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LETTERATURA: I MAESTRI: L’orologio in vetrina

18 Aprile 2015

di Piero Chiara
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 20 febbraio 1970]

La Via dei Mercanti, in quel centinaio di metri per i quali serpeggia in salita, allineava, e in parte allinea an ¬≠cora, una trentina di botte ¬≠ghe dalle quali prorompeva ¬≠no in un’offerta continua tutte le derrate e i manufatti necessari alla vita. Tra le bot ¬≠teghe si aprivano i portoni e i piccoli antri degli arti ¬≠giani, gl’ingressi d’un paio d’osterie, e a met√† strada, come un tempio pieno di taber ¬≠nacoli, l’Antica Farmacia fon ¬≠data da quell’Ulderico Cle ¬≠rici che nel ’48 aveva dato la gialappa a Garibaldi. Vi man ¬≠cava solo, ai tempi della mia infanzia, un orologiaio.

Gli orologi da tasca a remontoirs, con nove e anche quindici rubini, dei quali nei primi anni del secolo comin ¬≠ciarono a munirsi anche gli operai e i contadini, venne ¬≠ro a necessitare delle prime riparazioni solo pi√Ļ tardi, a guerra finita. Si diffuse cos√¨ la presenza degli orologiai, al punto che perfino al nostro paese, e nella Via dei Mer ¬≠canti, ne apparve uno. Si chiamava Metastasio Finetti, forse per un errore dell’uffi ¬≠ciale di stato civile che aveva scambiato il nome d’un neonato con quello d’una piazza, oppure per la precisa volont√† del genitore, che aveva voluto arricchire il figlio d’un nome raro e famoso.

Metastasio Finetti arrivava ogni luned√¨ sera con l’ultimo battello da Intra dove aveva il negozio principale, dormi ¬≠va nel suo bugigattolo in Via Mercanti, lo apriva il mattino dopo e subito cominciava a lavorare, chino sul suo de ¬≠schetto, con la lente tubola ¬≠re incastrata nell’occhio de ¬≠stro e le mani sotto il naso, intente a muovere leggermen ¬≠te pinzette e cacciaviti. Si col ¬≠locava, per aver luce, nel va ¬≠no della vetrina, dove stava rivolto verso la strada, sen ¬≠za alzarsi mai dal suo sga ¬≠bello al quale pareva incol ¬≠lato. A chi lo guardava dal ¬≠l’esterno presentava, in primo piano, una fitta seminagione di capelli neri e impomatati, divisi sul fianco sinistro di una grossa testa a uovo, e pet ¬≠tinati secondo una ondulazio ¬≠ne che sopra la fronte si im ¬≠pennava in un bel ciuffo.

Il negozio all’interno era spoglio di mobili. Solo alcuni orologi a muro coi pesi penzo ¬≠lanti dalle catene e qualche pendola con l’obl√≤ dal quale occhieggiava un disco giallo, rompevano il bianco delle pa ¬≠reti.

I passanti si fermavano Spesso a veder lavorare l’oro ¬≠logiaio, che ogni tanto si ag ¬≠giustava la lente alzando il sopracciglio, poi tornava a spilluzzicare con le pinzette dentro i piattini pieni di ro ¬≠telle e di viti, che teneva co ¬≠perti con piccole campane di vetro. Veloce e preciso, car ¬≠piva dal piano del tavolino i tronchesini o il martelletto, che mollava subito per pas ¬≠sare all’extrapade quando gli occorreva collocare una molla nel suo cilindro, oppure alla potence se doveva incastrare qualche pietra. L’orologio da riparare lo teneva stretto den ¬≠tro una morsetta dalle gana ¬≠sce imbottite, oppure nel ca ¬≠vo di una mano, come un uc ¬≠cellino del quale stesse per operare il cuore.

Non avveniva mai che l’o ¬≠rologiaio, alzando il capo, si incontrasse con gli sguardi che lo fissavano attraverso la vetrina. Per niente infastidi ¬≠to, ma indifferente all’atten ¬≠zione altrui, lavorava con la calma e la tranquillit√† di un pittore che dipinga all’aperto senza curarsi di chi si ferma a guardar lui o il quadro, tanto √® convinto di quel che fa.

Sopra un tableau di velluto cremisi appoggiato al lato destro della vetrina, teneva in mostra sei o sette orologi nuovi, che si portava dietro dal negozio di Intra insieme agli strumenti principali e ai pezzi di ricambio.

Lavorava il martedì e il mercoledì, che era giorno di mercato, fino alle sette di se ­ra, poi chiudeva bottega e con la borsa di pelle nera nella quale portava gli orologi e gli strumenti, partiva col bat ­tello, non per Intra, ma per Cannobio, dove aveva un altro negozietto, in tutto simile a quello che teneva al mio paese. A Cannobio restava un giorno solo, perché il venerdì il sabato e il lunedì, li dedi ­cava al negozio principale, che era a Intra, nella via che scende dalla chiesa al porto.

 

*

 

Proprio al tempo in cui il Finetti apriva il suo recapi ¬≠to nel nostro paese, mio pa ¬≠dre, che aveva da vent’anni un Rosskopf di assoluta pre ¬≠cisione, ebbe la disgrazia, una mattina, di lasciarselo sfug ¬≠gire di mano. Nel tentativo di riagguantarlo, fin√¨ col dargli una manata che lo scagli√≤ fuori dal balcone.

