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LETTERATURA: I MAESTRI: Palazzeschi insegna l’avanguardia agli avanguardisti

30 Giugno 2016

di Geno Pampaloni
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 26, gioved√¨ 29 giugno 1967. Da questo numero inizia la direzione di Manlio Cancogni, che succede a Diego Fabbri]

Il critico militante √® accusato, non di rado con qualche ragione, di ecces ¬≠siva indulgenza; gli riesce quasi sem ¬≠pre difficile tener ferme le indispen ¬≠sabili gerarchie di valori nel panora ¬≠ma letterario contemporaneo; √® porta ¬≠to a sopravvalutare le intenzioni e le aspirazioni degli scrittori in confron ¬≠to ai risultati artistici; e del resto le estetiche pi√Ļ accreditate e attuali met ¬≠tono in dubbio l’esistenza stessa o l’at ¬≠tendibilit√† oggettiva dei ¬ę risultati ¬Ľ, ai quali √® anteposta l’importanza del ¬≠la ¬ę ricerca ¬Ľ in termini di cultura. Il ¬ę gusto ¬Ľ, di cui un tempo si faceva gran conto, si √® ridotto a una dimen ¬≠sione (o, come anche si dice, a un ¬ę approccio ¬Ľ ) sempre pi√Ļ privata e irrilevante. E, insomma, quanto pi√Ļ doviziosa e in molti casi stimolante √® divenuta la parte critica dell’infor ¬≠mazione, tanto pi√Ļ ardua e disperata si √® fatta la funzione critica del ¬≠l’orientamento, merce sempre meno richiesta, e, dopo tutto, anche un tan ¬≠tino ridicola da tentare di imporre.

Tra i libri di narrativa (adoperan ¬≠do qui la parola nella sua accezione pi√Ļ ampia, indifferenziata e ambigua per ricchezza di significati come oggi √® necessario: comunicazione creativa espressa in prosa); tra i libri di nar ¬≠rativa dei nostri contemporanei ce ne sono alcuni che si propongono quale obiettivo primario di essere accetti al grande pubblico, o addirittura (co ¬≠me si √® appreso a un recente conve ¬≠gno di scrittori) che vengono scritti con il deliberato proposito di parteci ¬≠pare, possibilmente vincendolo, a un premio letterario; sono in genere i li ¬≠bri che ci interessano di meno. Altri si indirizzano precipuamente a con ¬≠fermare la validit√† di un’estetica o di una ¬ę poetica ¬Ľ, di un’idea della lette ¬≠ratura; e tra questi, per irritanti che possano risultare, ce ne sono di degni di molta considerazione e rispetto. Al ¬≠tri ancora si ingegnano (si ¬ę impegna ¬≠no ¬Ľ ), sorretti da una pi√Ļ o meno ma ¬≠tura passione ideologica, a mettere a fuoco il significato e il senso del tem ¬≠po in cui viviamo; e qui devo confes ¬≠sare che tutta la mia formazione mi porta a una istintiva simpatia nei lo ¬≠ro riguardi, sorvolando talora sugli ec ¬≠cessi delle problematiche.

Altri ancora sono ispirati da un no ¬≠bile sentimento degli universali, dalla necessit√†, per antica matrice spiritua ¬≠le, di esprimere l’emozione del loro autore di fronte al mondo e alla vita; e sono quelli che stringono pi√Ļ da vicino, rischiosamente, gli scoscendi ¬≠menti e i solitari camminamenti che portano alla poesia. E ce ne sono in ¬≠fine altri, quanto mai rari, che per una sorta di grazia naturale e di mi ¬≠racolosa solidit√† interna si fanno rico ¬≠noscere di colpo e direi quasi oggettualmente toccare quali realt√† lettera ¬≠rie vere e proprie.

Un caso davvero fortunato ci fa co ¬≠minciare la nostra quindicinale rasse ¬≠gna libraria con un libro di quest’ultima specie. Il primo, essenziale giu ¬≠dizio che si pu√≤ dare de II Doge di Aldo Palazzeschi (ed. Mondadori, pagg. 188, L. 2000) √® infatti questo, che si tratta di uno di quei libri che passano direttamente dalle macchine della tipografia alla storia letteraria.

