di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, domenica 12 luglio 1970]
Arrivai a Napoli verso sera. Le sagome argentee dei pal loni frenati, disposti in semi cerchio a difesa del porto, raccoglievano lassù in alto l’ultima luce. Giù, nei vicoli brulicanti di folla allegra e scamiciata, le botteghe dei barbieri inalberavano incredibili Barber shop
A Napoli c’ero già stato due volte, la prima nel ’37, per i Littoriali della Cultura, la seconda l’anno successivo, per quelli dello Sport. Eppure non mi fu facile rintracciare la casa del compagno G., sottosegretario alle Finanze. Dopo parec chio chiedere, mi ritrovai ad arrancare con la valigia in spalle per un ripido stradello in mezzo agli orti, dalle parti di Santa Lucia. Anche per ripren der fiato, ogni tanto mi fermavo ad ammirare la magnifica vedu ta sottostante della Villa Comu nale e del golfo. Ci avevo mai messo piede, in quella zona del la città? Certamente no.
Casa G. era in cima alla collina, giusto là dove l’abitato ricominciava ad addensarsi. Si trattava di un palazzetto color crema, a due piani, dall’aria ri servata. Anche la porta d’in gresso, di legno chiaro, provvista di una coppia di maniglie d’ot tone perfettamente lucidate, non risultava meno distinta.
Premetti il bottone di un mi nuscolo campanello. Dopo pochi istanti, venne ad aprire una donna alta, bruna, dalla carna gione bianchissima, molto for mosa.
Mi fece entrare e chiuse la porta.
« Desiderate? ».
Le spiegai chi ero e di dove venivo. Lei, intanto, alzato un braccio a ravviarsi una ciocca di capelli, e mostrando, nell’at to, un’ascella straordinariamen te irsuta, continuava a fissarmi.
Sua eccellenza non si era an cora ritirato â— dichiarò alla fine â—. Subito dopo pranzo erano venuti a prenderlo con la mac china per condurlo a Salerno, dove, quello stesso pomeriggio, c’era stato Consiglio.
« E quando rientra? ».
Si strinse nelle spalle robu ste, abbozzò una smorfia.
« Secondo. Certe volte sono capaci di fare anche le due, le tre dopo mezzanotte ».
« Posso aspettare ».
« Se volete… ».
Sedetti, la valigia fra i pie di. L’anticamera era fresca, illuminata fiocamente da una lampadina debole debole, pen zolante dal centro del vasto sof fitto a vele convergenti. Per il mio viso e i miei occhi, infiammati dal sole, dal vento e dalla polvere, non avrei potuto tro vare niente di più adatto. Udivo la donna canticchiare dalle stanze vicine. Le sue ciabatte di stoffa schiaffeggiavano pigre le mattonelle dei pavimenti, men tre da più lontano, dal fondo della casa, proveniva un confu so suono di risa, di esclamazio ni, di bicchieri e di stoviglie urtati con forza.
D’un tratto, dopo una breve pausa di silenzio assoluto, ecco la porta dirimpetto spalancarsi. Apparve un uomo in maniche di camicia.
« Sei qua, e non dici nul la! », esclamò dalla soglia.
«Accomodati », proseguì, mar ciando dritto su di me col brac cio teso. « Hai cenato? Vieni di là, che ti presento ai compagni ».
Mi strinse la mano vigorosa mente.
« Sono P. », concluse, ed eb be un sorriso pieno di stanchezza.
Dunque era proprio lui, P., il noto organizzatore sindacale li vornese di cui avevo sentito par lare tanto spesso a Roma, al partito e al giornale, Aveva fatto nove anni di galera, cinque di confino, e poi, dopo essere evaso da Ventotene, aveva raggiun to in Ispagna Carlo Rosselli… Mentre percorrevamo un corri doio semibuio, l’osservavo rat tristato. Mi camminava dinanzi, curvo, in cioce di velluto del tipo friulano, i pantaloni grigi tenuti su dalle bretelle, le maniche della camicia rimboccate al di sopra dei gomiti pallidi e aguzzi. Poveraccio â— mi di cevo â—: aveva davvero una brutta cera. Un momento pri ma, in anticamera, mi aveva sorriso. Le labbra esangui, schiu dendosi, avevano messo in mo stra una doppia fila di lunghi denti giallastri, con gli alveoli devastati dalla piorrea.
La sala da pranzo era tal mente illuminata, che per un attimo, entrando, rimasi abba cinato. Subito dopo, seduti at torno a un gran tavolo ovale ricoperto da una candida tova glia di bucato, cominciai a di stinguere sei o sette persone: tut ti uomini, tutti in maniche di camicia come P., ma, a diffe renza di lui, con la pelle del viso rossa e lustra, accesa dal cibo, dal vino, e dalla gioia di vivere. Non ce n’era uno che non mi sorridesse con simpa tia. Dietro, appoggiandosi al manico della scopa, e, alta come era, quasi incombente, la bella cameriera, cuoca, governante, o che altro fosse, sostava sulla so glia di cucina.
» Hai cenato? ».
