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LETTERATURA: I MAESTRI: Meat and Vegetables

14 Novembre 2013

di Giorgio Bassani
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 12 luglio 1970]

Arrivai a Napoli verso sera. Le sagome argentee dei pal ¬≠loni frenati, disposti in semi ¬≠cerchio a difesa del porto, raccoglievano lass√Ļ in alto l’ultima luce. Gi√Ļ, nei vicoli brulicanti di folla allegra e scamiciata, le botteghe dei barbieri inalberavano incredibili Barber shop

A Napoli c’ero gi√† stato due volte, la prima nel ’37, per i Littoriali della Cultura, la seconda l’anno successivo, per quelli dello Sport. Eppure non mi fu facile rintracciare la casa del compagno G., sottosegretario alle Finanze. Dopo parec ¬≠chio chiedere, mi ritrovai ad arrancare con la valigia in spalle per un ripido stradello in mezzo agli orti, dalle parti di Santa Lucia. Anche per ripren ¬≠der fiato, ogni tanto mi fermavo ad ammirare la magnifica vedu ¬≠ta sottostante della Villa Comu ¬≠nale e del golfo. Ci avevo mai messo piede, in quella zona del ¬≠la citt√†? Certamente no.

Casa G. era in cima alla collina, giusto l√† dove l’abitato ricominciava ad addensarsi. Si trattava di un palazzetto color crema, a due piani, dall’aria ri ¬≠servata. Anche la porta d’in ¬≠gresso, di legno chiaro, provvista di una coppia di maniglie d’ot ¬≠tone perfettamente lucidate, non risultava meno distinta.

Premetti il bottone di un mi ­nuscolo campanello. Dopo pochi istanti, venne ad aprire una donna alta, bruna, dalla carna ­gione bianchissima, molto for ­mosa.

Mi fece entrare e chiuse la porta.

¬ę Desiderate? ¬Ľ.

Le spiegai chi ero e di dove venivo. Lei, intanto, alzato un braccio a ravviarsi una ciocca di capelli, e mostrando, nell’at ¬≠to, un’ascella straordinariamen ¬≠te irsuta, continuava a fissarmi.

Sua eccellenza non si era an ¬≠cora ritirato √Ę‚ÄĒ dichiar√≤ alla fine √Ę‚ÄĒ. Subito dopo pranzo erano venuti a prenderlo con la mac ¬≠china per condurlo a Salerno, dove, quello stesso pomeriggio, c’era stato Consiglio.

¬ę E quando rientra? ¬Ľ.

Si strinse nelle spalle robu ­ste, abbozzò una smorfia.

¬ę Secondo. Certe volte sono capaci di fare anche le due, le tre dopo mezzanotte ¬Ľ.
¬ę Posso aspettare ¬Ľ.
¬ę Se volete… ¬Ľ.

Sedetti, la valigia fra i pie ¬≠di. L’anticamera era fresca, illuminata fiocamente da una lampadina debole debole, pen ¬≠zolante dal centro del vasto sof ¬≠fitto a vele convergenti. Per il mio viso e i miei occhi, infiammati dal sole, dal vento e dalla polvere, non avrei potuto tro ¬≠vare niente di pi√Ļ adatto. Udivo la donna canticchiare dalle stanze vicine. Le sue ciabatte di stoffa schiaffeggiavano pigre le mattonelle dei pavimenti, men ¬≠tre da pi√Ļ lontano, dal fondo della casa, proveniva un confu ¬≠so suono di risa, di esclamazio ¬≠ni, di bicchieri e di stoviglie urtati con forza.

D’un tratto, dopo una breve pausa di silenzio assoluto, ecco la porta dirimpetto spalancarsi. Apparve un uomo in maniche di camicia.

¬ę Sei qua, e non dici nul ¬≠la! ¬Ľ, esclam√≤ dalla soglia.

¬ęAccomodati ¬Ľ, prosegu√¨, mar ¬≠ciando dritto su di me col brac ¬≠cio teso. ¬ę Hai cenato? Vieni di l√†, che ti presento ai compagni ¬Ľ.

Mi strinse la mano vigorosa ­mente.

¬ę Sono P. ¬Ľ, concluse, ed eb ¬≠be un sorriso pieno di stanchezza.

