di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 10 settembre 1969]

Ho assistito recentemente, di là dalla cortina, a manife ­stazioni di giovani che chie ­devano venisse abolita la li ­bertà.
Benedetti ragazzi. Per me ­rito loro, sia pure con un ri ­tardo inconcepibile, l’intelli ­genza finalmente comincia a farsi strada in quegli sciagu ­rati paesi.

Si stenta infatti a capire come per oltre due secoli una larga parte dell’umanità co ­siddetta civile abbia inseguito ed adorato quel mito assurdo, supremamente irrazionale: che l’uomo, se libero, è più felice. Mentre tutto, intorno a noi, sta a dimostrare che la libertà è origine di disordine, inquie ­tudine, paure, malattie, immo ­ralità e tribolazioni di ogni genere. Torbida droga, veleno dei popoli.

Come mai i reggitori, lag ­giù, non hanno seguito, alla guisa degli scienziati, il meto ­do sperimentale? D’accordo che il cane, il coniglio, il por ­cellino d’India, il topo, non equivalgono all’uomo. Però quanti rimedi sono stati pro ­vati su di loro, che poi hanno risparmiato a noi una quanti ­tà di mali. Se avessero seguito lo stesso criterio si sarebbero accorti in tempo che la libertà è negativa agli effetti del be ­nessere umano.

Perché, ad esempio, non hanno considerato adeguata ­mente il comportamento del cane? Il cane domestico non si può certo dire libero, ep ­pure la sua esistenza â— an ­che quando il padrone ha scarsi mezzi â— si svolge di gran lunga più serena e sod ­disfacente che quella dei cani selvaggi, o lupi, esposti alle continue insidie delle intem ­perie, della fame, delle infe ­zioni, dei cacciatori e del caso.

E’ probabile che quei ba ­lordi governanti supponessero presenti nell’uomo delle facoltà â— di autosufficienza, autocontrollo, saggezza, equilibrio â— quali, se mai, potran ­no avverarsi, tutto andando per il meglio, fra due tremila anni. Non prima.

Per ora l’uomo libero giace in uno stato di orribile soli ­tudine, incertezza e insicurez ­za, in balia di continui dubbi e rimorsi, assillato dalla pau ­ra di sbagliare, oppresso dal ­l’angoscia di dover scegliere e decidere. E, sbandando qua e là come festuca al vento, si disperde e distrugge.

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Da noi, invece! E’ fin troppo ovvio che i governanti governano tanto meglio i cittadini quanto meglio li conoscono e ne possono quindi valutare il carattere, le capacità, e i difetti, i bisogni, i desideri. Ebbene, nel nostro benedetto paese, noi governanti riusciamo a conoscere, dei cittadini, quasi ogni pelo; e perciò siamo in grado, molto più che negli stolti paesi asserviti al mito della libertà, di provvedere ai loro reali bisogni. E’ lecito un paragone? Di là dalla cortina â— per quanto la cosa possa apparire assurda â— esistono ancora persone che credono in Dio. Il fenomeno è ampiamente provato. Esse affermano che tale fede procura grande forza d’animo di fronte alle avversità della, vita (a tanto può arrivare la superstizione!). Sono inoltre convinte che l’ipotetico essere da loro venerato sia onnipotente e si trovi dovunque, an ­che nella stanza più recondita, chiusa ermeticamente.

Non solo: grazie alla sua onnipresenza, il loro dio co ­noscerebbe ogni cosa. E da questa consapevolezza derive ­rebbero agli uomini senso di responsabilità e sprone a bene operare.

Il ragionamento senza dub ­bio fila. Ma per ottenere que ­sto, da noi, non si ha bisogno di folli fantasticherie. Tutto è organizzato con sistemi e stru ­menti oltremodo concreti. I quali permettono al governo, a noi governanti, di essere pu ­re onnipresenti.

Ogni cittadino, nel nostro paese, sa che ogni suo gesto, ogni suo respiro, non sfuggo ­no al vigile occhio, all’attento udito dei reggitori.

Confida egli a un amico le sue pene, le sue amarezze, i suoi dubbi? La sera stessa i superiori ne saranno accura ­tamente informati. Si accende, nel chiuso della famiglia, una discussione su non importa quale argomento? La moglie, o un figlio, o lui stesso saran ­no pronti a renderne edotte le autorità.

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Ma anche quando egli si trova solo e appartato, la sol ­lecitudine del governo non cesserà di accompagnarlo. Sia ­mo di gran lunga all’avan ­guardia nella produzione di minimicrofoni e minicinepre ­se, che hanno la dimensione di una capocchia di spillo e ancor meno: disseminati in ogni locale pubblico, ogni abi ­tazione, ogni strada, perfino in ogni tronco d’albero, ogni pietra di torrente, ogni zolla di piantagione, ogni ciuffo d’erba, anche sott’acqua. Cosicché nulla avviene all’insaputa degli organi amministrativi.

E credete che questa « violazione di intimità », come viene definita dai ridicoli cen ­sori d’oltre cortina, disturbi i cittadini? Al contrario. Se casualmente capita loro di danneggiare uno di quei graziosi apparecchietti â— cosa ben fa ­cile se si pensa al loro nu ­mero e alla loro piccolezza â— sentiste che telefonate affan ­nose perché si mandi qualcu ­no a ripararlo; manco se fos ­se venuto a mancare il riscal ­damento, l’acqua o la luce.

Insomma il cittadino si sa ben protetto e vigilato senza tregua, circondato da minu ­ziose cure, come neppure i malati importantissimi; egli prova la corroborante sensa ­zione di essere continuamente osservato, e guidato sulla ret ­ta via, inserito nel vivo corpo della società, in un posto pre ­ciso, con precise mansioni e responsabilità. Si sente sicu ­ro, tranquillo, solido, rispar ­miato dal velenoso supplizio dei dubbi e delle tentazioni avventurose.

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Resterebbe, si intende, la malaugurata libertà del pen ­siero. Ma vi si sta provveden ­do, senza contare che la sana abitudine alla diuturna e not ­turna assistenza governativa tende a spegnere, a poco a po ­co, anche le eventuali evasio ­ni cerebrali. Vi si sta provve ­dendo, ripeto, grazie alla ge ­nialità dei nostri scienziati; i quali infatti stanno mettendo a punto la meraviglia dell’evo moderno: lo psicospecchio, strumento elettronico capace appunto di registrare i pen ­sieri.

Una volta messo in opera su vastissima scala il prezioso apparecchio, anche le ultime frange di possibili capricci sa ­ranno eliminate. Allora la si ­curezza, la tranquillità, la se ­renità, regneranno sovrane. Il vero paradiso in terra, potre ­mo dire.

Sfido che la gioventù d’ol ­tre cortina, angustiata ancora dal cieco oscurantismo liber ­tario, si è alla fine risvegliata e guarda a noi con prometten ­te invidia.

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