Non avevo cenato. Eppure, chissà perché, dissi di sì.
« Non farai mica complimenti? ».
Scossi il capo.
« Raccontaci di Roma ».
Sul tavolo, alcune aperte al tre no, c’erano varie scatolette di roba conservata: scatolette americane, naturalmente. Prima d’allora non ne avevo vi ste molte. Meat and Vegetables, Pork, leggevo affascinato.
Senza pensarci, macchinal mente, trassi fuori di tasca la pipa.
« Lascia stare, fuma del mio », disse qualcuno.
Sopra il verde, lustro involu cro rettangolare che mi veniva offerto, era scritto: Half and Half. Lo accostai al naso dal lato dell’apertura, e socchiusi gli occhi.
*
A Roma, alla direzione del partito, si erano piuttosto illusi, circa casa G. Per quanto fosse di quelle requisite dagli Allea ti, non era mica la lussuosa ca serma ad uso dei compagni di passaggio che loro pensavano! Alla prova dei fatti, essa si rivelò troppo piccola per acco gliere anche me. E fu G. in persona, la sera medesima del mio arrivo, a sistemarmi poco lontano di lì, in via Carlo Poerio, presso un suo vecchio com pagno di esilio e di lotte poli tiche, che adesso lavorava per il servizio segreto americano.
L’appartamento al quale ero approdato occupava una picco la parte del piano nobile di un vasto palazzo secentesco la cui facciata, nerastra e muschiosa pendeva su via Poerio come una vecchia rupe appenninica in pro cinto di franare. Si compone va di una camera da letto matrimoniale e di un tinello. Cera poi il bagno, la cucina, e un minuscolo ingresso. Qui dormi vo io, sopra una branda.
Quanto al mio ospite, si chia mava Marchisio, se non ricordo male: Pietro Marchisio. Pie montese (forse di Novara), ex capitano dei carabinieri, emi grato in Francia all’epoca del delitto Matteotti, e di qui, dopo lo sfondamento della linea Maginot, passato negli Stati Uni ti, non sembrava tenere che a una cosa: e cioè alle rations delle quali l’appartamento tra boccava, e che lui, evidentemen te timoroso d’essere derubato, serbava chiuse sotto chiave nel grande armadio a specchiere verticali della camera da letto, nell’étagère del tinello, e nella credenza di cucina.
Tirannico e brontolone come una arzdòra ferrarese, a cui, oltre che per il mazzo delle chiavi appeso alla cintura, as somigliava buffamente per la grossezza della pancia e del sede re, i salti del suo umore erano a dir poco sorprendenti. Certi giorni di luna storta, per esem pio, arrivava a darmi brutal mente del mangia a ufo, del topo nel formaggio, significan domi chiaro e tondo che se non trovavo il modo di risarcirlo (non voleva soldi, per carità: siccome un giornale italiano di New York gli chiedeva insisten temente un articolo di colore su Napoli, e a lui mancava il tem po di stenderlo, avrei potuto be nissimo scriverglielo io, e così sdebitarmi…), c’era caso che si vedesse costretto presto o tardi a sfrattarmi. Un altro giorno, invece, si lasciava andare al le confidenze più intime. Ave vo notato la cameriera di ca sa G.? â—, era capace di sus surrarmi, ammiccando â—. Non era un bel pezzo di donna? Eb bene sì, lui ne godeva le gra zie; e anche per questo, cercas si di capire, avermi sempre per casa non era mica tanto co modo! Luna dritta aiutando, ad ogni modo, a poco a poco mi raccontò quasi tutto, di sé. Raccontò che apparteneva alla Mas soneria (di non so più quale rito); che era a Napoli per conto del servizio segreto ameri cano, è vero, ma anche, e so prattutto, per cercare di rimet tere in sesto la Loggia locale, devastata dal fascismo e prima fiorente; che nella Massoneria lui era un pezzo molto grosso, ancora più grosso di un trentatré…
Non avevo nessuna ragione di supporre che esagerasse. Men tre si pranzava o si cenava, il campanello della porta che da va sulle scale non faceva che suonare. Ad aprire andava sem pre lui. E mentre io, rimasto seduto al mio posto, continua vo a mangiare, li sentivo par lare sottovoce nel piccolo in gresso.
Una volta, tuttavia, che Mar chisio si era dovuto alzare da tavola per correre a chiudersi nel bagno (la sua agilità, in si mili circostanze, aveva del pro digioso), ritenni che toccasse a me far fronte a una scampa nellata particolarmente energica.
Entrò un signore alto, distin to, dal piglio autoritario del grande medico, o del grande avvocato.
« Dov’è Pietro? », chiese ad alta voce.
Senza attendere risposta, pas sò nel tinello. Senonché, appe na messovi piede, lo vidi fer marsi di colpo.
Lo spettacolo della tavola im bandita, e, ancor più, dell’étagère aperta lo avevano riempi to di subita confusione. Si ac costò all’étagère, mise un ginoc chio a terra, e stette là, tutto curvo, a scrutare: nella stessa positura â— mi venne da pen sare â— del letterato venuto a trovarsi, inopinatamente, al co spetto di uno scaffale di prezio se rarità.
