La parte del lettore

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì 9 novembre 1967]

Rinascita (6 ottobre) apre un’in ­chiesta su chi sia il reale destinatario dell’opera letteraria, e pubblica, do ­po una nota introduttiva di Gian Car ­lo Ferretti, alcuni interventi di vario interesse (Caruso, Gallino, Giudici, Lunetta, Volponi). Edoardo Sanguineti, nella sua intervista alla Fiera let ­teraria (19 ottobre) si sofferma ab ­bastanza a lungo sul tema di chi sia il « committente » dell’opera lettera ­ria cui lo scrittore risponde, cui de ­stina il suo lavoro e la sua parola. Nella recente traduzione italiana de Lo spazio letterario di Maurice Blan ­chot (ed. Einaudi, trad. Gabriella Zanobetti, con una nota di Guido Neri), si leggono pagine raffinatissime sulla lettura e la comunicazione; mentre altri suggerimenti indiretti ci vengo ­no da un limpido e utile libro di Ezio Raimondi (ed. Einaudi: Tecniche della critica letteraria). Il tema è dun ­que di attualità, e merita qualche nota di cronaca.

Nell’Italia contemporanea, il « per chi si scrive » ha un’origine etico-po ­litica. Il suo passo d’avvio fu l’« an ­dare al popolo » su cui ancora si sof ­fermava uno scrittore come il Pavese. Esso presupponeva un « popolo » ver ­so il quale la letteratura, abituata, come diceva il Vittorini, a un « im ­pulso consacratorio » dell’ordine so ­ciale e culturale esistente, e ancora carica di privilegi e carismi oracolari, doveva sentirsi « responsabile ». L’ac ­cento primario di tale esigenza era di natura morale, e sfociava diretta- mente nel moralismo, e addirittura nell’intimidazione. Il Sanguineti osser ­va brutalmente (e giustamente) nel ­la sua intervista che nel dopoguerra uno dei « committenti » dello scritto ­re era il partito comunista; non certo il meno autorevole, e autoritario.

Si trattava di una posizione abba ­stanza rozza se pure per molti aspet ­ti inevitabile, e che prescindeva quasi totalmente dalla letteratura co ­me valore e ricerca autonomi. In real ­tà, mentre da un lato la letteratura, per un malinteso ossequio alla socia ­lità, si prestava a farsi strumentalizza ­re, dall’altro lato denunciava una sconfinata presunzione nel porsi come la più qualificata interlocutrice del « popolo » nei confronti della realtà. Nel « per chi si scrive » era scontato non solo un « indirizzarsi a », ma an ­che uno scrivere « a favore di ». La letteratura era considerata sì un ser ­vizio, ma un illuministico servizio.

La situazione di oggi è radicalmen ­te mutata, soprattutto per due ordini di motivi. Si sono introdotte, nella considerazione dei fatti letterari, no ­zioni molto più sottili sul linguag ­gio come un in sé, che, in linea di principio almeno, non abbisogna di particolari destinatari, di una storia successiva al suo esser posto in es ­sere dall’opera d’arte, poiché la sua facoltà di comunicare è intesa come connaturale con la sua intima legge e struttura. E d’altro canto il concet ­to di « consumo » si è esteso anche al campo dei prodotti dell’arte, e il rapporto di « fruizione » di un’opera, di un libro, viene sottoposto imme ­diatamente al mutevole corso dei va ­lori proprio dei fatti di mercato. Il dibattito letterario si avvolge nelle spire di codeste due esigenze con ­traddittorie, da entrambe le quali pe ­raltro esula oramai ogni concetto di « responsabilità ».

Anche i comunisti di Rinascita non parlano più di « popolo » ma di « pub ­blico », di interlocutore per lo scrit ­tore, che dev’essere individuato in un rapporto reale; arrivano a chiedersi se veramente lo scrittore abbia « una funzione sociale », e concludono con molta misura la loro introduzione al ­l’inchiesta ricordando « l’idea di Proust che il pubblico vero di un’ope ­ra originale viene formato lentamente dall’opera stessa ».

Se vogliamo ritrovare lo scatto di una ringiovanita fedeltà all’impegno sociale (il « contro-impegno », come lo definiva), occorre risalire al Vittori ­ni; egli asseriva (1965) che « Non è l’esprimersi che importa di più. Quel ­lo che più importa è l’esprimere », offrendo con questa formula antiro ­mantica una moderna definizione del contenutismo. Da cui poi deriva una svalutazione dello scrittore, ridotto a svolgere una « funzione mediatrice », in un mondo nel quale, a suo vede ­re, « sono quasi soltanto gli scienziati che informano », che sono all’origine, cioè, dell’« esprimere ».

In sostanza il Vittorini non insiste ­va più sul tema della letteratura di contestazione, ma si trasferiva sul vecchio piano, vociano e prevociano, della contestazione alla letteratura. In lui poi, che rimane l’esempio uma ­namente più ricco e generoso delle nostre contraddizioni, consisteva un atteggiamento correttivo od opposto alla sfiducia antiletteraria poco prima enunciato: e negli stessi anni (1964) teorizzava una letteratura dotata di forza « congetturale » traguardo di ogni sperimentalismo, quella cioè che è capace di lasciare al lettore « una possibilità di scelta tra varie conget ­ture sulla realtà ». Letteratura dun ­que come proposta, come ipotesi, da assimilarsi, in questo suo metodo, al ­la scienza. Scrivere uguale collabora ­re a una sempre aperta congettura sul mondo. Alla domanda « per chi si scrive », la risposta è: per il lettore curioso della realtà, per renderlo sem ­pre più consapevolmente curioso.

