di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 17 giugno 1970]
Ricordate l’Hí´tel Tripoli, l’alberguccio di Ferrara di infi ma categoria (equivoco la sua parte), che prima della guerra si trovava a pochi passi dal Castello Estense, nella vasta piazza dietro di esso: quel medesimo Hí´tel Tripoli di cui mi è capitato di parlare altre volte? Ebbene, immaginatelo in una notte di novembre di un mucchio di anni fa, forse quaranta: all’epoca più buia del fascismo, dunque; e tardi, molto tardi, qualche minuto avanti che chiudessero.
Giù nella hall le luci erano ormai state spente. Quand’ecco, là in fondo, la porta a vetri smerigliati venne aperta (una folata di vento umido si ingolfò nella sala vuota fino a raggiungere il banco dietro il quale sedeva il portiere di notte), e, uscendo lentamen te dall’ombra, si avvicinò un uomo.
Procedeva adagio, a causa di una grossa valigia. Aveva il bavero del cappotto tirato su, la tesa del cappello calata a nascondere gli occhi. Chi poteva essere?, si domandò il portiere. Come aria, si sareb be detto un viaggiatore di commercio.
« Vorrei una camera », disse l’uomo, quietamente.
« Temo che non potremo accontentarla », rispose il por tiere.
Aprì un registro dinanzi a sé, lo scorse appena, fece una smorfia.
Rialzò il capo.
« A quest’ora, capirà â— sog giunse, â— abbiamo tutta la casa occupata. Nei giorni di mercato… e inoltre di corse… ».
Cercava, con gli occhi, gli occhi dell’altro, ma, nascosti come erano sotto la tesa del cappello, non riusciva a ve derglieli. Gli vedeva soltanto la parte inferiore del volto, guance e mento sporchi di barba.
« Non mi faccia, la prego, tornare fuori â— disse l’uomo, parlando a voce bassissima con accento fortemente me ridionale, forse siciliano. â— Sono piuttosto stanco. Del re sto, â— continuò, â— non ho da fermarmi che poche ore. Parto domattina, col treno del le nove ».
Il portiere esitò. Chinò di nuovo la testa ben pettinata sul registro.
« Non potrei darle che una stanza doppia â— disse, finito che ebbe di guardare. â— E’ l’unica rimasta libera. La avverto, tuttavia, che dovrà pa gare vuoto per pieno ».
Aveva detto « tuttavia » non senza compiacimento: il com piacimento che provava ogni qualvolta gli si offriva l’occa sione di figurare tanto più edu cato e fine del signor Muller, il proprietario, sempre con quel suo stecchino in bocca, lui, fra i denti d’oro, sempre così volgare anche nel tratto. Era sicuro che il viaggiatore di commercio non avrebbe insi stito, avrebbe girato sui tac chi e se ne sarebbe andato.
Ma s’ingannava.
Lo vide, infatti, quasi su bito, alzare una mano, sposta re il cappello indietro in mo do da scoprire la fronte calva. Sorrideva.
« Troppo giusto, â— udì che diceva. â— Grazie ».
Adesso allungava le labbra: come in un fischio silenzioso.
E aggiungeva: « I documenti ».
Aveva già introdotto la ma no destra sotto il cappotto, dalla parte del cuore, e si era messo a frugare cautamente.
Le palpebre le teneva socchiu se. Pareva provasse piacere.
Il portiere premette un bot tone. Comparve, strascicando le scarpe, un facchino: un vec chio. Attese che il portiere re stituisse al cliente la carta di identità e desse a lui la chia ve della camera doppia del terzo piano. Dopodiché si cur vò, afferrò la valigia dal ma nico, e, senza curarsi d’essere seguito, si avviò un po’ barcol lando verso le scale.
« Buona notte, signor Bu da », disse il portiere.
L’uomo si era allontanato di qualche passo.
« Buona notte », rispose, toc cando con due dita il cappello.
« Desidera la sveglia? ».
« No, non occorre ».
« Buona notte, signore ».
« Buona notte ».
La camera era vasta e bas sa. La porta si apriva in un angolo, accanto al radiatore del calorifero. Lungo le pareti chiazzate d’umidità, qualche mobile color paglierino: un ar madio, un comò. Presso la fi nestra priva di tendine, con le imposte chiuse, sprangate, il lavandino sormontato da un piccolo specchio. Al di sopra dello specchio, una plafoniera quadrata di vetro opaco, pie na fin quasi a metà di depo sito, e dalla quale si spandeva in giro una luce rossastra, da corsia d’ospedale. I due letti erano uniti. Così accostati, da vano l’impressione di un gran de letto matrimoniale.
