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LETTERATURA: I MAESTRI: La medicina della volgarità #4/6

9 Febbraio 2009

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, marted√¨ 30 settembre 1969]

Le risposte che si danno a un intervistatore hanno il va ¬≠lore che hanno, vanno prese con una buona dose di riser ¬≠va. Comunque, quelle che ab ¬≠biamo letto su un settimanale e messe in bocca a un celebre regista possono essere prese come campione, nel senso che riflettono un luogo comune e dei pi√Ļ deleteri. Interrogato a proposito dell’esplosione del sesso, il regista (che √® Fellini) avrebbe a un certo punto detto: ¬ę Il sesso √® una delle com ¬≠ponenti della natura umana. Penso che l’attuale esplosione sessuale sia inevitabile. Era una cosa necessaria. Sono fa ¬≠vorevole alla sdrammatizza ¬≠zione, alla dissacrazione del sesso, anche quando questa esplosione passa attraverso spettacoli della rozzezza di Oh, Calcutta! Io sono contra ¬≠rio ai film e ai libri pornogra ¬≠fici e stupidi, ma sostengo che in Italia, per esempio, paese molto sottosviluppato sul pia ¬≠no sessuale, la pornografia ha qualcosa di molto positivo, che scuoter√† delle stratificazioni incancrenite ¬Ľ.
Fellini qui sembra pensare cose che tante volte abbiamo sentito ripetere senza una pro ¬≠fonda convinzione ma piutto ¬≠sto per polemica. Ora bisogna distinguere quello che √® lo sta ¬≠to del nostro paese e quella che √® la strada giusta, vale a dire dei rimedi giusti. Che la volgarit√† e la stupidaggine possano essere accettate come medicine √® – prima di tut ¬≠to – una contraddizione. La volgarit√† √® di per s√© inerte, √® stupida: tutt’al pi√Ļ potr√† por ¬≠tare fuori strada intelligenze mediocri, che non siano in grado di reagire in maniera opportuna. Ma non basta, la volgarit√† fatalmente produce volgarit√†, costituisce una pri ¬≠ma piattaforma alla stanchez ¬≠za e alla vilt√† dell’intelligenza. Quasi senza accorgersene uno spettatore indifeso – e indi ¬≠feso lo √® quando lo si accusa di essere rimasto alle abitudini e ai costumi dell’alto medio ¬≠evo – finisce per adattarsi e per recepire suggestioni e modi di interpretare la vita che sono del tutto falsi e gratuiti.
La volgarit√† non aiuta a pensare, quindi non costituisce neppure un principio di rime ¬≠dio. Al contrario contribuisce ad addormentare nell’avvili ¬≠mento e nella forma pi√Ļ brutale di accettazione. E non siamo alla fine, la maggior parte delle volgarit√† che illustrano certo cinematografo o anche certa letteratura sono prodotti commerciali, puzzano di arti ¬≠ficio lontano un miglio. Direi che spesso si √® pi√Ļ colpiti dalla speculazione che non dall’in ¬≠sidia morale che si nasconde sotto certe immagini o dietro certi discorsi. Si ha il sospetto che i produttori facciano di tutto per seguire una moda e, proprio perch√© mancano di qualsiasi giustificazione intel ¬≠lettuale, siano pronti all’esage ¬≠razione e alla mistificazione.
Anche il male è necessario, anzi a volte è indispensabile ma di questa santa verità né quel cinema né quella letteratura tengono alcun conto, di rei che la ignorano. E così se il male riconosciuto diventa fatalmente un limite, rappre ­senta un ostacolo e un fer ­mento di meditazione, il male camuffato e irriso non ha nes ­sun valore. Non per nulla tut ­ti questi spettacoli passano inoffensivi; non sono quella medicina a cui sembra allu ­dere Fellini.
