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LETTERATURA: I MAESTRI: Lunga penuria

28 Aprile 2015

di Piero Chiara
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 14 luglio 1970]

Dopo pi√Ļ di due anni di guerra, alla fine del 1943, nelle zone di scarsa produzio ¬≠ne agricola trovar carne, fari ¬≠na, olio o burro, anche a caro prezzo, era impresa di cos√¨ gran rischio e difficolt√† da sco ¬≠raggiare chiunque. Ancora pi√Ļ difficile riusciva trovare un oste che rischiasse il carcere per far mangiare una compa ¬≠gnia di amici alla buona ma ¬≠niera d’una volta. Chi stava dalle nostre part√¨ doveva pas ¬≠sare il lago e andare a Ghiffa, in un vecchio albergo, per pro ¬≠vare l’emozione di un pranzo completo.

¬ę M’impegno √Ę‚ÄĒ diceva il padrone con la mano aperta sul petto √Ę‚ÄĒ a portarvi dal ¬≠l’antipasto al caff√® ¬Ľ. E ci riu ¬≠sciva, per un prezzo che non era pi√Ļ del triplo di quello di un pasto normale, cio√® one ¬≠stissimo. Ma come i contrab ¬≠bandieri, quell’oste, ampliando la clientela, andava verso un limite oltre il quale l’aspettava la polizia annonaria, il tribu ¬≠nale e la prigione, che teneva a bada mandando viveri agli investigatori e riempiendo loro la bocca in modo tale da ren ¬≠derli impotenti alla denunzia e soprattutto all’arresto.

Altri luoghi, nelle province del nord, venivano indicati di tempo in tempo, salivano in fama e poco dopo, uno dopo l’altro, cadevano sotto la per ¬≠secuzione della legge. Verso la met√† del 1943, gli evasori era ¬≠no stati ormai quasi tutti iden ¬≠tificati e colpiti e non c’era pi√Ļ mezzo di trovare un oste di ¬≠sposto a fornir supplementi alla ¬ę tessera ¬Ľ, cos√¨ come non era pi√Ļ possibile trovare eser ¬≠centi che neppure a suon di marenghi mollassero burro, olio e altre preziose vivande che ora si buttano o per sazie ¬≠t√† si abbandonano in tavola, mentre allora si sognavano di notte e si vedevano anche di giorno ad occhi aperti, come miraggi o fate morgane.

 

*

 

Mi giunse perci√≤, nel no ¬≠vembre del 1943, pi√Ļ con spa ¬≠vento che con piacere, l’invito ad una cena notturna per la quale erano pronti salami, pro ¬≠sciutti, ravioli, chili di filetto e di biancostato, galletti di primo canto, verdure, formaggi e dolci a saziet√† per dieci perso ¬≠ne. Gli invitati erano tutti ami ¬≠ci ben collocati nelle cariche amministrative del capoluogo di provincia: chi nella giustizia, chi negli uffici finanziari, chi nei sindacati o nelle varie confederazioni. Figurava per ¬≠fino nel gruppo un funzionario del Coproma, l’ufficio preposto al razionamento delle carni. Un medico, un avvocato, un notaio e un cassiere di banca completavano la decade chia ¬≠mata al festino, che doveva aver luogo in un paese della Valcuvia, in casa d’un macel ¬≠laio e con la complicit√† di un oste.

Quando tutto era gi√† predi ¬≠sposto, il cassiere di banca co ¬≠minci√≤ ad aver dubbi. Tra di noi, diceva, poteva esserci una spia. Il medico, a sua volta, temeva che nel paese dov’era organizzato il banchetto trape ¬≠lasse la notizia. Ma il pi√Ļ per ¬≠plesso fu il notaio, uomo pieno di scrupoli e di riguardi. ¬ę Por ¬≠tiamo via √Ę‚ÄĒ diceva √Ę‚ÄĒ quel che deve servire alle giovani madri che allattano, ai deboli vecchi e alla povera gente ¬Ľ.

L’avvocato riusc√¨ a convin ¬≠cerli tutti: l’impresa √Ę‚ÄĒ soste ¬≠neva √Ę‚ÄĒ era garantita da trop ¬≠pa gente che aveva interesse a non venire scoperta. E in quanto all’aspetto morale del ¬≠la questione, i farinacei, le carni, le verdure e i grassi che ci apprestavamo a divorare, non sarebbero certo ritornati, con la nostra rinuncia, nel cor ¬≠so del normale approvvigiona ¬≠mento. Altri avrebbe profitta ¬≠to di quel contrabbando, altri notai, avvocati, medici e fun ¬≠zionari si sarebbero leccate le labbra e stirata la pancia al nostro posto, senza alcun bene ¬≠ficio per le puerpere e per i vecchi.

Rimosso ogni scrupolo e ogni timore, l’avvocato, che dirigeva l’impresa ed era a contatto col macellaio, sussur ¬≠r√≤ separatamente ad ognuno di noi l’ora e il luogo del con ¬≠vegno, che era fissato, come si diceva, in Valcuvia.

Fino al fondovalle si and√≤, a notte fatta, con una mezz’ora di treno. Poi, chi a piedi e chi sul barroccio del macellaio, come congiurati, a piccoli gruppi di due o tre raggiun ¬≠gemmo il luogo previsto: un cortile, nel cuore d’un paesetto di campagna nel quale si apri ¬≠vano le porte posteriori di una osteria. Un paio di rimesse e una stalla ne chiudevano i lati, mentre sul fondo, verso i cam ¬≠pi, sorgeva una casupola iso ¬≠lata, formata da un solo loca ¬≠le. Una specie di grande cella imbiancata a calce dentro e fuori, occupata interamente da una mensa di dieci posti che lasciava appena, all’intorno, lo spazio per chi doveva servire. Nessun mobile oltre le sedie, nessun quadro alle pareti, neppure un attaccapanni, un chiodo, un segno qualunque che indicasse l’uso di quel locale.