Rimasto solo, l’uomo fece nuovamente un leggero fischio.
Si guardò attorno. Le due specchiere dell’armadio riflet tevano una immagine obliqua della stanza, con lui nel mez zo, la grossa valigia di fibra posata per terra, vicino ai piedi.
Si passò una mano sul volto.
« La vita è un sogno », mor morò.
Stette ancora un momento cosi, immobile, al centro della camera. Poi si riscosse. Si sbarazzò del cappotto e del cappello, andò ad appenderli a un gancio infisso nella por ta, quindi si diresse verso il lavandino. Lasciò scorrere l’ac qua del rubinetto, e infine, piegandosi, prese a lavarsi la faccia.
« La vita è un sogno » pen sava. Quando mai aveva udito, o letto, una frase del genere? E perché gli era tornata in mente proprio adesso?
Si raddrizzò. Trovò a ten toni l’asciugamano. Si asciu gò il viso. Ritornò verso il letto. Mentre l’acqua gelida del rubinetto continuava, scorren do, a produrre il suo suono lamentoso, si svestì in fretta. Da ultimo, estratto dalla vali gia, che aveva issata sul letto, l’occorrente per radersi, rag giunse per la seconda volta il lavandino, e cominciò a insa ponarsi.
Dormiva. Sognava. Sognava di dormire…
Sognava che aveva dormito per tre, quattro ore al massi mo, senza sognare. E che fi nalmente (dan, dan, dan, dan, dan, dan: il vicino orologio di piazza aveva battuto uno dopo l’altro sei lenti colpi con secutivi…), che finalmente si svegliava.
Sdraiato supino, nella stessa posizione di quando si era messo a letto, apriva gli occhi adagio. Un odore forte, acre e dolciastro insieme (inconfon dibile!), riempiva la stanza. Dunque era tempo â— lui si diceva, accendendo subito la luce dalla peretta che gli pen deva sopra la testa â—: biso gnava davvero andarsene, fi lare. Anche per questo. Ma prima, comunque…
Si levava a sedere, scostava le coperte, buttava le gambe giù dal letto, quindi, cammi nando a piedi nudi sul matto nato, muoveva senza la mini ma esitazione verso l’armadio.
Lo apriva. E alla vista del corpo, del proprio corpo, non se ne meravigliava affatto, ov viamente. Con le bianche gen give scoperte, sedeva appog giando la lunga guancia nera di barba alle ginocchia ran nicchiate, ridotto a quel puro fantoccio e basta che doveva essere. Come comportarsi, ad ogni modo? Non c’era che da richiudere l’armadio. Ed era questo che faceva, appunto, con estrema cautela: come, nonostante tutto, se temesse di svegliarlo.
Poi si ritrovava fuori, all’aperto, uscito dall’ albergo non sapeva assolutamente co me. L’aria mordeva. Lungo il gran viale d’accesso in città su cui cominciava ad alzarsi una fredda luce, non si scor geva anima viva: dal Castel lo fino alla Barriera del Da zio. Stesso deserto anche lag giù, svoltato l’angolo. L’edifi cio della stazione ferroviaria gli appariva, al termine del successivo rettilineo che avreb be dovuto ancora percorrere per arrivarci, grigio, piccolo, basso: eppure nitidissimo.
Camminava a passi affret tati, lo sguardo fisso alla sta zione che via via ingrandiva. Ed ecco, non appena aveva raggiunto il piazzale antistan te, ecco gli venivano in men te due cose: primo, che aveva lasciato nella stanza dell’Hí´tel Tripoli la valigiona di fibra con dentro tutta la roba, lo strato del campionario in su perficie e sotto la stampa clan destina; secondo, che non ave va pagato il conto. Allora si fermava, assai meno turbato che indeciso. Senonché, uden do in quell’attimo lo sbuffo d’una locomotiva manovrante dentro in stazione, e compren dendo che, a parte ogni altra considerazione, era ormai trop po tardi per tornare indietro, già ripigliava a camminare.
Tanto più che il suo era un sogno â— diceva fra sé e sé sorridendo, amaramente ricon fortato â—. Lo sapeva pur so gnando: un sogno nel sogno.