Che l’errore sia di natura industriale, ne abbiamo una riprova anche quando il film √® firmato da un vero regista e non appena da un mestieran ¬≠te. Valga il caso della Prigioniera di Clouzot dove lo spet ¬≠tatore √® invitato ad assistere a una vera e propria lezione di erotismo. Ma si badi al modo, si guardi un po’ pi√Ļ da vicino quello che √® lo spirito del re ¬≠gista e non si potr√† non rico ¬≠noscere che il film √® viziato alla base da una profonda e smaccata assenza di convin ¬≠zione. In altre parole, il regi ¬≠sta getta nel calderone anche il materiale della perversione sessuale ma alla stregua di altri strumenti che obbediscono alla voga del momento. La stessa soluzione avanzata dal regista sta a contraddire la le ¬≠zione del peccato e della per ¬≠versione: cio√®, il registro dei sentimenti buoni viene messo – e inutilmente – sullo stes ¬≠so piano di quello dei senti ¬≠menti cattivi. Non c’√® una vera scelta, direi che non c’√® nep ¬≠pure una esatta nozione del male.
Ma il problema posto da Fellini ci costringe alla solita domanda: un film di questo genere aiuta lo spettatore a li ¬≠berarsi dai suoi tab√Ļ, supposto che ne abbia? Ne dubito for ¬≠temente, perch√© quando in un’opera ci sono solo conflitti immaginari, quando le cose non siano state veramente ag ¬≠gredite dal di dentro nell’ani ¬≠mo dello spettatore restano soltanto certe sequenze, a di ¬≠rittura immagini separate. Ora queste immagini che per forza di cose sono quelle delle scene pi√Ļ audaci o calcolate come tali hanno solo una funzione di puntualizzazione, nel senso che corrispondono a quelle che aveva gi√† anticipato lo spettatore dentro di s√©. Lo spettaco ¬≠lo √® una conferma, una cosa molto diversa dallo stimolo o dalla sollecitazione. Si resta a un quadro bloccato dall’im ¬≠maginazione mentre non si fa un passo avanti sulla strada della verit√†.
Qui la questione andrebbe allargata e dovremmo prende ¬≠re come esempi altri modi ar ¬≠tistici che hanno avuto per l’appunto quella funzione au ¬≠spicata da Fellini di medicina dei costumi. Una questione molto grossa e sulla quale scrittori come Gide non sem ¬≠pre hanno avuto la partita vin ¬≠ta. Nessuno vorr√† negare che certe confessioni gidiane ab ¬≠biano contribuito a liberare un certo tipo di uomo, ma se guardiamo meglio come stan ¬≠no le cose, ci sar√† assai arduo sostenere che Gide tutte le vol ¬≠te si √® battuto per la verit√†, senza cadere nella trappola della compiacenza. Comun ¬≠que, in Gide, specialmente nel primo, c’era sempre il riscatto della sofferenza. Il suo grido, le sue invocazioni di libert√† scaturivano da anni di lotta e se magari si notava in certi suoi atteggiamenti una buona dose di sfida, c’era per√≤ subito dopo il soccorso della coscien ¬≠za. Gide per poter dire di es ¬≠sere veramente libero, ha do ¬≠vuto uccidere dentro di s√© la memoria cristiana, in altre pa ¬≠role ha dovuto gettare a mare la parte pi√Ļ nobile della sua esistenza. E l’ultima maschera dello scrittore non sembra fat ¬≠ta n√© per consolare n√© per dar forza agli altri.