¬ę Nelle prime ore della mattina e dai punti strategici della citt√†, gli al ¬≠toparlanti annunziarono che alle do ¬≠dici precise alla Loggia del Palazzo Ducale si sarebbe affacciato il Doge ¬Ľ. Prende inizio cos√¨ la straordinaria fa ¬≠randola. Tutta Venezia si riversa nel ¬≠le calli e nei campielli, converge ver ¬≠so il Palazzo, in un intrecciarsi e mol ¬≠tiplicarsi di ¬ę voci ¬Ľ assurde, ingenue, contraddittorie, esaltate. Che cosa an ¬≠nuncer√† il Doge, affacciandosi dopo secoli a salutare la folla? Uno spet ¬≠tacoloso evento di fortuna o un’orren ¬≠da calamit√†? Tutti hanno da dire la loro, i candidi, gli entusiasti, i timora ¬≠ti, i pessimisti; n√© mancano i soliti bene informati: ¬ę da un momento al ¬≠l’altro ¬Ľ, insinua un autorevole turista forte della perfetta conoscenza della lingua italiana, ¬ę a quella Loggia si sa ¬≠rebbe presentato il Papa con la mo ¬≠glie ¬Ľ.

Ma, scoccati invano i dodici solen ¬≠ni rintocchi di mezzogiorno dall’orolo ¬≠gio di Piazza, il Doge non appare. E tuttavia la tensione non si allenta. La delusione, nella gente, √® ben presto sostituita dal fiorire delle congetture sulla mancata apparizione. Timore del Doge per la gravit√† dell’annuncio che avrebbe dovuto dare? Malore? O in ¬≠disponibilit√† della Dogaressa, eterea e delicata creatura, uscita malconcia dalle due battaglie coniugali cui il Do ¬≠ge, uomo di spaventosa virilit√†, l’ha sottoposta ( ¬ę davano per sicuro che il brutale sbatacchiamento, naturalissi ¬≠mo d’altra parte, fosse pervenuto que ¬≠sta volta a proporzioni mai raggiunte, micidiali da incutere terrore, in spe ¬≠cial modo per coloro che amano la temperanza, la tenerezza, i modi deli ¬≠cati nell’amore ¬Ľ)?

Cos√¨, anche il giorno dopo, quando gli altoparlanti, senza far cenno allo scacco della vigilia, rinnovano l’an ¬≠nuncio dell’apparizione del Doge per le ore dodici, una folla strabocchevo ¬≠le e ansiosa si accalca sotto la Log ¬≠gia, blocca il traffico (le valigie dei turisti in arrivo e impediti di transi ¬≠tare si assiepano sulla riva come una mostruosa muraglia). Ma questa vol ¬≠ta, dopo che il Doge si √® rifiutato di nuovo all’appuntamento, nella folla sbigottita domina un presagio sinistro: si ha certezza che il Doge si ripro ¬≠mette di annunziare che ¬ę da quel mo ¬≠mento √® aperta ufficialmente la rivo ¬≠luzione ¬Ľ. ¬ę Le finestre veneziane so ¬≠no altrettante bocche che facilmente si aprono per rimanere aperte senza limite di tempo ¬Ľ, osserva l’autore in una pagina delle pi√Ļ gaie.

Ognuno si sbarra dietro l’uscio di casa, un silenzio innaturale occupa la citt√†. Il terzo giorno, allo scoccare del ¬≠le dodici, sotto la Loggia e ovunque c’√® il pi√Ļ assoluto deserto. E invece, ecco che, la voce circola subito e trova immediato credito, il Doge si √® dav ¬≠vero affacciato, ridente, con al fianco l’eterea Dogaressa bionda e un’altra donna, una brunona giunonica, una donna-cannone pi√Ļ resistente, con ogni evidenza, alle sue possenti espansioni. Ma allora, ci si chiede, non la rivolu ¬≠zione egli aveva in animo di annun ¬≠ciare, ma la bigamia? Il mistero si aggroviglia, ma quando rischia di im ¬≠miserirsi, si chiarisce risolvendosi in una sconvolgente apoteosi di carit√†.