« Stew, Salmon, Corned Beef, Corn, Evaporated Milk, Eggs », leggeva bisbigliando, con ottima pronuncia.
D’un tratto, la mano alla cin ghia dei pantaloni, Marchisio irruppe nel tinello.
L’altro si affrettò ad alzarsi in piedi.
« Salute », fece timidamente.
Il trentatré (e più) non rispo se. Resosi conto che gli sportelli dell’étagère erano rimasti spalancati, mi lanciò di traver so un’occhiata furibonda. Affer rò senza tanti complimenti l’a mico, certo illustre, per un braccio, e lo trascinò nell’ingressino.
Parlottarono concitatamente, di là, cinque minuti buoni. Al la fine, la porta delle scale ven ne aperta e rinchiusa con la solita violenza.
« Quante volte debbo ripeter telo », urlò Marchisio, rientran do in tinello, « di non fare ve nir dentro nessuno? Se suona no, lasciali suonare! ».
*
Ingrassavo rapidamente. L’in verno ’43-’44, trascorso a Ro ma sotto i tedeschi, mi aveva ridotto pelle e ossa. La sera, prima di addormentarmi, pen savo al caffellatte, al burro, al la marmellata d’aranci dell’indomani mattina. Li consumavo mille volte in anticipo con l’im maginazione.
Fabbricai per Pietro Marchi sio il pezzo di colore su Na poli; mandai al giornale, affi dandoli a una macchina del partito che faceva settimanal mente la spola tra Roma e Na poli, varii articoli; scrivevo a mia moglie quasi ogni giorno. Ma la maggior parte del tem po la consumavo oziando, sen za combinare niente di niente.
Tutte le mattine prendevo la Cumana, spingendomi fino a Lucrino. Il treno si fermava giusto davanti a un piccolo sta bilimento balneare, semidistrut to dalle cannonate e dalla mi traglia.
Sulla spiaggia, con la schie na appoggiata a un capanno, mi aspettava invariabilmente Borelli, un vecchio compagno di università che, non senza sorpresa, avevo incontrato in casa G. alcuni giorni dopo il mio arrivo. Reduce dalla Rus sia, dove, naturalmente (ma non riusciva a perdonarselo), aveva combattuto « per l’Asse », era alloggiato da quelle parti, in una villetta requisita dal con trospionaggio americano, il qua le, nei pressi del lago d’Averno, aveva allestito un campo di addestramento per paracadutisti.
Sebbene anche Borelli, co me me, fosse stato a Napoli prima della guerra, per i Littoriali, e adesso, come me, fos se iscritto al Partito d’Azione, ciò nondimeno ci guardavamo bene, entrambi, dal parlare di queste cose. Io, al solito, par lavo di idee generali: di libe ralismo, di socialismo, di co munismo, eccetera. Lui, invece, ritornava di continuo sui suoi lanci col paracadute, ai quali si assoggettava, come mi confessò, dovendo superare ogni volta una vera e propria ribellione di tut to il suo essere. Soffriva infatti di vertigini. Buttarsi giù dal l’aeroplano rappresentava, per lui, la più dura delle autopunizioni.
Scorgendomi sopraggiungere, Borelli alzava un braccio.
« Ehilà », faceva.
E quindi, accentuando per amarezza la larga pronuncia emiliana, soggiungeva:
« Ho fatto un altro lancio ».
Ma il più delle volte, trova tolo che dormiva (grasso, ab bronzato, con le ascelle che gli puzzavano, russava pesantemen te), mi sedevo al suo fianco, sulla sabbia, abbracciandomi le ginocchia. Sulla baia non spi rava quasi mai un alito di ven to. Greve della nafta che fuo rusciva da una dozzina di mez zi da sbarco, fermi a qualche centinaio di metri dalla riva, il mare si sollevava in lente, tor pide ondate senza rumore.
Quando il mio amico si sve gliava, si comportava sempre nello stesso modo.
Sollevava a fatica le palpe bre, e poi:
« Aspetta un momento », di ceva, guardandomi coi suoi oc chi neri, opachi, come febbricitanti. « Hai mangiato? Primun edere, postea philosophari ».
« Ma sì che ho mangiato! », rispondevo io, impaziente.
Lui, però, non stava a sen tirmi. Si levava, su, gemendo; scompariva dentro il capanno; ne usciva, di lì a poco, recando sulle braccia un sacco da mon tagna gonfio di ogni ben di Dio: termos di caffellatte, carne insac cata di tutti i tipi, interi polli arrostiti, marmellate e formag gi varii, frutta sciroppata, birra in bottigliette e in lattine.
Difficile resistere.
« Vuoi fumare? », arrivava a chiedere ancora, Borelli, qual che istante più tardi, mentre io ingoiavo con avidità, con testar daggine, cercando disperatamente di resistere alla nausea che cresceva; e tirava già fuori da un taschino del costume da bagno il pacchetto delle Camel.