di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, martedì 30 settembre 1969]
Le risposte che si danno a un intervistatore hanno il va lore che hanno, vanno prese con una buona dose di riser va. Comunque, quelle che ab biamo letto su un settimanale e messe in bocca a un celebre regista possono essere prese come campione, nel senso che riflettono un luogo comune e dei più deleteri. Interrogato a proposito dell’esplosione del sesso, il regista (che è Fellini) avrebbe a un certo punto detto: « Il sesso è una delle com ponenti della natura umana. Penso che l’attuale esplosione sessuale sia inevitabile. Era una cosa necessaria. Sono fa vorevole alla sdrammatizza zione, alla dissacrazione del sesso, anche quando questa esplosione passa attraverso spettacoli della rozzezza di Oh, Calcutta! Io sono contra rio ai film e ai libri pornogra fici e stupidi, ma sostengo che in Italia, per esempio, paese molto sottosviluppato sul pia no sessuale, la pornografia ha qualcosa di molto positivo, che scuoterà delle stratificazioni incancrenite ».
Fellini qui sembra pensare cose che tante volte abbiamo sentito ripetere senza una pro fonda convinzione ma piutto sto per polemica. Ora bisogna distinguere quello che è lo sta to del nostro paese e quella che è la strada giusta, vale a dire dei rimedi giusti. Che la volgarità e la stupidaggine possano essere accettate come medicine è – prima di tut to – una contraddizione. La volgarità è di per sé inerte, è stupida: tutt’al più potrà por tare fuori strada intelligenze mediocri, che non siano in grado di reagire in maniera opportuna. Ma non basta, la volgarità fatalmente produce volgarità, costituisce una pri ma piattaforma alla stanchez za e alla viltà dell’intelligenza. Quasi senza accorgersene uno spettatore indifeso – e indi feso lo è quando lo si accusa di essere rimasto alle abitudini e ai costumi dell’alto medio evo – finisce per adattarsi e per recepire suggestioni e modi di interpretare la vita che sono del tutto falsi e gratuiti.
La volgarità non aiuta a pensare, quindi non costituisce neppure un principio di rime dio. Al contrario contribuisce ad addormentare nell’avvili mento e nella forma più brutale di accettazione. E non siamo alla fine, la maggior parte delle volgarità che illustrano certo cinematografo o anche certa letteratura sono prodotti commerciali, puzzano di arti ficio lontano un miglio. Direi che spesso si è più colpiti dalla speculazione che non dall’in sidia morale che si nasconde sotto certe immagini o dietro certi discorsi. Si ha il sospetto che i produttori facciano di tutto per seguire una moda e, proprio perché mancano di qualsiasi giustificazione intel lettuale, siano pronti all’esage razione e alla mistificazione.
Anche il male è necessario, anzi a volte è indispensabile ma di questa santa verità né quel cinema né quella letteratura tengono alcun conto, di rei che la ignorano. E così se il male riconosciuto diventa fatalmente un limite, rappre senta un ostacolo e un fer mento di meditazione, il male camuffato e irriso non ha nes sun valore. Non per nulla tut ti questi spettacoli passano inoffensivi; non sono quella medicina a cui sembra allu dere Fellini.
Che l’errore sia di natura industriale, ne abbiamo una riprova anche quando il film è firmato da un vero regista e non appena da un mestieran te. Valga il caso della Prigioniera di Clouzot dove lo spet tatore è invitato ad assistere a una vera e propria lezione di erotismo. Ma si badi al modo, si guardi un po’ più da vicino quello che è lo spirito del re gista e non si potrà non rico noscere che il film è viziato alla base da una profonda e smaccata assenza di convin zione. In altre parole, il regi sta getta nel calderone anche il materiale della perversione sessuale ma alla stregua di altri strumenti che obbediscono alla voga del momento. La stessa soluzione avanzata dal regista sta a contraddire la le zione del peccato e della per versione: cioè, il registro dei sentimenti buoni viene messo – e inutilmente – sullo stes so piano di quello dei senti menti cattivi. Non c’è una vera scelta, direi che non c’è nep pure una esatta nozione del male.
Ma il problema posto da Fellini ci costringe alla solita domanda: un film di questo genere aiuta lo spettatore a li berarsi dai suoi tabù, supposto che ne abbia? Ne dubito for temente, perché quando in un’opera ci sono solo conflitti immaginari, quando le cose non siano state veramente ag gredite dal di dentro nell’ani mo dello spettatore restano soltanto certe sequenze, a di rittura immagini separate. Ora queste immagini che per forza di cose sono quelle delle scene più audaci o calcolate come tali hanno solo una funzione di puntualizzazione, nel senso che corrispondono a quelle che aveva già anticipato lo spettatore dentro di sé. Lo spettaco lo è una conferma, una cosa molto diversa dallo stimolo o dalla sollecitazione. Si resta a un quadro bloccato dall’im maginazione mentre non si fa un passo avanti sulla strada della verità.