Ma in questi episodi, ahim√® in questa ormai consacrata abitudine delle false libert√† di quali lotte si pu√≤ parlare, di quali drammi si deve tener conto? Il linguaggio da ado ¬≠perare √® molto pi√Ļ semplice: qui a un nulla si tenta di so ¬≠stituire un altro nulla. Altro che modificare il costume: non √® cambiando d’abiti che si corregge una natura, bens√¨ andandoci dentro, cercando di vedere quali siano le sue con ¬≠dizioni reali e, di conseguen ¬≠za, le sue esigenze. La fiera della volgarit√†, a cui purtrop ¬≠po non sfuggono neppure re ¬≠gisti e scrittori che obbedisco ¬≠no a una vocazione e non sol ¬≠tanto a un capriccio del mo ¬≠mento, lavora soltanto per il progressivo e costante ristupidimento, per accrescere una sordit√† morale che fa della vi ¬≠ta un semplice atto di recezio ¬≠ne a qualunque livello e a qualunque prezzo. Per un cuo ¬≠re volgare non c’√® speranza n√© di riscatto n√© di resurrezione, √® un cuore che ha abdicato e che ha accettato di sostituire il lazzo alla parola come ter ¬≠mine di fiducia, come segno di una fede comune.
Fellini aggiunge: ¬ę come re ¬≠gista, mi imbarazza il fatto che il cinema italiano si identifichi con questa ondata di porche ¬≠rie. Ma come cittadino spero che questi film abbiano il pubblico pi√Ļ numeroso possibile e che siano proiettati ovun ¬≠que, nei monasteri, nei conventi ¬Ľ.
Ho l’impressione che il re ¬≠gista sbagli anche qui. Il pub ¬≠blico sar√† proprio cos√¨ dispe ¬≠rato, cos√¨ privo di ogni mini ¬≠ma risorsa critica? Dalle rea ¬≠zioni che uno spettatore pu√≤ cogliere in certe sale si direb ¬≠be che esista una capacit√† istintiva o di umorismo o di insofferenza per cui i limiti della volgarit√† sostanziale so ¬≠no immediatamente ricono ¬≠sciuti e dichiarati. Senza con ¬≠tare – polemica a parte – che classificazioni cos√¨ generi ¬≠che non vogliono dire nulla, non fanno autorit√†. Chi cono ¬≠sce lo stato reale del pubbli ¬≠co? Chi potrebbe dire che nel cuore di certi spettatori non si nascondano degli infermi ben pi√Ļ disperanti di quelli rap ¬≠presentati sulla scena, e so ¬≠prattutto pi√Ļ veri, pi√Ļ auten ¬≠tici? Si aggiunga che il pi√Ļ delle volte tali spettacoli si presentano e si condannano da s√© perch√© peccano vergo ¬≠gnosamente di abuso di credi ¬≠bilit√†. E non c’√® materia co ¬≠me questa dell’erotismo che esiga misura e controllo. Una parola in pi√Ļ e il meccanismo √® rotto: ora qui di parole sba ¬≠gliate c’√® spreco.
Infine a voler mescolare Sade e vita quotidiana c’√® pe ¬≠ricolo di fare dei ¬ę fumetti ¬Ľ con l’unico risultato di rove ¬≠sciare la letteratura nera in letteratura rosa. Che √® poi l’u ¬≠nico risultato riconoscibile fino ad oggi dopo anni di esplosioni sessuali: quando tutto viene regolato su un uni ¬≠co registro, si perde il rappor ¬≠to critico e a poco a poco si diventa insensibili. Il contra ¬≠rio di quello che auspicano i profeti del nuovo costume e della nuova morale. ¬†


Letto 1852 volte.
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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Febbraio 2009 @ 21:56

    Questa meravigliosa e profonda pagina di Carlo Bo mi consola, e rafforza enormemente i miei convincimenti. Convincimenti gi√† espressi e talvolta criticati in altre pagine della rivista. Non √® con la volgarit√† (sessuale o della parola) che si costruisce il vero progresso spirituale dell’uomo. A questo proposito vorrei citare un breve pensiero di Gramsci: ‚ÄúL’uomo ha lavorato enormemente per ridurre l’elemento ‚Äėsesso’ ai suoi veri limiti. Lasciare che esso di nuovo si dilati a scapito dell’intelligenza √® prova di imbestialimento, non certo di elevazione spirituale‚ÄĚ
    Gian Gabriele Benedetti

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