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LETTERATURA: I MAESTRI: Laforgue. Il Pierrot si sveglia da letargo

31 Maggio 2016

di Ivos Margoni
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 45, gioved√¨, 9 novembre 1967]

Jules Laforgue
Poesie
Intr. e trad. di Luciana Frezza, Lerici, 1965
Poesie complete
a cura di Sergio Cigada, intr. di Sergio Solmi,
Ed. dell’Ateneo, 1966 (2 vol.), lire 5500.

Chi dichiari a un francese colto il proprio interesse per Laforgue avr√† diritto, in risposta, a due generi d’occhiata: sprezzante se l’interessato √® connazionale, compassionevole se √® uno straniero, naturalmente esposto aI ogni rischio di controsensi e di gaffes. E non di rado il pure ironico-patetico ¬ę J’entends mon coeur qui bat, / C’est maman qui m’appelle! ¬Ľ della Chanson du petit hypertrophique sar√† la sigla sogghignante butta ¬≠ta l√¨ a escludere ogni possibilit√† di conversazione sensata sull’argomento. Il poeta di Montevideo non sem ¬≠bra dunque essersi rimesso del tutto dalle conseguenze di quel ¬ę Vive Rimbaud! A bas Laforgue! ¬Ľ che accom ¬≠pagnava le discese di Max Jacob e di Picasso dalla Butte alla place Bian ¬≠che, grido in cui √® per altro ravvisa ¬≠bile la gentile sventatezza del breto ¬≠ne e la torva albagia del catalano.

Ignorato dai surrealisti

E i surrealisti, con l’enorme pote ¬≠re giudiziario e comminatorio che de ¬≠tennero fra il ’24 e il ’40, aggravaro ¬≠no una situazione gi√† scossa dalla compromettente curiosit√† spiritualista, anche se sottile e soprattutto privata, d’un Jacques Rivi√®re e d’un Alain-Fournier, misconoscendo uno scritto ¬≠re in cui l’essenziale della loro visio ¬≠ne si manifesta con una sistematicit√† e una chiarezza fin troppo meticolose; l’ironia laforguiana era per√≤ troppo diversa dall’umorismo ¬ę ogget ¬≠tivo ¬Ľ o ¬ę nero ¬Ľ caldeggiato da Breton e. in quel clima, non poteva non ap ¬≠parire come un dato apertamente pic ¬≠colo-borghese (l’esito crepuscolare sem ¬≠bra del resto confermare , l’ipotesi) e soprattutto come un’inespiabile man ¬≠canza di seriet√† nei rapporti con l’in ¬≠conscio, anche se soltanto di Hart ¬≠mann.

E’ dunque grazie a una sorta di ma ¬≠novra aggirante d’origine anglosassone (Pound ed Eliot) che l’angustia ¬≠to e ridacchiante pierrot √® lentamen ¬≠te emerso da un letargo che avreb ¬≠be potuto prolungarsi con la progres ¬≠siva scomparsa dei compagni di stra ¬≠da dell’epoca simbolista, primo di tutti quel Gustavo Kahn che, pure, gli aveva amichevolmente contestato se non la scoperta (Rimbaud); alme ¬≠no l’applicazione metodica del verso libero, ambitissimo traguardo tecnico delle discussioni dell’Ottantacinque. La monografia dello svizzero Fran ¬≠cis Ruehon (1924), forse il primo cri ¬≠tico universitario di lingua francese che abbia affrontato con paziente e ponderata partecipazione le figure del romanticismo agonizzante e del na ¬≠scente decadentismo, e, dopo l’ultima guerra, gli studi di L. Guichard (1950), di P. Rebould (1960) e di Marie-Jeanne Durry (1962), indicano comunque che la quarantena √® terminata, bench√© sia rilevante, per ora, l’assenza dal plo ¬≠tone degli assi della critica nuova che, oberati da gravi responsabilit√† inter ¬≠nazionali, sono ovviamente pi√Ļ circo ¬≠spetti nei gesti.

