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LETTERATURA: I MAESTRI: La buona festa del Middle West

22 Maggio 2011

di Manlio Cancogni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 22 aprile 1969]

E’ una bella e cara ricorren ¬≠za la Pasqua (Easter) qui nel Middle West. Contrariamente a ci√≤ che accade sulla costa, sia atlantica che del Pacifico, fra gente imbastardita dall’Eu ¬≠ropa, dagli intellettuali, dalle idee nuove, qui si conservano le sane tradizioni. La chiesa √® ancora forte, e la famiglia (anche se ci si vede di rado) unita. Si fanno centinaia di miglia in automobile, pur di passare quel giorno insieme. E poi, l’indomani, al ritorno in sede, good Easter? ti chiedo ¬≠no per prima cosa dovunque tu vada, al supermarket, in banca, al drugstore, dal bar ¬≠biere. E dai gran sorrisi che accompagnano la domanda, dal ¬≠le esclamazioni giulive, pare che non ci sia niente di pi√Ļ bello, qui nel Middle West, del- l‘Easter, il santo giorno. A par ¬≠te Christmas e Thanksgiving- day, naturalmente. E la fac ¬≠cenda √® sigillata.

Cos√¨ anche noi, questa Pa ¬≠squa, siamo usciti dalla tana. Il parentado si riuniva a casa di pa’ Stan e di ma’ Ady, in una cittadina a cinquanta mi ¬≠glia, sul lago. Chi leggendo ¬ę cittadina sul lago ¬Ľ immagi ¬≠na qualcosa del genere Moltrasio, Stresa o Malcesine, paesi raccolti in amene baie, sulle pendici a specchio dell’acqua sbaglia. Una cittadina, qui nel ¬≠la piana sterminata del Mid ¬≠dle West, occupa un’area gran ¬≠de come Milano; quanto al lago, il Michigan, √® cos√¨ vasto che l’occhio si perde, e dopo la prima volta non lo guardi pi√Ļ. Io non ho mai incontrato sulle sue rive qualcuno intento a contemplarlo. Non ci sono montagne o colline, √® tutto piatto, uguale. In questa sta ¬≠gione, poi, fa ancora piuttosto freddo.

La casa di pa’ comunque ne √® lontana almeno cinque mi ¬≠glia. Ci siamo arrivati verso l’una, in tempo pensavo per mettersi a tavola, ascoltare il Credo e cominciare con le uo ¬≠va benedette. In casa (una del ¬≠le tante del Middle West, bas ¬≠se, a un piano, in legno, col doppio garage e non meno di due macchinone sul prato na ¬≠turale, sempre pronte a parti ¬≠re) in casa non c’era che ma’, con i cani, Cesar e Sultan, che preparava il pranzo, o meglio, il lunch. Gli altri avevano gi√† cominciato la festa al bar. Pa’ c’era gi√† dalla sera avanti, e non credo che si fosse inter ¬≠rotto per andare a messa.

In queste ricorrenze i bar, al mattino, hanno un carat ¬≠tere molto familiare. Niente di simile a quando ci s’entra gli altri giorni, con le luci basse, e gli uomini, soltanto uomini, seduti al banco, ciascuno per conto suo, nella penombra ros ¬≠sastra, ciascuno con i suoi pec ¬≠cati. Per Easter porte e fine ¬≠stre dei bar sono aperte, ci vengono anche i bambini che scorrazzano in su e in gi√Ļ men ¬≠tre pa’, ma’, uncle, aunt, sis, cuz etc. etc. siedono fraterna ¬≠mente al banco, bevendo e sgranocchiando noccioline.

Grandi feste al nostro arri ¬≠vo. Pa’ era in gran forma. In maniche di camicia, sbracciato, il colletto aperto, la pipa fra i denti, si sentiva il re. Anche uncle Charlie, aunty Eyy, cuz George, Patsy, Fred, Dick etc. etc. sembravano molto su. E baci, abbracci, lunghi, sinceri abbracci, e larghi sorrisi, escla ¬≠mazioni. Parevano tutti felici.

