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PITTURA: I MAESTRI: Giorgio De Chirico. Sono un prigioniero

21 Aprile 2016

di Luciano Doddoli
[da “La Fiera Letteraria”, numero 17, giovedì 25 aprile 1968]

Roma, aprile

Ogni mattina, quando il tempo è buono e la moglie dice di sì, Giorgio De Chirico passeggia in piazza di Spagna. Succede verso le 11 e dura pochi minuti. Dalle gallerie d’arte che si affacciano sul suo abituale itinerario i mercanti lo spiano. O le loro segretarie. L’inverno è passato e il Maestro (80 anni) sta ancora bene. Nonostante gli scandali, la critica internazionale colloca la sua opera del periodo “metafisico” nella storia dell’Arte.

I suoi quadri, dipinti fino al 1925, costano dai dieci ai sessanta milioni. Fino a dieci milioni gli altri. Per questo ci sono avvoltoi pazienti che dalle finestre dei palazzi barocchi, appollaiati sulle moquettes morbide dei loro uffici, spiano il tempo di De Chirico su preziosi orologi da polso: “Dove è andato? Con chi sta parlando?”. De Chirico cammina sui marciapiedi affollati con l’espressione “assoluta” dei suoi autoritratti. La sua non è una passeggiata, è una sfida.

Dopo le ultime notizie di cronaca, denunce e controdenunce che hanno portato sessanta anni di una certa pittura europea sul tavolo dei commissariati, la gente lo riconosce di più. Per molti è un “falsario”. Anche gli stranieri se lo additano, i giornali di tutto il mondo hanno parlato delle sue ultime “stravaganze”. Qualche volta un fotografo scatta.

Pochi sanno che per il resto del giorno De Chirico è un prigioniero. Lo maltrattano, lo picchiano, nemmeno la notte riesce a dormire con l’ossessione d’esser colpito nel sonno. Gli fanno fare cose per le quali o finirà in galera o sarà dichiarato incapace di intendere e di volere. “Mi sorvegliano minuto per minuto, mi chiudono a chiave in camera, mi impediscono persino di scrivere una cartolina”: così dice una delle tante invocazioni di soccorso che il pittore ha fatto giungere clandestinamente a un amico. Una lettera che è già in possesso della Procura della Repubblica.

Ogni tanto blocca qualcuno, per uno sfogo. Non inveisce più contro l’arte moderna, non se la prende con Cézanne “che faceva mele perfettamente piatte e perfino concave”; né contro Dalì i cui quadri, “orrende superfici su cui pesta e liscia orrendi colori copiosamente verniciati fanno venire, solo a guardarli, le coliche saturnine”. Non con Bracque e Matisse, “fabbricanti di pseudo pitture” né coi surrealisti, “individui poco raccomandabili capeggiati da un sedicente poeta che rispondeva al nome di André Breton”, e quell’altro, Paul Eluard, “che era un giovanottone scialbo e banale col naso torto”. Parla con un agente di servizio, che non lo conosce. Inveisce contro i partiti che sporcano le strade coi loro volantini elettorali, contro le macchine che non dovrebbero circolare, contro i giovani che invadono la scalinata, contro il governo, contro le Poste, contro tutto. E se ne va, senza aspettare risposta.

“Maestro!”

De Chirico mi scruta. Ammetto:

“Sono un giornalista”. E lui: “Se ne vada, se ne vada per carità, non ho niente da dire, se ne vada”. Scappa. Solo due giorni più tardi saprò che ha paura. Intanto mi consolo concludendo che il vecchio è veramente nei guai, evidentemente ha oltrepassato la misura e ci penserà la legge a sistemare una buona volta l’autore del più grosso scandalo della pittura contemporanea. Se mi rimane un dubbio, me lo tolgono le cronache dei quotidiani che parlano di un prossimo rendiconto finale.

Riapro la borsa di pelle per riporvi il taccuino, tra un libro sui surrealisti e una riproduzione delle Muse Inquietanti. Osservo quei colori, poi il loro autore che si allontana e dico, da cronista, che non può essere tutto qui. Mentre la critica d’arte aspetta col fiato sospeso, denigrando o innalzando, distinguendo tra una grande pittura metafisica e una orrenda pittura barocca; mentre i collezionisti tremano dinanzi ai De Chirico, veri o falsi chissà, appiccicati sulle pareti delle loro case europee o americane; mentre i mercanti traccheggiano in una battuta d’arresto (l’ultimo affare, con un De Chirico, l’ha fatto Maurizio Calvesi: ha venduto una tela per dodici milioni al regista Michelangelo Antonioni che ancora trema) incapaci di invogliare un compratore e oscillano tra i prezzi favolosi che si potevano chiedere e quelli, bassi, che bisognerebbe proporre, il cronista sente che c’è qualcosa di più.