Con un immenso boato, ecco scom ¬≠parire la cattedrale di San Marco. Poi subito tutto torna al suo posto e il prodigio'” ¬Ľ svela: √® stato il Doge, nel ¬≠la sua sovrumana generosit√†, a guida ¬≠re i cavalli di bronzo della cattedra ¬≠le, impazienti e frementi dopo seco ¬≠li di immobilit√†, in una sfrenata ga ¬≠loppata per gli spazi. La folla ora si acquieta in una sconfinata e religiosa ammirazione per il suo Doge inacces ¬≠sibile e senza nome, eppure cos√¨ pre ¬≠sente nei cuori: ¬ę Da Paoluccio a Lodovico il nome dei Dogi di Venezia tut ¬≠ti li comprende, giacch√© ce ne sono voluti centoventi per poterne avere uno cos√¨ ¬Ľ.

* * *

Questa fantasia scatenata e tenuta sotto controllo soltanto da una altret ¬≠tanto irresistibile ironia appartiene, fuor di dubbio, al Palazzeschi miglio ¬≠re. Ma non √® evidentemente nella fa ¬≠vola, qui riassunta molto alla buona, che il libro trova il suo spazio poeti ¬≠co, sibbene nel capriccioso dilatarsi e rifrangersi delle fantasie e delle pas ¬≠sioni di una moltitudine di volta in volta cauta, timorosa, illusa, delirante. Chi volesse trovare qualche parentela a Il Doge dovrebbe cercarla tra le pagine pi√Ļ ariose e libertarie dello scrittore, le pi√Ļ sganciate dalle affezioni del racconto naturalistico che pure dettero, negli anni trenta, i ri ¬≠sultati pi√Ļ armoniosi e pi√Ļ classici di un suo personale realismo (Le sorelle Materassi, 1934; Le stampe dell’Ottocento, 1932); e rifarsi a Il codice di Perel√† (1911), o a certi brani memo ¬≠rabili e ingiustamente molto meno fa ¬≠mosi come la scena del processo ne I fratelli Cuccoli (1948). Si tratta, co ¬≠me ormai appare acquisito, del Palaz ¬≠zeschi pi√Ļ autentico e originale.

Ma √® sorprendente che in questo libro, per l’anagrafe, senile (il Palaz ¬≠zeschi √® nato nel 1885, ottantadue an ¬≠ni fa), sia obbligatorio registrare al ¬≠meno due novit√†, e di non piccolo ri ¬≠lievo, rispetto a quelle gloriose riusci ¬≠te. Anche questa volta, come si √® vi ¬≠sto, lo scrittore affronta il tema degli umori di una folla colpita dal produr ¬≠si di avvenimenti eccezionali. Ma lo fa, contrariamente al suo solito, con l’abolizione completa del dialogo, del ¬≠la registrazione diretta, che isolava, allora, le battute in una immediata fragranza spettacolare. Qui lo stesso effetto √® raggiunto attraverso un im ¬≠pasto linguistico raffinato, che tradu ¬≠ce analogicamente l’anarchia delle vo ¬≠ciferazioni, delle congetture, l’anar ¬≠chia cio√® dei diversi livelli linguistici di una collettivit√†, in una parallela e sapientissima anarchia sintattica. Il periodo palazzeschiano √®, qui, pi√Ļ che spericolato, dirotto, squinternato, por ¬≠ta l’assurdo o l’arbitrio sin nell’inter ¬≠no delle giunture e coordinazioni lo ¬≠giche (si veda come esempio limite la pag. 49); e tuttavia riesce, nella maggioranza dei casi, a trascinare i suoi significati con vigorosa freschezza.

Si tratta, come qualcuno ha gi√† sug ¬≠gerito, di una risposta all’attuale avan ¬≠guardia? Non √® del tutto da esclude ¬≠re, conoscendo il gusto scanzonato del divertimento e la completa dispo ¬≠nibilit√† dello scrittore all’avanguardia. Ma, se cos√¨ fosse, occorrerebbe osser ¬≠vare due cose: In primo luogo, a que ¬≠sta presunta seconda avanguardia del vecchio maestro dei pi√Ļ audaci speri ¬≠mentalismi, manca il fastidioso preva ¬≠ricare dell’io intellettuale che inaridi ¬≠sce le prove anche pi√Ļ intelligenti dei giovani esponenti della neo-avanguar ¬≠dia. In secondo luogo il virtuosismo apparente del Palazzeschi risponde a una ragione poetica profonda: il suo mondo si regge, da sempre, su una sorta di paratassi metaf√¨sica, giacch√© la sua gioconda infelicit√† del vivere e del veder vivere porta sullo stesso piano ogni frammento di realt√†, tutta, per lui, ugualmente godibile e motivo di allegria.

