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LETTERATURA: I MAESTRI: La vita è un sogno

13 Novembre 2013

di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 17 giugno 1970]

Ricordate l’Hí´tel Tripoli, l’alberguccio di Ferrara di infi ­ma categoria (equivoco la sua parte), che prima della guerra si trovava a pochi passi dal Castello Estense, nella vasta piazza dietro di esso: quel medesimo Hí´tel Tripoli di cui mi è capitato di parlare altre volte? Ebbene, immaginatelo in una notte di novembre di un mucchio di anni fa, forse quaranta: all’epoca piĂą buia del fascismo, dunque; e tardi, molto tardi, qualche minuto avanti che chiudessero.

GiĂą nella hall le luci erano ormai state spente. Quand’ecco, lĂ  in fondo, la porta a vetri smerigliati venne aperta (una folata di vento umido si ingolfò nella sala vuota fino a raggiungere il banco dietro il quale sedeva il portiere di notte), e, uscendo lentamen ­te dall’ombra, si avvicinò un uomo.

Procedeva adagio, a causa di una grossa valigia. Aveva il bavero del cappotto tirato su, la tesa del cappello calata a nascondere gli occhi. Chi poteva essere?, si domandò il portiere. Come aria, si sareb ­be detto un viaggiatore di commercio.

« Vorrei una camera », disse l’uomo, quietamente.
« Temo che non potremo accontentarla », rispose il por ­tiere.

Aprì un registro dinanzi a sé, lo scorse appena, fece una smorfia.
Rialzò il capo.

« A quest’ora, capirĂ  â— sog ­giunse, â— abbiamo tutta la casa occupata. Nei giorni di mercato… e inoltre di corse… ».

Cercava, con gli occhi, gli occhi dell’altro, ma, nascosti come erano sotto la tesa del cappello, non riusciva a ve ­derglieli. Gli vedeva soltanto la parte inferiore del volto, guance e mento sporchi di barba.

« Non mi faccia, la prego, tornare fuori â— disse l’uomo, parlando a voce bassissima con accento fortemente me ­ridionale, forse siciliano. â— Sono piuttosto stanco. Del re ­sto, â— continuò, â— non ho da fermarmi che poche ore. Parto domattina, col treno del ­le nove ».

Il portiere esitò. Chinò di nuovo la testa ben pettinata sul registro.

« Non potrei darle che una stanza doppia â— disse, finito che ebbe di guardare. â— E’ l’unica rimasta libera. La avverto, tuttavia, che dovrĂ  pa ­gare vuoto per pieno ».

Aveva detto « tuttavia » non senza compiacimento: il com ­piacimento che provava ogni qualvolta gli si offriva l’occa ­sione di figurare tanto piĂą edu ­cato e fine del signor Muller, il proprietario, sempre con quel suo stecchino in bocca, lui, fra i denti d’oro, sempre così volgare anche nel tratto. Era sicuro che il viaggiatore di commercio non avrebbe insi ­stito, avrebbe girato sui tac ­chi e se ne sarebbe andato.

Ma s’ingannava.

Lo vide, infatti, quasi su ­bito, alzare una mano, sposta ­re il cappello indietro in mo ­do da scoprire la fronte calva. Sorrideva.

« Troppo giusto, â— udì che diceva. â— Grazie ».

Adesso allungava le labbra: come in un fischio silenzioso.

E aggiungeva: « I documenti ».

Aveva già introdotto la ma ­no destra sotto il cappotto, dalla parte del cuore, e si era messo a frugare cautamente.

Le palpebre le teneva socchiu ­se. Pareva provasse piacere.

Il portiere premette un bot ­tone. Comparve, strascicando le scarpe, un facchino: un vec ­chio. Attese che il portiere re ­stituisse al cliente la carta di identitĂ  e desse a lui la chia ­ve della camera doppia del terzo piano. DopodichĂ© si cur ­vò, afferrò la valigia dal ma ­nico, e, senza curarsi d’essere seguito, si avviò un po’ barcol ­lando verso le scale.

« Buona notte, signor Bu ­da », disse il portiere.

L’uomo si era allontanato di qualche passo.

« Buona notte », rispose, toc ­cando con due dita il cappello.
« Desidera la sveglia? ».
« No, non occorre ».
« Buona notte, signore ».
« Buona notte ».

La camera era vasta e bas ­sa. La porta si apriva in un angolo, accanto al radiatore del calorifero. Lungo le pareti chiazzate d’umiditĂ , qualche mobile color paglierino: un ar ­madio, un comò. Presso la fi ­nestra priva di tendine, con le imposte chiuse, sprangate, il lavandino sormontato da un piccolo specchio. Al di sopra dello specchio, una plafoniera quadrata di vetro opaco, pie ­na fin quasi a metĂ  di depo ­sito, e dalla quale si spandeva in giro una luce rossastra, da corsia d’ospedale. I due letti erano uniti. Così accostati, da ­vano l’impressione di un gran ­de letto matrimoniale.