La verità non è nell’accusa di Breton del 1928 (“… Ho assistito a una scena pietosa, cioè a De Chirico che tentava di riprodurre de sa maine actuelle un quadro che aveva dipinto durante una sua felice età breve. In tale operazione, De Chirico non cercava una illusione o una disillusione che potrebbe essere commovente; ma truccava una apparenza esteriore cercando di vendere lo stesso soggetto due volte. Il pittore, nella sua impotenza di creare in lui come in noi l’emozione passata, aveva messo in circolazione un gran numero di falsi tra i quali delle copie servili per la maggior parte retrodatate. Questa truffetta al miracolo non durerà troppo e lui si stancherà di questo gioco che consiste nel mascherare il suo genio perduto..”). E nemmeno è, per intero, sul tavolo della Autorità Giudiziaria che sta indagando, in questi giorni, sullo scandalo del bronzetto II cavaliere dal berretto frigio. La verità è dietro le facciate di piazza di Spagna, negli studi dei mercanti, nella casa di De Chirico, piena di intrighi come una corte rinascimentale.

Il professor Giorgio Castelfranco, ex-soprintendente alle Gallerie del Lazio, è ormai un funzionario in pensione. Vive a Roma, in via Fabrizi 11, dove comincia la salita che porta al Gianicolo. Ä– vedovo. Sua moglie (ma non è stato lui a dirmelo) era cognata di Alberto Savinio, fratello minore di De Chirico. Lo studio dove lavora (il suo ultimo libro è una raccolta di studi Vinciani, edita nel ’66) è pieno di foto d’altri tempi. “Dia retta a me”, dice a voce bassa, “rinunci al suo articolo”. Si dilunga su altre cose, torna a De Chirico, al grande periodo metafisico. “Non me lo chieda, non posso parlare”. Ä– civile e suadente. “De Chirico è stato un porco (il tono attutisce il senso della parola) ma sapesse quante ne hanno fatte a lui e quante gliene fanno… sapesse”.

Non lo so e vorrei saperlo. Ma il vecchio professore non cede. Si interessa soltanto quando tiro fuori la riproduzione di uno dei più famosi quadri di De Chirico, Le muse inquietanti del 1916: Ferrara antica, con il castello e i manichini, oggetti inquietanti dietro i quali si sente la futura dimensione, reale e mitica, di una nuova imprevedibile civiltà.

“Qual è?”, chiede il professore. Non ho capito la domanda.

“Sa, di questi ce ne sono tanti. Uno è di Mattioli, il collezionista di Milano”.

Leggo dietro la riproduzione: “Le muse inquietanti – 1935. Firenze – Collezione Lombardi”. Il quadro porta la firma di De Chirico, senza data.

“Avevo ventiquattro anni”, racconta il professore, “ero appena laureato e mi trovavo con pochi soldi, come accade ai giovani. Vallecchi accettò un cambio: io gli detti una natura morta di Soffici e lui Le Muse. Nel 1924 De Chirico fece una mostra a Parigi e Breton si entusiasmò del quadro e dell’autore. Mi chiese se permettevo che se ne facesse una copia e io, stupidamente, dissi di sì. Mi pare, anzi, che Breton mi abbia scritto una lettera per ringraziarmi… Quante copie ne siano state fatte dopo, io non lo so”.

A quei tempi il quadro aveva un valore di mille lire. “Erano i tempi in cui De Chirico faceva la fame. Figurarsi che lui chiamava me “il mecenate”… Poi De Chirico cominciò a salire, lentamente. Erano alti e bassi. Finché non comparve Rosenberg che lo lanciò molto bene. Per un certo periodo guadagnò molto. Venne la crisi del ’29, in Francia fu più grave che in Italia. Per questo De Chirico tornò, doveva essere il 1931. Un quadro del ’31 è alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze. Glielo feci comprare io a Poggi, che era il sovrintendente alle gallerie. Facemmo anche una mostra a Palazzo Ferroni: ebbe un bel successo di pubblico, ma solo di pubblico. Dopo quella mostra De Chirico cominciò a vendere qualcosa. Poi ebbe un altro ribasso, poi tornò su…”.

“Ma quando fu che De Chirico cominciò a falsificare se stesso?”.