Chi, ne Il Doge, fa la parte del narratore √® un borghese perbene, ben ¬≠pensante, un po’ aulico e persino no ¬≠tarile; ma i materiali linguistici che egli agglomera nel proprio parlare so ¬≠no di svariatissima estrazione: plebei, gregari, del luogo comune, della reto ¬≠rica moderata, preziosamente vernaco ¬≠lari (¬ę cicloni turbini tifoni, rovesci sguazzaroni scatarosci ¬Ľ ), tratti da can ¬≠zonette alla moda, o anche attinti lim ¬≠pidamente alla vena ironico-lirica del Palazzeschi poeta, come quando, par ¬≠lando di Venezia come citt√† ove l’uni ¬≠co rumore √® causato dalla parola, si descrive ¬ę quel frastuono orchestrale cooperativo e monotono, anonimo, che non riesce per nostra immensa fortu ¬≠na a valicare il padiglione dell’orecchio limitandosi a passeggiarvi sull’orlo come i colombi sulla grondaia del tetto ¬Ľ. In sostanza, per dirla in breve, qui lo scrittore dei ¬ę buffi ¬Ľ spe ¬≠rimenta sulla folla, sull’aggregato cit ¬≠tadino, le risorse della sua inventiva: il vero protagonista de Il Doge (insie ¬≠me con Venezia) potremmo chiamar ¬≠lo ¬ę il buffo di massa ¬Ľ.

L’altra novit√† da registrare ci ri ¬≠porta a quel piccolo capolavoro che √®, nel libro che il Palazzeschi pub ¬≠blic√≤ l’anno scorso (Il buffo integra ¬≠le, 1966), il racconto intitolato ¬ę L’ami ¬≠co Galletti ¬Ľ, nel quale ci viene presentato un tale che, quando si trovava con un amico, era l’incarnazione stes ¬≠sa dell’ottimismo e della gioia di vi ¬≠vere, e, quando si trovava con un al ¬≠tro amico, era tetro, nero e catastro ¬≠fico come un funerale. Lo stesso mo ¬≠vimento pendolare, la stessa acroba ¬≠tica contrapposizione di situazioni al superlativo presiede al ritmo di que ¬≠ste pagine, con l’effetto, quasi sempre felice, di una tensione alterna e di uno spericolato intrecciarsi di continui ¬ę a fondo ¬Ľ con la realt√†. S√¨ che in questo racconto ove di fatto non accade nul ¬≠la, il colpo di scena √® di casa. E nel fragoroso trambusto delle opinioni contrapposte si insinuano melodiosa ¬≠mente come veri e propri motivi mu ¬≠sicali certi temi ironici ricorrenti: quello delle valigie (francamente po ¬≠co riuscito, o per me incomprensibi ¬≠le), quello di Dante esploratore dei ghiacci del Polo Nord, e quello, deli ¬≠zioso, dei veneziani che appena sve ¬≠gli inaugurano la giornata ¬ę spupaz ¬≠zandosi un pochettino con la moglie ¬Ľ. E, soprattutto, domina il tema di Venezia, come luogo incantato della fe ¬≠sta, dello splendore, della parola in libert√†, della ingenua credulit√† che ri ¬≠posa sulla profonda ingenuit√† del ¬≠l’amore.

Proprio in un simile sentimento che ha per simbolo Venezia, in questo sentimento che assolve in purezza ogni illusione e ogni mito, in questa delicatissima finale giustificazione del ¬≠l’enfasi come una delle possibili alle ¬≠gorie della generosit√† e della felicit√†, sta, a mio giudizio, la ragione poeti ¬≠ca del libro.

Se dunque, per ultimo, volessimo chiederci, come taluno ha fatto, se la favola de Il Doge nasconda un’allego ¬≠ria, sarei tentato di rispondere cos√¨: che la fantasia, se amministrata con la cautela che si deve al bene pi√Ļ prezioso, abbraccia tutto come un ca ¬≠priccioso ma benevolo Iddio, assotti ¬≠glia il peso della storia, e lievita ovun ¬≠que, portando nella nostra vita una luce di festa e di leggenda. In un mondo arcigno che teorizza la inco ¬≠municabilit√† come condizione dell’uo ¬≠mo, il poeta inventa una favola ove tutto √® sempre e soltanto comunicare.

 

 


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Bart