Dunque era proprio lui, P., il noto organizzatore sindacale li ¬≠vornese di cui avevo sentito par ¬≠lare tanto spesso a Roma, al partito e al giornale, Aveva fatto nove anni di galera, cinque di confino, e poi, dopo essere evaso da Ventotene, aveva raggiun ¬≠to in Ispagna Carlo Rosselli… Mentre percorrevamo un corri ¬≠doio semibuio, l’osservavo rat ¬≠tristato. Mi camminava dinanzi, curvo, in cioce di velluto del tipo friulano, i pantaloni grigi tenuti su dalle bretelle, le maniche della camicia rimboccate al di sopra dei gomiti pallidi e aguzzi. Poveraccio √Ę‚ÄĒ mi di ¬≠cevo √Ę‚ÄĒ: aveva davvero una brutta cera. Un momento pri ¬≠ma, in anticamera, mi aveva sorriso. Le labbra esangui, schiu ¬≠dendosi, avevano messo in mo ¬≠stra una doppia fila di lunghi denti giallastri, con gli alveoli devastati dalla piorrea.

La sala da pranzo era tal ¬≠mente illuminata, che per un attimo, entrando, rimasi abba ¬≠cinato. Subito dopo, seduti at ¬≠torno a un gran tavolo ovale ricoperto da una candida tova ¬≠glia di bucato, cominciai a di ¬≠stinguere sei o sette persone: tut ¬≠ti uomini, tutti in maniche di camicia come P., ma, a diffe ¬≠renza di lui, con la pelle del viso rossa e lustra, accesa dal cibo, dal vino, e dalla gioia di vivere. Non ce n’era uno che non mi sorridesse con simpa ¬≠tia. Dietro, appoggiandosi al manico della scopa, e, alta come era, quasi incombente, la bella cameriera, cuoca, governante, o che altro fosse, sostava sulla so ¬≠glia di cucina.

¬Ľ Hai cenato? ¬Ľ.

Non avevo cenato. Eppure, chissà perché, dissi di sì.

¬ę Non farai mica complimenti? ¬Ľ.

Scossi il capo.

¬ę Raccontaci di Roma ¬Ľ.

Sul tavolo, alcune aperte al ¬≠tre no, c’erano varie scatolette di roba conservata: scatolette americane, naturalmente. Prima d’allora non ne avevo vi ¬≠ste molte. Meat and Vegetables, Pork, leggevo affascinato.

Senza pensarci, macchinal ­mente, trassi fuori di tasca la pipa.

¬ę Lascia stare, fuma del mio ¬Ľ, disse qualcuno.

Sopra il verde, lustro involu ¬≠cro rettangolare che mi veniva offerto, era scritto: Half and Half. Lo accostai al naso dal lato dell’apertura, e socchiusi gli occhi.

*

A Roma, alla direzione del partito, si erano piuttosto illusi, circa casa G. Per quanto fosse di quelle requisite dagli Allea ­ti, non era mica la lussuosa ca ­serma ad uso dei compagni di passaggio che loro pensavano! Alla prova dei fatti, essa si rivelò troppo piccola per acco ­gliere anche me. E fu G. in persona, la sera medesima del mio arrivo, a sistemarmi poco lontano di lì, in via Carlo Poerio, presso un suo vecchio com ­pagno di esilio e di lotte poli ­tiche, che adesso lavorava per il servizio segreto americano.

L’appartamento al quale ero approdato occupava una picco ¬≠la parte del piano nobile di un vasto palazzo secentesco la cui facciata, nerastra e muschiosa pendeva su via Poerio come una vecchia rupe appenninica in pro ¬≠cinto di franare. Si compone ¬≠va di una camera da letto matrimoniale e di un tinello. Cera poi il bagno, la cucina, e un minuscolo ingresso. Qui dormi ¬≠vo io, sopra una branda.

Quanto al mio ospite, si chia ¬≠mava Marchisio, se non ricordo male: Pietro Marchisio. Pie ¬≠montese (forse di Novara), ex capitano dei carabinieri, emi ¬≠grato in Francia all’epoca del delitto Matteotti, e di qui, dopo lo sfondamento della linea Maginot, passato negli Stati Uni ¬≠ti, non sembrava tenere che a una cosa: e cio√® alle rations delle quali l’appartamento tra ¬≠boccava, e che lui, evidentemen ¬≠te timoroso d’essere derubato, serbava chiuse sotto chiave nel grande armadio a specchiere verticali della camera da letto, nell’√©tag√®re del tinello, e nella credenza di cucina.