Mano a mano che entravamo dal portone, il macellaio ci avviava attraverso il cortile in direzione della casupola, contandoci nel buio come pecore. Quando arriv√≤ il no ¬≠taio, che era l’ultimo, lo ac ¬≠compagn√≤ nel gruppo e se ne and√≤, chiudendo la porta dal ¬≠l’esterno.

La tavola, perfettamente im ¬≠bandita e disseminata di botti ¬≠glie stappate, aveva al centro dei grandi piatti pieni di anti ¬≠pasti: salame, prosciutto, carciofini, un pat√© di fegato d’oca, peperoni sott’olio, nervetti con fagioloni e cipolla cruda.

L’ultimo peperone non era ancora arrivato nello stomaco del notaio, che mangiava pi√Ļ di tutti, quando si apr√¨ la por ¬≠ta e comparve l’oste seguito dalla moglie. Portavano un vassoio ciascuno, carico di agnolotti annegati nel burro. Appese al mignolo dei serven ¬≠ti pendevano due formaggiere che vennero rovesciate sugli agnolotti mentre scendevano a fiotti nei piatti che ognuno protendeva verso il bordo di quella cornucopia.

La porta fu rinchiusa dietro le spalle dei due e cominci√≤, tra vagiti e rantoli di gioia, la mangiata vera che gli antipa ¬≠sti avevano appena avviata. Finiti i ravioli, la porta si apr√¨ un’altra volta. Arrivava il ma ¬≠cellaio con un lesso di otto chili posato sopra un tagliere grande come un tavolo. Dietro veniva l’oste con la salsa ver ¬≠de, la mostarda e l’insalata, e dietro di lui sua moglie con un vassoio dove si affiancava ¬≠no zamponi, cotechini e lingue salmistrate.

Si cap√¨ allora come funzio ¬≠nasse il servizio. Un giovane, figlio del macellaio, che stava all’aperto nel cortile, metteva ‘occhio di tempo in tempo a un piccolo foro praticato nella porta. Guardava nella stanza e vedeva a che punto erano i piatti, se cominciasse a scar ¬≠seggiare il vino o a mancare il pane.

Quando era il caso, faceva un sibilo ed accorreva un suo fratello, messo a far da palo nel mezzo del cortile. L’ordine passava silenziosamente da un fratello all’altro ed arrivava in cucina.

Finito il lesso arrivò un frit ­to di cervella seguito subito dagli arrosti: prima di polla ­me alla diavola, poi di vitello. Con gli arrosti vennero in ta ­vola le insalate e le patate fritte.

Si mangiava ormai da tre ore e mancavano solo il for ¬≠maggio, i dolci e la frutta, che comparvero in forma di grosse scheggie di ¬ę grana ¬Ľ, torte, zabaglioni, pere, mele e pesche sciroppate. Da ultimo arriv√≤ il caff√®, rarissimo oramai alla fi ¬≠ne del 1943, e certamente sot ¬≠tratto alle scorte destinate agli ospedali o ai comandi militari.

 

*

 

Il nostro stato, dopo il caff√®, era tale che nel caso d’un bom ¬≠bardamento o di un cataclisma improvviso, saremmo passati all’altra vita senza pena, tanto poco ci importava ormai del mondo, della guerra e del do ¬≠mani. Un simile stato, che di solito √® conseguente all’uso di stupefacenti e tranquillanti, l’avevamo raggiunto non tan ¬≠to con la sovrabbondanza del cibo e del vino, quanto attraverso una fiducia nuova del destino, che si era mostrato tenero con noi e ci aveva promesso segretamente la sopravvivenza, che non poteva mancare, se quel poco che pareva esser rimasto da mangiare al mondo veniva riservato al no ¬≠stro stomaco.

Poco prima di mezzanotte, scomparse di tavola anche le briciole, ci alzammo. Il primo treno del ritorno partiva alle cinque del mattino. L’oste ci aveva preparato dei letti, ma nessuno pens√≤ di poter dormi ¬≠re nel freddo di quelle stanze. Ci sedemmo al camino, nell’osteria ormai deserta, decisi a passare il resto della notte in chiacchiere, davanti alle fiamme che l’oste fece salire in alto con dei fasci di ginestre secche aggiunte al fuoco.

Seduto al centro del nostro cerchio, il notaio credette giun ¬≠to il momento per trarre qual ¬≠che conclusione. Prendendo sempre pi√Ļ animo man mano che andava digerendo, ¬ę Si so ¬≠no visti √Ę‚ÄĒ diceva √Ę‚ÄĒ dei padri mangiare per fame i propri fi ¬≠gli, dei naufraghi e degli esplo ¬≠ratori sperduti divorare i loro compagni di sventura. A che cosa non porta la fame? E qualche volta anche soltanto una lunga penuria, come quel ¬≠la che soffriamo da un paio d’anni ¬Ľ.

Così dicendo, si passava le palme aperte sul ventre, quasi per spargervi in modo uniforme, come un unguento, il ca ­lore delle fiamme.

L’oste riapparve coi liquori. ¬ę La notte √® lunga √Ę‚ÄĒ disse √Ę‚ÄĒ e il freddo si fa sentire. Qui c’√® da bere. E non vi mancheranno altre chiacchiere, pi√Ļ allegre, per tirar mattina ¬Ľ.


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Bart