di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 20 febbraio 1970]
La Via dei Mercanti, in quel centinaio di metri per i quali serpeggia in salita, allineava, e in parte allinea an cora, una trentina di botte ghe dalle quali prorompeva no in un’offerta continua tutte le derrate e i manufatti necessari alla vita. Tra le bot teghe si aprivano i portoni e i piccoli antri degli arti giani, gl’ingressi d’un paio d’osterie, e a metà strada, come un tempio pieno di taber nacoli, l’Antica Farmacia fon data da quell’Ulderico Cle rici che nel ’48 aveva dato la gialappa a Garibaldi. Vi man cava solo, ai tempi della mia infanzia, un orologiaio.
Gli orologi da tasca a remontoirs, con nove e anche quindici rubini, dei quali nei primi anni del secolo comin ciarono a munirsi anche gli operai e i contadini, venne ro a necessitare delle prime riparazioni solo più tardi, a guerra finita. Si diffuse così la presenza degli orologiai, al punto che perfino al nostro paese, e nella Via dei Mer canti, ne apparve uno. Si chiamava Metastasio Finetti, forse per un errore dell’uffi ciale di stato civile che aveva scambiato il nome d’un neonato con quello d’una piazza, oppure per la precisa volontà del genitore, che aveva voluto arricchire il figlio d’un nome raro e famoso.
Metastasio Finetti arrivava ogni lunedì sera con l’ultimo battello da Intra dove aveva il negozio principale, dormi va nel suo bugigattolo in Via Mercanti, lo apriva il mattino dopo e subito cominciava a lavorare, chino sul suo de schetto, con la lente tubola re incastrata nell’occhio de stro e le mani sotto il naso, intente a muovere leggermen te pinzette e cacciaviti. Si col locava, per aver luce, nel va no della vetrina, dove stava rivolto verso la strada, sen za alzarsi mai dal suo sga bello al quale pareva incol lato. A chi lo guardava dal l’esterno presentava, in primo piano, una fitta seminagione di capelli neri e impomatati, divisi sul fianco sinistro di una grossa testa a uovo, e pet tinati secondo una ondulazio ne che sopra la fronte si im pennava in un bel ciuffo.
Il negozio all’interno era spoglio di mobili. Solo alcuni orologi a muro coi pesi penzo lanti dalle catene e qualche pendola con l’oblò dal quale occhieggiava un disco giallo, rompevano il bianco delle pa reti.
I passanti si fermavano Spesso a veder lavorare l’oro logiaio, che ogni tanto si ag giustava la lente alzando il sopracciglio, poi tornava a spilluzzicare con le pinzette dentro i piattini pieni di ro telle e di viti, che teneva co perti con piccole campane di vetro. Veloce e preciso, car piva dal piano del tavolino i tronchesini o il martelletto, che mollava subito per pas sare all’extrapade quando gli occorreva collocare una molla nel suo cilindro, oppure alla potence se doveva incastrare qualche pietra. L’orologio da riparare lo teneva stretto den tro una morsetta dalle gana sce imbottite, oppure nel ca vo di una mano, come un uc cellino del quale stesse per operare il cuore.
Non avveniva mai che l’o rologiaio, alzando il capo, si incontrasse con gli sguardi che lo fissavano attraverso la vetrina. Per niente infastidi to, ma indifferente all’atten zione altrui, lavorava con la calma e la tranquillità di un pittore che dipinga all’aperto senza curarsi di chi si ferma a guardar lui o il quadro, tanto è convinto di quel che fa.
Sopra un tableau di velluto cremisi appoggiato al lato destro della vetrina, teneva in mostra sei o sette orologi nuovi, che si portava dietro dal negozio di Intra insieme agli strumenti principali e ai pezzi di ricambio.
Lavorava il martedì e il mercoledì, che era giorno di mercato, fino alle sette di se ra, poi chiudeva bottega e con la borsa di pelle nera nella quale portava gli orologi e gli strumenti, partiva col bat tello, non per Intra, ma per Cannobio, dove aveva un altro negozietto, in tutto simile a quello che teneva al mio paese. A Cannobio restava un giorno solo, perché il venerdì il sabato e il lunedì, li dedi cava al negozio principale, che era a Intra, nella via che scende dalla chiesa al porto.
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Proprio al tempo in cui il Finetti apriva il suo recapi to nel nostro paese, mio pa dre, che aveva da vent’anni un Rosskopf di assoluta pre cisione, ebbe la disgrazia, una mattina, di lasciarselo sfug gire di mano. Nel tentativo di riagguantarlo, finì col dargli una manata che lo scagliò fuori dal balcone.