Tirannico e brontolone come una arzd√≤ra ferrarese, a cui, oltre che per il mazzo delle chiavi appeso alla cintura, as ¬≠somigliava buffamente per la grossezza della pancia e del sede ¬≠re, i salti del suo umore erano a dir poco sorprendenti. Certi giorni di luna storta, per esem ¬≠pio, arrivava a darmi brutal ¬≠mente del mangia a ufo, del topo nel formaggio, significan ¬≠domi chiaro e tondo che se non trovavo il modo di risarcirlo (non voleva soldi, per carit√†: siccome un giornale italiano di New York gli chiedeva insisten ¬≠temente un articolo di colore su Napoli, e a lui mancava il tem ¬≠po di stenderlo, avrei potuto be ¬≠nissimo scriverglielo io, e cos√¨ sdebitarmi√Ę‚ā¨¬¶), c’era caso che si vedesse costretto presto o tardi a sfrattarmi. Un altro giorno, invece, si lasciava andare al ¬≠le confidenze pi√Ļ intime. Ave ¬≠vo notato la cameriera di ca ¬≠sa G.? √Ę‚ÄĒ, era capace di sus ¬≠surrarmi, ammiccando √Ę‚ÄĒ. Non era un bel pezzo di donna? Eb ¬≠bene s√¨, lui ne godeva le gra ¬≠zie; e anche per questo, cercas ¬≠si di capire, avermi sempre per casa non era mica tanto co ¬≠modo! Luna dritta aiutando, ad ogni modo, a poco a poco mi raccont√≤ quasi tutto, di s√©. Raccont√≤ che apparteneva alla Mas ¬≠soneria (di non so pi√Ļ quale rito); che era a Napoli per conto del servizio segreto ameri ¬≠cano, √® vero, ma anche, e so ¬≠prattutto, per cercare di rimet ¬≠tere in sesto la Loggia locale, devastata dal fascismo e prima fiorente; che nella Massoneria lui era un pezzo molto grosso, ancora pi√Ļ grosso di un trentatr√©…

Non avevo nessuna ragione di supporre che esagerasse. Men ­tre si pranzava o si cenava, il campanello della porta che da ­va sulle scale non faceva che suonare. Ad aprire andava sem ­pre lui. E mentre io, rimasto seduto al mio posto, continua ­vo a mangiare, li sentivo par ­lare sottovoce nel piccolo in ­gresso.

Una volta, tuttavia, che Mar ­chisio si era dovuto alzare da tavola per correre a chiudersi nel bagno (la sua agilità, in si ­mili circostanze, aveva del pro ­digioso), ritenni che toccasse a me far fronte a una scampa ­nellata particolarmente energica.

Entrò un signore alto, distin ­to, dal piglio autoritario del grande medico, o del grande avvocato.

¬ę Dov’√® Pietro? ¬Ľ, chiese ad alta voce.

Senza attendere risposta, pas ­sò nel tinello. Senonché, appe ­na messovi piede, lo vidi fer ­marsi di colpo.

Lo spettacolo della tavola im ¬≠bandita, e, ancor pi√Ļ, dell’√©tag√®re aperta lo avevano riempi ¬≠to di subita confusione. Si ac ¬≠cost√≤ all’√©tag√®re, mise un ginoc ¬≠chio a terra, e stette l√†, tutto curvo, a scrutare: nella stessa positura √Ę‚ÄĒ mi venne da pen ¬≠sare √Ę‚ÄĒ del letterato venuto a trovarsi, inopinatamente, al co ¬≠spetto di uno scaffale di prezio ¬≠se rarit√†.

¬ę Stew, Salmon, Corned Beef, Corn, Evaporated Milk, Eggs ¬Ľ, leggeva bisbigliando, con ottima pronuncia.

D’un tratto, la mano alla cin ¬≠ghia dei pantaloni, Marchisio irruppe nel tinello.
L’altro si affrett√≤ ad alzarsi in piedi.

¬ę Salute ¬Ľ, fece timidamente.

Il trentatr√© (e pi√Ļ) non rispo ¬≠se. Resosi conto che gli sportelli dell’√©tag√®re erano rimasti spalancati, mi lanci√≤ di traver ¬≠so un’occhiata furibonda. Affer ¬≠r√≤ senza tanti complimenti l’a ¬≠mico, certo illustre, per un braccio, e lo trascin√≤ nell’ingressino.

Parlottarono concitatamente, di là, cinque minuti buoni. Al ­la fine, la porta delle scale ven ­ne aperta e rinchiusa con la solita violenza.

¬ę Quante volte debbo ripeter ¬≠telo ¬Ľ, url√≤ Marchisio, rientran ¬≠do in tinello, ¬ę di non fare ve ¬≠nir dentro nessuno? Se suona ¬≠no, lasciali suonare! ¬Ľ.