Ma l’attenzione viva per l’autore delle Complaintes, ora che in Fran ¬≠cia nessun manuale ne sminuisce pi√Ļ l’importanza in seno al simbolismo, sembra tuttavia rimanere confinata soprattutto all’estero, dove effettiva ¬≠mente la sua influenza concreta s’√® imposta in modo pi√Ļ accertabile, in una linea che, in Italia, √® determi ¬≠nante per ogni forma di crepuscola ¬≠rismo e d’autolesionismo, per l’intero fronte consapevolmente piccolo-bor ¬≠ghese, ritirato, mesto-ridente o mar ¬≠toriato della nostra lirica, da Corazzini a Govoni, da Palazzeschi a Goz ¬≠zano e, forse attraverso quest’ultimo, a un certo Montale. E le gazzette hanno svelato da poco che l’Amleto delle Moralit√©s l√©gendaires s’√® ritro ¬≠vato in scena grazie all’intervento d’un capocomico anticonformista, il che sta forse a indicare il profilarsi, almeno da noi, d’una nuova chance di recupero, resa possibile anche dal ¬≠l’uscita, in questi ultimi anni, di due lavori che rendono ormai agevole l’av ¬≠vicinamento allo scrittore.

Nel 1965, Luciana Frezza traduceva intrepidamente, con testo a fronte, una buona scelta di versi dell’in ¬≠traducibile, corredandola con un’in ¬≠troduzione intelligente ed elegante, e l’anno scorso usciva, nella collana di poeti e prosatori francesi diretta da Giovanni Macchia per l’Ateneo, la pri ¬≠ma edizione veramente completa del ¬≠le poesie, impresa sicuramente di notevole importanza, anche per la Francia, poich√©, grazie a Sergio Cigada che l’ha curato con grande at ¬≠tenzione, disponiamo finalmente d’un testo emendato degli errori di stampa che affliggono l’edizione del Mercure de France, e, per quel che riguarda le Fleurs de bonne volont√© e i fon ¬≠damentali Derniers vers, delle prezio ¬≠se edizioni critiche stampate, dopo la morte di Laforgue nel 1887, dagli ami ¬≠ci F√©lix F√©n√©on ed Edouard Dujardin, e mai riprodotte dal Mercure.

Ma l’edizione s’impone inoltre per il felice ritratto di Laforgue tracciato da Sergio Solmi, in cui ogni linea seria √® svelata nitidamente, con an ¬≠che tratti inediti e stimolanti. Trat ¬≠tandosi d’un poeta che. esacerbando il filosofismo dei romantici francesi, da Vigny a Hugo, ha fatto di Schopenauer e di Hartmann il duro impa ¬≠sto di base d’una poetica insieme idea ¬≠listica, irrazionalistica, pessimistica, nichilistica e sarcastica, √® in fondo assai pi√Ļ difficile di quanto non sem ¬≠bri scovare in lui i segni della veri ¬≠t√† privata, specie se si tiene conto del fatto che il suo aspro, tecnicismo me ¬≠trico, lo stile volutamente urtante e secco, il lessico aperto, sempre con autoironia, al termine filosofico, al ¬≠l’argot, al parlato, all’ibrido cacofoni ¬≠co, deriva in linea retta, a dispetto degli accesi dinieghi epistolari del poeta, dal devastante scisma degli Amours jaunes di Corbi√®re (1873), lanciato dal generoso Verlaine dei Po√®tes maudits.

Andando oltre le canoniche deno ¬≠tazioni intimistiche e doloristiche, e constatata nel poeta ¬ę una tendenza a oggettivarsi in scenario di teatro in ¬≠timo, in personaggi-clich√©s e in d√©cors tipici, sorta di metafore di secondo grado ¬Ľ, Solmi propone dunque una interpretazione ¬ę in chiave di op√©ra mondano-metafisico ¬Ľ che √® un notevo ¬≠le avvio verso la soluzione forse pi√Ļ probabile, ove non si scordi quel ¬ę toc ¬≠co di trascendente infantilismo ¬Ľ che √® la patina del laforguismo: un uni ¬≠verso mentale e un sistema nervoso che, surdeterminati culturalmente e letterariamente, consentono solo il gioco della parodia e dell’autoparodia, effimera libert√† mimica e soggettiva che nomina ogni cosa per contraffar ¬≠la e deriderla, si tratti della metafisi ¬≠ca, della poesia o dei nodi pi√Ļ scoper ¬≠ti e malati della sensibilit√†.

