancogni – Un’ultima domanda. Che cosa pensa dei suoi colleghi, voglio dire degli altri autori di commedie italiani?

Ginzburg – Bene, benissimo: ma per favore, chi sono?

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