*

Ingrassavo rapidamente. L’in ¬≠verno ’43-’44, trascorso a Ro ¬≠ma sotto i tedeschi, mi aveva ridotto pelle e ossa. La sera, prima di addormentarmi, pen ¬≠savo al caffellatte, al burro, al ¬≠la marmellata d’aranci dell’indomani mattina. Li consumavo mille volte in anticipo con l’im ¬≠maginazione.

Fabbricai per Pietro Marchi ­sio il pezzo di colore su Na ­poli; mandai al giornale, affi ­dandoli a una macchina del partito che faceva settimanal ­mente la spola tra Roma e Na ­poli, varii articoli; scrivevo a mia moglie quasi ogni giorno. Ma la maggior parte del tem ­po la consumavo oziando, sen ­za combinare niente di niente.

Tutte le mattine prendevo la Cumana, spingendomi fino a Lucrino. Il treno si fermava giusto davanti a un piccolo sta ­bilimento balneare, semidistrut ­to dalle cannonate e dalla mi ­traglia.

Sulla spiaggia, con la schie ¬≠na appoggiata a un capanno, mi aspettava invariabilmente Borelli, un vecchio compagno di universit√† che, non senza sorpresa, avevo incontrato in casa G. alcuni giorni dopo il mio arrivo. Reduce dalla Rus ¬≠sia, dove, naturalmente (ma non riusciva a perdonarselo), aveva combattuto ¬ę per l’Asse ¬Ľ, era alloggiato da quelle parti, in una villetta requisita dal con ¬≠trospionaggio americano, il qua ¬≠le, nei pressi del lago d’Averno, aveva allestito un campo di addestramento per paracadutisti.

Sebbene anche Borelli, co ¬≠me me, fosse stato a Napoli prima della guerra, per i Littoriali, e adesso, come me, fos ¬≠se iscritto al Partito d’Azione, ci√≤ nondimeno ci guardavamo bene, entrambi, dal parlare di queste cose. Io, al solito, par ¬≠lavo di idee generali: di libe ¬≠ralismo, di socialismo, di co ¬≠munismo, eccetera. Lui, invece, ritornava di continuo sui suoi lanci col paracadute, ai quali si assoggettava, come mi confess√≤, dovendo superare ogni volta una vera e propria ribellione di tut ¬≠to il suo essere. Soffriva infatti di vertigini. Buttarsi gi√Ļ dal ¬≠l’aeroplano rappresentava, per lui, la pi√Ļ dura delle autopunizioni.

Scorgendomi sopraggiungere, Borelli alzava un braccio.

¬ę Ehil√† ¬Ľ, faceva.

E quindi, accentuando per amarezza la larga pronuncia emiliana, soggiungeva:

¬ę Ho fatto un altro lancio ¬Ľ.

Ma il pi√Ļ delle volte, trova ¬≠tolo che dormiva (grasso, ab ¬≠bronzato, con le ascelle che gli puzzavano, russava pesantemen ¬≠te), mi sedevo al suo fianco, sulla sabbia, abbracciandomi le ginocchia. Sulla baia non spi ¬≠rava quasi mai un alito di ven ¬≠to. Greve della nafta che fuo ¬≠rusciva da una dozzina di mez ¬≠zi da sbarco, fermi a qualche centinaio di metri dalla riva, il mare si sollevava in lente, tor ¬≠pide ondate senza rumore.

Quando il mio amico si sve ­gliava, si comportava sempre nello stesso modo.
Sollevava a fatica le palpe ­bre, e poi:

¬ę Aspetta un momento ¬Ľ, di ¬≠ceva, guardandomi coi suoi oc ¬≠chi neri, opachi, come febbricitanti. ¬ę Hai mangiato? Primun edere, postea philosophari ¬Ľ.
¬ę Ma s√¨ che ho mangiato! ¬Ľ, rispondevo io, impaziente.

Lui, però, non stava a sen ­tirmi. Si levava, su, gemendo; scompariva dentro il capanno; ne usciva, di lì a poco, recando sulle braccia un sacco da mon ­tagna gonfio di ogni ben di Dio: termos di caffellatte, carne insac ­cata di tutti i tipi, interi polli arrostiti, marmellate e formag ­gi varii, frutta sciroppata, birra in bottigliette e in lattine.

Difficile resistere.

¬ę Vuoi fumare? ¬Ľ, arrivava a chiedere ancora, Borelli, qual ¬≠che istante pi√Ļ tardi, mentre io ingoiavo con avidit√†, con testar ¬≠daggine, cercando disperatamente di resistere alla nausea che cresceva; e tirava gi√† fuori da un taschino del costume da bagno il pacchetto delle Camel.


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ÔĽŅ

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Bart