Siamo, come si vede, in una zona di ancora piena significazione morale. Un passo avanti, ed ecco il Sangui ­neti riconoscere il suo « committen ­te » nell’intellettuale moderno, anzi nei « gruppi intellettuali », i quali sfuggono al determinismo classista e a qualsiasi condizionamento della lo ­ro posizione sociale, perché per defi ­nizione sono verso la società, di qual ­siasi tipo essa sia, in atteggiamento di dissenso programmatico, esisten ­ziale, « rifiutando di farsi coinvolge ­re ». La letteratura è una rivoluzione permanente; relatività dei destinatari per lo scrittore, e strategia del dis ­senso. Anche se il concetto di « com ­mittente », usato dal Sanguineti, si giustifica in un ambito di materiali ­smo storico, esso è adoperato per ar ­rivare a risultati di estrema aristo ­crazia intellettuale.

Giorgio Manganelli (Il Giorno 13 settembre 1967) vuole fondare una nuova retorica su codeste basi aristo ­cratiche: « l’inanità è l’eroica essenza del tragico fascino della letteratura »; « fare letteratura è un’attività artifi ­ciale… (che) insegna la diffidenza per il                 messaggio, per il sentimento, l’in ­differenza per la sincerità »; tende a « costringere il linguaggio a tempera ­ture innaturali…, renderlo impratico, anche mostruoso…, restituirgli la sua deforme, minatoria, innaturale liber ­tà ». Si scrive dunque per se stessi, o anche contro se stessi? « La scrittura (di uno scrittore), cita Paolo Volpo ­ni dal Barthes nel suo intervento su Rinascita, la scrittura è un modo dì pensare la letteratura, non di divul ­garla ». E Giovanni Giudici aggiunge che « l’artista vero è tale proprio per ­ché non ha un pubblico nel senso con ­sumistico del termine: il suo più pro ­babile pubblico in tale accezione è semmai un pubblico imprevedibile e remoto, più di cromosomi futuri che di persone presenti ». Ma qui sembra che il cerchio si chiuda: mi sbaglio, o queste stesse cose, con altre parole, le avrebbe accettate anche Benedetto Croce?

Un’analoga impressione di lungo periplo verso le origini si ricava dal ­le pagine di prodigiosa eleganza del Blanchot: estenuanti nel loro labirin ­tico ricamo tra le antinomie appa ­renti dell’ambiguità, ma, pur in una loro certa sinuosa superfluità del dettato, affascinanti per la loro penetra ­zione. « La parte del lettore » egli af ­ferma, « o ciò che diventerà, una vol ­ta fatta l’opera, potere o possibilità di leggere, è già presente nella gene ­si dell’opera… e lo scrittore diventa l’intimità nascente del lettore ancora infinitamente futuro. (La lettura) per ­mette l’affermazione che l’opera è â— e niente altro ».

Anche qui un crociano potrebbe consentire senza troppa difficoltà, e risentire l’aria domestica dell’univer ­sale come attributo dell’arte. Ma se allora dicessimo che « per chi si scri ­ve » è un falso problema? Se ci ri ­portassimo alla nozione della creativi ­tà dell’arte, che ingloba i possibili let ­tori, li determina, li mette in condi ­zioni di ri-crearla â— e non soltanto di «consumarla »? Se in realtà l’artista, pagato il suo tributo alla storia come uomo e persona che vive in un certo tempo della storia, fosse poi in defini ­tiva il vero committente di se stes ­so? Uno dei postulati più semplici in cui, nel mio modesto empirismo, mi sento di credere senza incertezze, è che « Dante ha creato i “tempi di Dante” »; e non viceversa, come vor ­rebbero farci credere certi professori.

Il piccolo mercato della sociologia dell’arte conviene solo ai piccoli scrit ­tori. E’ probabile che il vero messag ­gio dell’arte non abbia un concreto indirizzo, ma sia un arbitrio origina ­rio, una scommessa contro la logica apparente della storia, e sicuramente contro la legge delle analogie, « una novità tanto forte da essere un’alterna ­tiva alla realtà » (Volponi). « Il libro che ha origine nell’arte », dice ancora il Blanchot « non ha garanzia nel mondo ». Allo stesso modo, verrebbe spon ­taneo di aggiungere, che la libertà non ha dalla sua il tempo ma l’eterno.

Mi accorgo tuttavia che con questo discorso sono andato troppo oltre i li ­miti di cronaca che a me spettano. La domanda « per chi si scrive » non è omologa, è profondamente diversa dalla domanda « perché non si scrivo ­no capolavori », che La fiera lettera ­ria propone agli scrittori italiani nel ­le sue interviste. La prima domanda è pertinente per lo scrittore come membro di una società letteraria, che ha dei doveri verso il pubblico e ver ­so quell’opinione media sui fatti del ­la letteratura che costituisce il clima, la temperatura culturale di un am ­biente. La seconda domanda appartie ­ne di diritto soltanto ai grandi scritto ­ri, che, come suggeriva amabilmente Giulio Preti su queste colonne (19 ottobre), non sappiamo neppure se siamo in grado di riconoscere.

Chiuderò dunque subito a mio sco ­rno questa divagazione riprendendo un’amara battuta del pirandelliano I giganti della montagna, una molto umana parafrasi del teorema della non comunicabilità: « Caro giovanotto, ognuno di noi parla, e dopo avere par ­lato, riconosciamo quasi sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disil ­lusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo avere ab ­baiato a un’ombra ».

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