Pa’ era di turno, aveva mes ¬≠so i dollari sul banco, e su ¬≠bito dopo il suo giro √® toccato a uncle Charlie e poi a Fred. Io, imprevidente, avevo fatto colazione con la solita tazza di t√® e due biscotti, esitavo. A digiuno basta una birra per farmi girare la testa. Grandi risa e le immancabili manate in aria, dall’alto in basso, con le dita a cucchiaio, hanno ri ¬≠sposto ai miei dubbi. ¬ę Bevo √Ę‚ÄĒ azzardo √Ę‚ÄĒ ma solo dopo aver mangiato… ¬Ľ. ¬ę Io √Ę‚ÄĒ m’inter ¬≠rompe pa’ √Ę‚ÄĒ bevo sempre pri ¬≠ma ¬Ľ. ¬ęE dopo ¬Ľ, borbotta fra s√©, zio Charlie. E gi√Ļ una gran risata. ¬ę Brandy? scotch? bour ¬≠bon? ¬Ľ incalza pa’. Mi lascio andare… e dopo il terzo giro m’accorgo che in fondo l’idea che non si debba bere a digiu ¬≠no, forse √® uno dei tanti nostri pregiudizi di gente debole di stomaco e di nervi. Comunque non c’√® tempo di riflettere, i turni passano veloci, viene an ¬≠che il mio, metto i dollari sul banco; e poi di nuovo pa’, zio Charlie, Fred, Dick, George, io, pa’, Charlie…

*

Erano le tre quando abbia ¬≠mo cominciato ad affluire in casa. Lo ham virginiano, tro ¬≠neggiava roseo in mezzo alla tavola, fra le salsicce polacche e i piatti dei contorni, patate, cavoli, spinaci, sedani etc. Ar ¬≠rivavano anche i ritardatari. S’erano fermati per strada a salutare gli amici, a festeggia ¬≠re con loro. Sono lunghe le distanze qui nel Middle West, chilometri; ma fra un bar e l’altro non c’√® tanta distanza. E la mattina di Easter sono tutti aperti.

Ora mangiavano tutti con grande appetito e grandi fabulous a ogni piatto, e m’in ¬≠vitavano a non risparmiarmi, spiegandomi che qui nel Mid ¬≠dle West il cibo √® migliore che in qualsiasi altra parte d’Ame ¬≠rica, cio√® del mondo, e che la vita, per via del cibo ottimo, dura pi√Ļ a lungo che sulla co ¬≠sta. Tutti poi bevevano gran bicchieri di latte. Anche il lat ¬≠te fa bene, mi spiegavano, e qui nel Middle West √® di gran lunga il migliore d’America. A parlare di whisky o soltanto di birra, ora che si mangiava, sa ¬≠rebbe parso sacrilegio. E dopo, si √® aspettato un bel po’, pri ¬≠ma di riattaccare col bere; per non far confusione, non con ¬≠taminare.

Erano arrivati anche uncle Buddy, aunt Charlotte (uguale alla cognata di Clyde, nel film Gangsters story) cuz Claudia, Jimmy, Cheryl; non c’era pi√Ļ una sedia in salotto, mentre i bambini giocavano sul prato con i cani, andavano e veni ¬≠vano, come le bottiglie. Le donne non si tenevano indie ¬≠tro; e bevi, e parla (pi√Ļ di tutti zia Charlotte, pareva una mitragliatrice un po’ scassata della guerra ’14-’18), e ridi, il tempo passava e cominciava a imbrunire.

Ogni tanto uscivo per rin ¬≠frescarmi, riprendere fiato, te ¬≠nendomi le tempie fra il pol ¬≠lice e il medio. Distanti, sul prato, c’erano altre case simili alla nostra, alcune spente, al ¬≠tre accese. Mi accostavo ai ve ¬≠tri di una finestra; dentro ve ¬≠devo le stesse facce arrossate, felici, altri pa’, Charlie, Char ¬≠lotte; udivo, attraverso i vetri, le stesse voci, le stesse risate. Una zia cercava di attaccare con una canzone, accompa ¬≠gnandosi all’immancabile pia ¬≠no di acero rossastro, e l’im ¬≠mancabile risata di un’altra zia la interrompeva. Qualcuno, da dentro, scorgeva la mia faccia, mi salutava con grida festose. M’allontanavo in pun ¬≠ta di piedi sull’erba secca.

Era buio ormai, e non c’era nessuno che sembrasse dispo ¬≠sto a riaccompagnarci a casa. Erano tutti inchiodati ai loro posti, in poltrona, sul divano, un po’ pesanti, intorpiditi… nessuno mi pareva in grado di guidare, nessuno comunque avrebbe capito perch√© tanta fretta di partire. La festa sarebbe andata oltre la mezza ¬≠notte, fino alle due, alle quat ¬≠tro. Finch√© sparsi un po’ do ¬≠vunque, sui divani, sui letti, sul tappeto, vestiti com’erano, avrebbero cominciato a dormi ¬≠re. Per tirarsi su, con l’aiuto di gran bricchi di caff√®, verso le otto. Il luned√¨ di Pasqua, in America si lavora, anche nel Middle West.


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