“Verso il 1930”, risponde il professore, “o giù di lì. Su mille quadri falsi, mettiamo, duecento son di quando aveva fame. Gli altri, dopo”. “Che cosa significa per un pittore falsificare se stesso?”. “E chi lo sa”, risponde Castelfranco,questo è appunto quello che si chiede anche De Chirico. Ä– la tesi dei suoi avvocati. Gli altri dicono: io compro un quadro con una certa data, un’opera che per una congiuntura estetico-commerciale-cronologica ha un prezzo di… mettiamo 25 milioni. Mentre tu me ne dai uno che vale cinquecentomila lire…”.

Vorrei che il professore mi spiegasse bene. Come fare a capire De Chirico? Dove è la molla, il meccanismo psicologico?

“Io non posso, mi creda. Sono in una situazione delicata. Ci sono cose che nessuno immagina”. E così finisce la conversazione con il vecchio professore, cognato di Savinio, il minore dei De Chirico.

 

Un ragazzo incosciente e immortale

 

Me li ritrovo tutti e due, Giorgio e Alberto (Savinio), in una vecchia fotografia. Il padre, ingegnere delle ferrovie e la madre, la signora Gemma, con un volto duro. Alberto si appoggia di più alla mamma, Giorgio è in disparte. Altri mi racconteranno di una infanzia abbastanza dolorosa per il futuro Maestro. La madre prediligeva Alberto e Giorgio ne soffriva. Ne è venuto fuori â— mi diceva un vecchio amico di casa De Chirico â— un complesso “edipico” e la ricerca di una moglie frustrante che assumesse, per l’occhio inconscio del pittore, la figura punitiva materna. Così si spiegherebbe la seconda moglie di De Chirico, Isabella Far che regola la sua vita oggi, come quella di un bambino. De Chirico ha sempre dovuto fare i conti con lei. Dopo la morte di Savinio (De Chirico ormai era ricco) il Maestro passò ogni mese una piccola somma alla cognata: quarantamila lire. Almeno, così ha sempre saputo Isabella Far. Ma alle quarantamila, De Chirico aggiungeva altri soldi, di nascosto: li faceva arrivare ai nipoti attraverso amici fidati. Forse Isabella lo ha subodorato il giorno che cacciò un figlio d’Alberto dallo studio, dove andava ad aiutare lo zio. Furono scenate furenti alle quali qualcuno ha assistito. I domestici (anche a loro De Chirico passava soldi, di nascosto alla moglie) potrebbero dire che quelle scenate lasciavano il segno. Vennero licenziati il giorno che la casa di via Misurina venne affittata per novecentomila lire al mese a un dignitario indiano. La verità è che avevano visto e sentito troppe cose. Della prima moglie di De Chirico me ne parla Antonio Fornari. Sono andato a trovarlo a La Spezia dopo aver letto il suo nome nel libro di Gualtieri di San Lazzaro: “… Ho saputo che una buona metà dei suoi quadri (di De Chirico n.d.r.) sono dipinti da un negro. Anche Fornari lavora per lui. De Chirico si contenta di ritoccarli e di firmarli…”. Fornari abita una casa di via Parodi 5, a La Foce, in collina. Sono anni che con i suoi articoli attacca De Chirico: l’uomo per il quale come dice

Gualtieri di San Lazzaro lui lavorava. Questo ha saputo fare De Chirico: procurarsi nemici, attraversando la vita come un ragazzo incosciente e immortale “sicuro di dover rendere conto delle sue azioni soltanto agli dei”.

 

Il valore universale di De Chirico

 

Fornari comincia col mostrarmi l’autoritratto di Rubens e quello di De Chirico. Tutti e due hanno l’elmo, l’elmo di De Chirico ha le piume ma effettivamente non sta in testa, non calza, sembra una cosa di carnevale. E poi c’è il braccio, il braccio di De Chirico, che attacca male, come fosse il braccio di un focomelico. “Rubens”, declama Fornari, “fleuve d’oublie, jardin de la paresse”. Poi lascia il Rubens, e mi mostra, addirittura, un lucido.

Effettivamente è un lucido. Il volume Rassegna del Disegno Italiano Contemporaneo. Edizioni Stabilimento Chimico Farmaceutico del dottor Ravasini. Roma, Anno I, n. 1 pubblica una litografia di De Chirico: un cavaliere arabo. Ä– la copia esatta, al millimetro, del Cavaliere arabo in agguato del litografo parigino Adam, eseguita alla fine dell”800. La tecnica del De Chirico è stata quella di soprammettere al disegno una carta trasparente. E di ricalcare i segni. “Il che permette di rilevare”, commenta Fornari, “che i falsari, per falsificare De Chirico non debbano copiare De Chirico: ogni artista può fornire loro un modello eccellente”.