Qui la questione andrebbe allargata e dovremmo prende re come esempi altri modi ar tistici che hanno avuto per l’appunto quella funzione au spicata da Fellini di medicina dei costumi. Una questione molto grossa e sulla quale scrittori come Gide non sem pre hanno avuto la partita vin ta. Nessuno vorrà negare che certe confessioni gidiane ab biano contribuito a liberare un certo tipo di uomo, ma se guardiamo meglio come stan no le cose, ci sarà assai arduo sostenere che Gide tutte le vol te si è battuto per la verità, senza cadere nella trappola della compiacenza. Comun que, in Gide, specialmente nel primo, c’era sempre il riscatto della sofferenza. Il suo grido, le sue invocazioni di libertà scaturivano da anni di lotta e se magari si notava in certi suoi atteggiamenti una buona dose di sfida, c’era però subito dopo il soccorso della coscien za. Gide per poter dire di es sere veramente libero, ha do vuto uccidere dentro di sé la memoria cristiana, in altre pa role ha dovuto gettare a mare la parte più nobile della sua esistenza. E l’ultima maschera dello scrittore non sembra fat ta né per consolare né per dar forza agli altri.
Ma in questi episodi, ahimè in questa ormai consacrata abitudine delle false libertà di quali lotte si può parlare, di quali drammi si deve tener conto? Il linguaggio da ado perare è molto più semplice: qui a un nulla si tenta di so stituire un altro nulla. Altro che modificare il costume: non è cambiando d’abiti che si corregge una natura, bensì andandoci dentro, cercando di vedere quali siano le sue con dizioni reali e, di conseguen za, le sue esigenze. La fiera della volgarità, a cui purtrop po non sfuggono neppure re gisti e scrittori che obbedisco no a una vocazione e non sol tanto a un capriccio del mo mento, lavora soltanto per il progressivo e costante ristupidimento, per accrescere una sordità morale che fa della vi ta un semplice atto di recezio ne a qualunque livello e a qualunque prezzo. Per un cuo re volgare non c’è speranza né di riscatto né di resurrezione, è un cuore che ha abdicato e che ha accettato di sostituire il lazzo alla parola come ter mine di fiducia, come segno di una fede comune.
Fellini aggiunge: « come re gista, mi imbarazza il fatto che il cinema italiano si identifichi con questa ondata di porche rie. Ma come cittadino spero che questi film abbiano il pubblico più numeroso possibile e che siano proiettati ovun que, nei monasteri, nei conventi ».
Ho l’impressione che il re gista sbagli anche qui. Il pub blico sarà proprio così dispe rato, così privo di ogni mini ma risorsa critica? Dalle rea zioni che uno spettatore può cogliere in certe sale si direb be che esista una capacità istintiva o di umorismo o di insofferenza per cui i limiti della volgarità sostanziale so no immediatamente ricono sciuti e dichiarati. Senza con tare – polemica a parte – che classificazioni così generi che non vogliono dire nulla, non fanno autorità. Chi cono sce lo stato reale del pubbli co? Chi potrebbe dire che nel cuore di certi spettatori non si nascondano degli infermi ben più disperanti di quelli rap presentati sulla scena, e so prattutto più veri, più auten tici? Si aggiunga che il più delle volte tali spettacoli si presentano e si condannano da sé perché peccano vergo gnosamente di abuso di credi bilità. E non c’è materia co me questa dell’erotismo che esiga misura e controllo. Una parola in più e il meccanismo è rotto: ora qui di parole sba gliate c’è spreco.
Infine a voler mescolare Sade e vita quotidiana c’è pe ricolo di fare dei « fumetti » con l’unico risultato di rove sciare la letteratura nera in letteratura rosa. Che è poi l’u nico risultato riconoscibile fino ad oggi dopo anni di esplosioni sessuali: quando tutto viene regolato su un uni co registro, si perde il rappor to critico e a poco a poco si diventa insensibili. Il contra rio di quello che auspicano i profeti del nuovo costume e della nuova morale.
Commenti
Una risposta a “La medicina della volgarità #4/6”
Questa meravigliosa e profonda pagina di Carlo Bo mi consola, e rafforza enormemente i miei convincimenti. Convincimenti già espressi e talvolta criticati in altre pagine della rivista. Non è con la volgarità (sessuale o della parola) che si costruisce il vero progresso spirituale dell’uomo. A questo proposito vorrei citare un breve pensiero di Gramsci: “L’uomo ha lavorato enormemente per ridurre l’elemento ‘sesso’ ai suoi veri limiti. Lasciare che esso di nuovo si dilati a scapito dell’intelligenza è prova di imbestialimento, non certo di elevazione spirituale”
Gian Gabriele Benedetti