Quando lo raccolse nella strada sottostante, non lo mi se neppure all’orecchio per sentire se marciasse: nessun Rosskopf poteva resistere a un salto simile. Lo portò, così come l’aveva raccattato da ter ra, dal Finetti, che gli propose di buttarlo via e di com perarne uno nuovo. Mio pa dre si offese e fece alcune rimostranze, in seguito alle quali l’orologiaio s’impegnò alla ricostruzione del Rosskopf, sempreché avesse tro vato i pezzi di ricambio, cioè la cassa, il quadrante e una buona metà del movimento. « E’ rimasta intatta â— gli dis se â—- solo la catena ».
L’orologio scomparve nella borsa del Finetti, che il gior no dopo lo portò a Cannobio e poi a Intra.
Ogni settimana mio padre, che aveva quel solo orologio, andava al negozietto della Via Mercanti per averne notizie. Una volta seppe che si era trovata una cassa originale, un’altra che era arrivato il quadrante, un’altra ancora che era in viaggio il bilanciere. Do po tre mesi mancava solo un pezzo minutissimo ma essen ziale, detto stringilama o me glio raquette, perché la no menclatura dell’orologeria è quasi tutta francese. Il Finetti era convinto di averne uno della misura giusta a Canno bio o a Intra, dentro qualche scatoletta.
Stanco di aspettare, mio pa dre lo raggiunse il giorno do po a Cannobio, portandomi dietro per compagnia. Appe na sbarcato, all’inizio di una strada che dal porto saliva verso la chiesa, vidi dietro una vetrina il Finetti, con la testa piegata sul tavolino e il tubetto nero del monocolo in castrato nell’occhio destro. Mi pareva un secondo Finetti, in tutto uguale a quello che si vedeva di mercoledì al mio paese, ma più grande e gros so, come se il vetro attraverso il quale lo guardavo fosse una lente d’ingrandimento.
Lo stringilama, cercato in ogni scatolino e dentro tante cartine ripiegate, non venne fuori. « Stringilama, stringi lama dove sei? » canticchiava il Finetti, che infine disse: « L’avrò a Intra ».
Deluso e seccato, mio pa dre tornò a casa, e il giorno dopo, preso il battello per Intra comparve, tenendomi per mano, davanti a un grosso negozio a due vetrine sopra le cui aperture spiccava un’in segna di quattro metri con scritto « Premiata orologeria di Metastasio Finetti ». Dietro la più larga delle due vetri ne, seduto a un banco di la voro, mi apparve un terzo Fi netti, più piccolo degli altri e quasi striminzito. A quella vista mi persuasi che i Fi netti erano tre, e che mio pa dre, anche passando conti nuamente dall’uno all’altro, non avrebbe mai più riavuto il suo orologio.
Invece il Finetti, chiamati in soccorso la moglie e il com messo, si mise di buona vo lontà alla ricerca del pezzo. « Stringilama, stringilama do ve sei? » canticchiava come al solito, mentre mio padre, poco convinto, lo guardava con sospetto. Finalmente da una bustina venne fuori lo stringilama. Era proprio una specie di racchetta lunga po co più di un centimetro, che il Finetti infilò sopra la contropietra superiore del bilan ciere. Entrava di misura. Con due piccole viti fissò il pez zo, poi con uno spazzolino diede una rapida passata ai meccanismi, chiuse la prima e la seconda cassa e porse il Rosskopf al suo difficile cliente.
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Sul battello, nel viaggio di ritorno, mio padre cominciò a guardare ogni cinque mi nuti l’orologio, a soppesarlo e a palparlo. « Non è più il mio Rosskopf » diceva. « Il mio era più leggero, più schiacciato… Questo è uno scaldaletto! » E me lo mette va in mano con tutta la ca tena perché me ne convin cessi.
A me pareva il medesimo con le stesse sfere d’oro matto, i grossi numeri delle ore, e in alto, sotto il dodici, la marca stampata a fuoco sulla porcellana quasi azzurra del quadrante: un cavallino nero dalla coda desinente in pesce inscritto dentro un fregio ros so dove si leggeva torno tor no, tra due piccole stelle, « H. Rosskopf & C. »
Pensai che a mio padre stesse capitando come a me col Finetti, che a Cannobio mi appariva più grande che al mio paese e a Intra addi rittura piccolissimo, forse a causa della luce che sul lago varia da un luogo all’altro e a seconda delle ore, oppure per un miraggio della memoria, nella quale vedevamo, tanto io come lui, altrimenti che nel vero.