Ora Fornari racconta di quando lavorava per De Chirico: “A Parigi, nell’anno 1924, fummo alcuni mesi al servizio di De Chirico. Il nostro lavoro consisteva nel preparare secondo un suo particolare procedimento le tele, lavargli i pennelli, pulirgli le tavolozze…”. Sono cose che Fornari ha scritto in un libro di memorie: “…Viveva allora il De Chirico con la moglie Raissa al n. 30 de la rue Bonaparte…”. Un giorno vide su un cavalletto un quadro insolito. Non raffigurava un manichino, ma un cavallo. Si avvicinò, trovò un libro spalancato su una sedia lì accanto. Era un libro di Raissa, che studiava archeologia alla Sorbona con il professor Piccard. Il libro era esattamente il Repertoire de la statuaire greque et romaine, di Salomon Reinach. Nel libro c’erano schizzati cavalli. «…Questo ci fa capire”, dice, “come sia errato ritenere d’erudizione i quadri di De Chirico. L’essersi il pittore ispirato al noto repertorio dell’arte classica non significa affatto erudizione, ma dimostra semplicemente l’entusiasmo di De Chirico per gli studi archeologici della cara Raissa”.

E la pittura metafisica? E i critici, gli artisti, gli scrittori che l’hanno esaltata? Apollinaire, Cocteau, Zervos, Breton, Eluard, Aragon, Bontempelli, Carrà, Soffici, Ragghianti, Cecchi, Carrieri. In America, Soby e Barr, esperti e critici del Museo di New York. In Inghilterra Sitwell, in Svizzera Sartoris. E in Russia, in Germania, in America del Sud… Tutta gente che non ha dubbi, non ha incertezze sul valore universale del primo De Chirico…

“Bluff”, risponde Fornari, “fesserie… L’Arte moderna è tutta un bluff”.

Ritorno a Roma. Non riesco a trovare Raissa. Ä– una exdanzatrice, fuggita dalla Russia ai tempi della rivoluzione. De Chirico la conobbe che lavorava al teatro Pirandello. Andarono insieme a Parigi e il loro fu, forse, un matrimonio d’amore. Finché non comparve Isabella Far, altra russa: fu Sciltian a presentarla a De Chirico. Dicono che Raissa, a quei tempi, abbia tentato il suicidio. Poi si rassegnò, tornò a Roma, entrò nell’amministrazione Antichità e Belle Arti e sposò il sovrintendente agli scavi d’Ostia Antica. Presto rimase vedova, vive ancora da qualche parte, a Ostia, coi suoi ricordi. A Roma, qualche chilometro lontano da lei, abita De Chirico che sembrava felice, patologicamente felice, d’aver trovato una donna che sapeva dirgli, ripetergli ogni momento una frase banale e sadica: “Io ti distruggerò”.

Isabella ha mantenuto la promessa. De Chirico, oggi, è un uomo distrutto. Sporge denunce pazzesche per truffe inesistenti, poi le ritira. Commette reati con incredibile ingenuità, fino a cadere nelle maglie della legge. La legge sta istruendo nei suoi confronti un procedimento d’ufficio per il quale il pittore rischia anni di prigione. Ha un solo scampo: quello d’essere dichiarato “incapace d’intendere e di volere”. Ä– la sola formula che potrebbe assicurare al gran vecchio la salvezza. Né i giudici durerebbero fatica a pronunciarla, aiutati come sono da quelle decine di querele e di contro querele presentate da qualcuno (firmate De Chirico); da decine di episodi clamorosi, i tumulti di questi ultimi anni; dalle stravaganze di quel temperamento d’artista che hanno riempito volumi e giornali dai tempi del surrealismo a oggi. De

Chirico, “incapace di intendere e di volere”, verrebbe affidato alla persona a lui più vicina. I quadri che ha in casa appartengono già tutti alla moglie: De Chirico lo ha scritto a caratteri chiari nel retro di ogni tela. Sarebbe la soluzione ideale, molto meglio del piano progettato un anno e mezzo fa, quando Isabella pensò a una conferenza stampa (tenuta da qualcuno che conoscesse bene la vita e le opere di De Chirico) per far sapere all’opinione pubblica che il Maestro ormai sragiona e che sarebbe inutile e impietoso accanirsi nei confronti di un grande artista minato dall’età, dal genio, dalla arteriosclerosi.