E non per nulla questa configura ¬≠zione della psiche, che sotterranea- mente apparenta Laforgue a Lautr√©amont, si sceglie uno stemma tea ¬≠trale nel personaggio del clown e si concreta ¬ę nella metafora-maschera, nella metafora-schermo, nella metafo ¬≠ra-luogo comune ¬Ľ e insomma in una tenace volont√† di superare la lirica romantica, pur conservandone e temi e veleni, e il linguaggio condizionan ¬≠te che si trascina dietro, facendo del ¬≠la poesia il momento della dissimu ¬≠lazione ironica e non pi√Ļ della con ¬≠fessione.

La nascita della poesia lacerata

Una delle conseguenze pi√Ļ rilevan ¬≠ti di questo gioco d’¬ę abbandono-dife ¬≠sa ¬Ľ e soprattutto di quest’atteggia ¬≠mento ambivalente di fronte alla me ¬≠tafisica e all’arte √® che con Laforgue ¬ę nasce una poesia intimamente lace ¬≠rata, in quanto contrassegnata non soltanto da una disposizione critico ¬≠ironica verso il mondo e la vita, ma verso s√© medesima in quanto li riflet ¬≠te, e i propri stessi mezzi e strumen ¬≠ti ¬Ľ che anticipa perfettamente, mi pa ¬≠re, non solo le avanguardie dette sto ¬≠riche, ma anche quelle d’oggi. Le pi ¬≠roette e i salti mortali dello stile di Laforgue assumono cos√¨ un senso che supera per un altro innegabile virtuosismo isterico per raggiungere un’esistenza in preda a una crisi og ¬≠gettiva che si situa nettamente al di l√† dei grevi filosofemi germanici e del ¬≠le pose strafottenti, dandistiche e di ¬≠lettantesche di fronte alla .donna e al cosmo.

L’istrionismo di Laforgue non √® dunque tanto la rivelazione d’un carattere, e conseguentemente d’un de ¬≠stino, quanto lo sbloccarsi mimico d’una cultura che si sa impotente e che dalla propria impotenza trae una straordinaria abbondanza di gesti, confinandosi lucidamente nella sua so ¬≠la verit√†: la falsit√†, l’artificio e il gioco, anche letterario, teatrale e sen ¬≠timentale. E direi che Solmi fa di nuovo centro quando, sottolineata la ¬ę inestricabile coesistenza dell’elemen ¬≠to lirico e dell’elemento critico, dello struggimento emotivo e del freno iro ¬≠nico ¬Ľ (forme soggettive dell’assenza di libert√†), scopre in questa poesia quella fondamentale ¬ę disposizione saggistica, nel senso che la lettera ¬≠tura moderna √® andata a poco a poco chiarendo ¬Ľ, in cui va appunto ricono ¬≠sciuto il superamento della prospet ¬≠tiva lirica non solo romantica, ma anche dell’ammirato Mallarm√©, e la geniale capacit√† di porre la poesia come elemento e momento anzitutto problematici.

Uno stile di secondo grado

Diverte comunque non poco con ¬≠statare che questo ¬ę saggismo ¬Ľ ca ¬≠ratterizza proprio i lavori surrealisti pi√Ļ rappresentativi, da Nadja ai Vases communicants al Paysan de Paris, nei quali √® inoltre discernibile quell’√©criture artiste che il sigillo della prosa fin di secolo e di quell’art nouveau che, prefigurato nella Tentation de Saint Antoine e nell‘H√©rodias, perfet ¬≠tamente definito nella prosa di Mal ¬≠larm√©, di Huysmans e dei Goncourt, trova tuttavia il suo testo pi√Ļ incisi ¬≠vo e forse pi√Ļ perfetto nelle Morali ¬≠t√©s l√©gendaires, dominate come sono da uno ¬ę stile di “secondo grado‚ÄĚ ¬Ľ che, delle due linee di derivazione francese indicate dalla Durry (Laforgue-Jarry; Laforgue-Apollinaire) ren ¬≠de pi√Ļ plausibile la prima, ove a quel ¬≠lo di Jarry s’aggiunga, come appunto fa Sergio Solmi, il nome di Raymond Queneau (il Queneau in versi, preci ¬≠serei, col suo divertente prolunga ¬≠mento nella poesia di Boris Vian).

Progenie, come si vede, assai di ¬≠versa da quella italiana, sensibile non gi√† al dolorismo o al sorriso mala ¬≠to, ma alla forza di disgregazione ver ¬≠bale dell’ironia.

 


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