Rimasto solo, l’uomo fece nuovamente un leggero fischio.

Si guardò attorno. Le due specchiere dell’armadio riflet ­tevano una immagine obliqua della stanza, con lui nel mez ­zo, la grossa valigia di fibra posata per terra, vicino ai piedi.

Si passò una mano sul volto.

« La vita è un sogno », mor ­morò.

Stette ancora un momento cosi, immobile, al centro della camera. Poi si riscosse. Si sbarazzò del cappotto e del cappello, andò ad appenderli a un gancio infisso nella por ­ta, quindi si diresse verso il lavandino. Lasciò scorrere l’ac ­qua del rubinetto, e infine, piegandosi, prese a lavarsi la faccia.

« La vita è un sogno » pen ­sava. Quando mai aveva udito, o letto, una frase del genere? E perché gli era tornata in mente proprio adesso?

Si raddrizzò. Trovò a ten ­toni l’asciugamano. Si asciu ­gò il viso. Ritornò verso il letto. Mentre l’acqua gelida del rubinetto continuava, scorren ­do, a produrre il suo suono lamentoso, si svestì in fretta. Da ultimo, estratto dalla vali ­gia, che aveva issata sul letto, l’occorrente per radersi, rag ­giunse per la seconda volta il lavandino, e cominciò a insa ­ponarsi.

Dormiva. Sognava. Sognava di dormire…

Sognava che aveva dormito per tre, quattro ore al massi ­mo, senza sognare. E che fi ­nalmente (dan, dan, dan, dan, dan, dan: il vicino orologio di piazza aveva battuto uno dopo l’altro sei lenti colpi con ­secutivi…), che finalmente si svegliava.

Sdraiato supino, nella stessa posizione di quando si era messo a letto, apriva gli occhi adagio. Un odore forte, acre e dolciastro insieme (inconfon ­dibile!), riempiva la stanza. Dunque era tempo â— lui si diceva, accendendo subito la luce dalla peretta che gli pen ­deva sopra la testa â—: biso ­gnava davvero andarsene, fi ­lare. Anche per questo. Ma prima, comunque…

Si levava a sedere, scostava le coperte, buttava le gambe giĂą dal letto, quindi, cammi ­nando a piedi nudi sul matto ­nato, muoveva senza la mini ­ma esitazione verso l’armadio.

Lo apriva. E alla vista del corpo, del proprio corpo, non se ne meravigliava affatto, ov ­viamente. Con le bianche gen ­give scoperte, sedeva appog ­giando la lunga guancia nera di barba alle ginocchia ran ­nicchiate, ridotto a quel puro fantoccio e basta che doveva essere. Come comportarsi, ad ogni modo? Non c’era che da richiudere l’armadio. Ed era questo che faceva, appunto, con estrema cautela: come, nonostante tutto, se temesse di svegliarlo.

Poi si ritrovava fuori, all’aperto, uscito dall’ albergo non sapeva assolutamente co ­me. L’aria mordeva. Lungo il gran viale d’accesso in cittĂ  su cui cominciava ad alzarsi una fredda luce, non si scor ­geva anima viva: dal Castel ­lo fino alla Barriera del Da ­zio. Stesso deserto anche lag ­giĂą, svoltato l’angolo. L’edifi ­cio della stazione ferroviaria gli appariva, al termine del successivo rettilineo che avreb ­be dovuto ancora percorrere per arrivarci, grigio, piccolo, basso: eppure nitidissimo.

Camminava a passi affret ­tati, lo sguardo fisso alla sta ­zione che via via ingrandiva. Ed ecco, non appena aveva raggiunto il piazzale antistan ­te, ecco gli venivano in men ­te due cose: primo, che aveva lasciato nella stanza dell’Hí´tel Tripoli la valigiona di fibra con dentro tutta la roba, lo strato del campionario in su ­perficie e sotto la stampa clan ­destina; secondo, che non ave ­va pagato il conto. Allora si fermava, assai meno turbato che indeciso. SenonchĂ©, uden ­do in quell’attimo lo sbuffo d’una locomotiva manovrante dentro in stazione, e compren ­dendo che, a parte ogni altra considerazione, era ormai trop ­po tardi per tornare indietro, giĂ  ripigliava a camminare.

Tanto più che il suo era un sogno â— diceva fra sé e sé sorridendo, amaramente ricon ­fortato â—. Lo sapeva pur so ­gnando: un sogno nel sogno.


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Bart