 

La guerra dei due cataloghi

 

I fratelli Ettore e Antonio Russo, mercanti d’arte tra i più grossi d’Italia, proprietari di una decina di gallerie, ricevettero, nel gennaio 1967, una raccomandata. Era un notaio che a nome di De Chirico toglieva ai Russo la procura generale del pittore e scindeva un contratto che andava avanti, ormai, da ventidue anni.

Il mondo delle “gallerie” rizzò le orecchie. De Chirico voleva mettersi da solo? Voleva diventare il mercante di se stesso? Si parlò di una lite tra De Chirico e i Russo, di impegni non mantenuti o da una parte o dall’altra. Non successe nulla e non ci fu rivendicazione alcuna che potesse far dire: ecco, il motivo è stato questo.

Ci fu grande attesa, ma durò poco. La galleria “La Medusa” â— di cui è proprietario il signor Claudio Bruni â— fece stampare un comunicato. Bruni stesso me ne fornisce una copia e mi parla con semplicità di un grande progetto che ebbe inizio con una mostra “Omaggio a De Chirico”. Il progetto consiste in un “Catalogo Generale dell’Opera di Giorgio De Chirico”. Il catalogo, autorizzato dal Maestro e da Isabella Far, uscirà in vari volumi, costantemente aggiornati, accompagnati da uno studio critico di Cesare Vivaldi. Con un comunicato si è avvertito tutti i proprietari di opere del Maestro, opere di ogni periodo, di spedire, “nel loro interesse” alla galleria “La Medusa” chiare fotografie in bianco e nero.

Il catalogo costituirà, “con la sua autorità, la più sicura fonte di studio, anche per le generazioni future”.

Faccio venti metri, sempre in piazza di Spagna e sono nello studio di Romeo Toninelli, proprietario di una nota galleria di Milano. Da anni Toninelli sta preparando un catalogo delle opere di Giorgio De Chirico: qualcosa di più modesto, meno ampio ma più ragionato. Un catalogo dai chiari intenti culturali. Il catalogo accoglierà le opere del Maestro eseguite dal 1910 al 1930 e si avvarrà del giudizio critico di una decina tra i più autorevoli esperti italiani e stranieri, d’arte moderna. “Opera critica”, il catalogo Toninelli non godrà della protezione della parte interessata: De Chirico e signora.

 

Non deve essere lui a pagare

 

Claudio Bruni, per liquidare un concorrente che da anni, come tutti sanno, cura e manda avanti il progetto di catalogo, si rivolse al tribunale. Il 24 novembre 1967 presentò un ricorso al Pretore di Roma, invocando un provvedimento d’urgenza contro il Toninelli. Toninelli doveva desistere, non aveva alcun diritto, “tutti i diritti appartenevano a me”, mi dice Bruni, “che me li ero fatti cedere in esclusiva, con tanto di atto notarile dal pittore De Chirico”.

Gli articoli 13 e 18 della legge dei diritti di autore, la prefigurazione di un caso di concorrenza sleale da parte del Toninelli non confusero le idee al Pretore di Roma. L’avvocato Italo Novia, difensore del Toninelli, ebbe facilmente causa vinta. Una sentenza della Cassazione è lì a rinvigorire il Codice stabilendo che l’autore delle opere di pittura “non ha alcun diritto di utilizzazione sulle riproduzioni, esaurendosi esso diritto di utilizzazione dell’opera con la vendita stessa”. La “Medusa” vide così ridursi il progetto di mettere ordine, una volta per tutte, nell’opera di De Chirico: cinque o seimila tele da vagliare una per una, trascurando firme o atti notarili già esistenti. Ai mercanti, ai compratori, agli studiosi verrà a mancare un catalogo che, dichiarando definitivamente “buoni” certi De Chirico, definitivamente “cattivi” certi altri, tolga finalmente ogni ombra di dubbio, esaurisca ogni discussione estetica. O meglio: il catalogo comparirà, ma fortemente ridotto nel suo volume e nel suo prestigio. Molti tra i maggiori collezionisti di De Chirico, proprietari di opere regolarmente firmate e vistate dal notaio, si rifiutano fin da ora di correre ulteriori rischi.

La sentenza del Pretore di Roma non ci voleva. Ma l’opera di riordinamento del Bruni e di Isabella Far, autorizzati dal De Chirico, prosegue. Pochi mesi fa il Bruni si presentò in casa di Giuseppe Selvaggi, giornalista di un quotidiano romano. In casa Selvaggi, quel giorno, c’era odor di De Chirico. Infatti: il quadro era lì, con il suo proprietario che è amico del Selvaggi. Bruni vide il quadro, lo valutò un attimo e poi disse che si trattava di un falso: un falso, con tanto di firma e di autentica notarile.

 


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