Quando lo raccolse nella strada sottostante, non lo mi ¬≠se neppure all’orecchio per sentire se marciasse: nessun Rosskopf poteva resistere a un salto simile. Lo port√≤, cos√¨ come l’aveva raccattato da ter ¬≠ra, dal Finetti, che gli propose di buttarlo via e di com ¬≠perarne uno nuovo. Mio pa ¬≠dre si offese e fece alcune rimostranze, in seguito alle quali l’orologiaio s’impegn√≤ alla ricostruzione del Rosskopf, semprech√© avesse tro ¬≠vato i pezzi di ricambio, cio√® la cassa, il quadrante e una buona met√† del movimento. ¬ę E’ rimasta intatta √Ę‚ÄĒ gli dis ¬≠se √Ę‚ÄĒ- solo la catena ¬Ľ.

L’orologio scomparve nella borsa del Finetti, che il gior ¬≠no dopo lo port√≤ a Cannobio e poi a Intra.

Ogni settimana mio padre, che aveva quel solo orologio, andava al negozietto della Via Mercanti per averne notizie. Una volta seppe che si era trovata una cassa originale, un’altra che era arrivato il quadrante, un’altra ancora che era in viaggio il bilanciere. Do ¬≠po tre mesi mancava solo un pezzo minutissimo ma essen ¬≠ziale, detto stringilama o me ¬≠glio raquette, perch√© la no ¬≠menclatura dell’orologeria √® quasi tutta francese. Il Finetti era convinto di averne uno della misura giusta a Canno ¬≠bio o a Intra, dentro qualche scatoletta.

Stanco di aspettare, mio pa ¬≠dre lo raggiunse il giorno do ¬≠po a Cannobio, portandomi dietro per compagnia. Appe ¬≠na sbarcato, all’inizio di una strada che dal porto saliva verso la chiesa, vidi dietro una vetrina il Finetti, con la testa piegata sul tavolino e il tubetto nero del monocolo in ¬≠castrato nell’occhio destro. Mi pareva un secondo Finetti, in tutto uguale a quello che si vedeva di mercoled√¨ al mio paese, ma pi√Ļ grande e gros ¬≠so, come se il vetro attraverso il quale lo guardavo fosse una lente d’ingrandimento.

Lo stringilama, cercato in ogni scatolino e dentro tante cartine ripiegate, non venne fuori. ¬ę Stringilama, stringi ¬≠lama dove sei? ¬Ľ canticchiava il Finetti, che infine disse: ¬ę L’avr√≤ a Intra ¬Ľ.

Deluso e seccato, mio pa ¬≠dre torn√≤ a casa, e il giorno dopo, preso il battello per Intra comparve, tenendomi per mano, davanti a un grosso negozio a due vetrine sopra le cui aperture spiccava un’in ¬≠segna di quattro metri con scritto ¬ę Premiata orologeria di Metastasio Finetti ¬Ľ. Dietro la pi√Ļ larga delle due vetri ¬≠ne, seduto a un banco di la ¬≠voro, mi apparve un terzo Fi ¬≠netti, pi√Ļ piccolo degli altri e quasi striminzito. A quella vista mi persuasi che i Fi ¬≠netti erano tre, e che mio pa ¬≠dre, anche passando conti ¬≠nuamente dall’uno all’altro, non avrebbe mai pi√Ļ riavuto il suo orologio.

Invece il Finetti, chiamati in soccorso la moglie e il com ¬≠messo, si mise di buona vo ¬≠lont√† alla ricerca del pezzo. ¬ę Stringilama, stringilama do ¬≠ve sei? ¬Ľ canticchiava come al solito, mentre mio padre, poco convinto, lo guardava con sospetto. Finalmente da una bustina venne fuori lo stringilama. Era proprio una specie di racchetta lunga po ¬≠co pi√Ļ di un centimetro, che il Finetti infil√≤ sopra la contropietra superiore del bilan ¬≠ciere. Entrava di misura. Con due piccole viti fiss√≤ il pez ¬≠zo, poi con uno spazzolino diede una rapida passata ai meccanismi, chiuse la prima e la seconda cassa e porse il Rosskopf al suo difficile cliente.

 

*

 

Sul battello, nel viaggio di ritorno, mio padre cominci√≤ a guardare ogni cinque mi ¬≠nuti l’orologio, a soppesarlo e a palparlo. ¬ę Non √® pi√Ļ il mio Rosskopf ¬Ľ diceva. ¬ę Il mio era pi√Ļ leggero, pi√Ļ schiacciato… Questo √® uno scaldaletto! ¬Ľ E me lo mette ¬≠va in mano con tutta la ca ¬≠tena perch√© me ne convin ¬≠cessi.

A me pareva il medesimo con le stesse sfere d’oro matto, i grossi numeri delle ore, e in alto, sotto il dodici, la marca stampata a fuoco sulla porcellana quasi azzurra del quadrante: un cavallino nero dalla coda desinente in pesce inscritto dentro un fregio ros ¬≠so dove si leggeva torno tor ¬≠no, tra due piccole stelle, ¬ę H. Rosskopf & C. ¬Ľ

Pensai che a mio padre stesse capitando come a me col Finetti, che a Cannobio mi appariva pi√Ļ grande che al mio paese e a Intra addi ¬≠rittura piccolissimo, forse a causa della luce che sul lago varia da un luogo all’altro e a seconda delle ore, oppure per un miraggio della memoria, nella quale vedevamo, tanto io come lui, altrimenti che nel vero.


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